Ignara ignorante porto via con me, dal MamBO, Pasto nudo

Pasto nudo - William S. Burroughs
e una volta a casa scopro un’aggiunta a matita nell’elenco della bibliografia.
Poi leggo in diluizione temporale gli istanti raggelati di quest’uomo che imparo piano anche ad amare.

«Se i paesi civili vogliono ritornare ai Riti Druidici di Impiccagione del Bosco Sacro o bere sangue con gli aztechi e nutrire i propri déi con il sangue del sacrificio umano, che vedano chiaramente ciò che mangiano e bevono. Che vedano chiaramente che cosa c’è sulla punta di quel lungo cucchiaio che sono i giornali.
Ho quasi ultimato il seguito di Pasto nudo: un’estensione matematica dell’Algebra del Bisogno oltre il virus della droga. Dato che esistono molte forme di dipendenza ritengo che tutte obbediscano ad alcune leggi di base.»

Passano i giorni; ho in sospeso solo le ultime pagine dell’ultima postfazione di quest’edizione rivisitata.
Corro in stazione, sbuco fuori da un sottopassaggio, salgo su un autobus che espira aria calda e rumori ovattati, scendo a Caselle, ricordo Pertini, mi metto in fila in una coda insolitamente lunga, tolgo gli stivali, non faccio bip, prendo un cappuccino e aspetto; ritaglio il biglietto lungo la linea tratteggiata, pregusto il saluto che si scioglie in un abbraccio, risate e puttanate sparate a gogò. Che facciamo? Niente o qualsiasi cosa o un po’ e un po’.
Vedo MiPì e – tra un bicchiere di vino rosso e una ricottina lussuriosa dai capezzoli in striscioline di peperone caramellato – mi avvicino all’idea di un nuovo tentativo sperimentale, l’acchiappo e ingoio ansia in piccole dosi distillate alla rinfusa nei giorni a seguire.
Cerchiamo la musica. La troviamo.

Migliaia di forme espressive possibili e a ciascuno la propria apomorfina.
In aeroporto, in un uncinetto fitto fitto di coincidenze, mentre studio una certa forma dettata dal corpo, una vocina fotocopiata mi sussurra:

«Non bisogna volere ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si vuole.»

Nel sogno quasi mi andava una lingua di traverso. E non era la mia.


Perché anche noi un tempo siamo stati extraterrestri buffi alla curiosa ricerca di canali comunicativi per incontri ravvicinati del terzo tipo (alla faccia della dicotomia). E non ci vuole un aurispice per capire cos’è successo dopo. I dialoghi sacri con Quetzalcoatl sono il riparo dalla follia e ci consentono la conquista di una sana mattitudine; a patto che non si finga che non esistono. Ad ogni modo, fare il caregiver è molto più impegnativo che investire nel carsharing. Sapevamolo.


«Down deep, the fish are more powerful and more pure. They’re huge and abstract. And they’re very beautiful. […] If you can expand the container you’re fishing in – in your consciousness – you can catch bigger fish.»
(Catching the big fish – Meditation, consciousness, and creativity di David Lynch)


In un giorno di cielo limpidissimo e montagne innevate stagliate in lontanza nel celeste, le previsioni di fiocchi per l’indomani risultavano difficili da incastrare nella dinamica degli eventi meteorologici, per quanto, lo sappiamo, ormai questo è il Paese delle previsioni del tempo sempre più attendibili. Solo quelle. Tutto il resto è un terno al lotto giocato peggio di come riesco io: dei miei due in sovrimpressione sul bigliettino arancione psichedelico, tra tutti, tutti, ma proprio tutti i numeri, ne è saltato fuori dal sacco solo uno e sulla ruota sbagliata (naturalmente).
Però, siccome mai perdere la speranza, io gioco a rincorrerla mentre lei gioca a nascondino e nel frattempo, come in una moscacieca, immaginiamo l’una le sembianze dell’altra nonché che faccia faremo quando ci troveremo di fronte in un dialogo di emozioni silenziose e friccicorose.

Ho letto La solitudine dei numeri primi e ho capito che abitare il vuoto non significa solo essere assordati dall’eco, perché se ascolti senti anche il pieno. Così ho sentito il vuoto che mi riempie, strana nozione fisica, scoperta recente che spero di contenere in me in piccole cellule di memoria che non facciano mai la schiuma, ma solo bolle evanescenti dalle traiettorie inaspettate.

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Ho visto La migliore offerta, organizzazione creazionista animata dalla curiosità indotta dal suggerimento di persone a cui tengo, ciascuna entusiasta, in dialogo con stimoli e desideri diversi eppure tutti uniti dalla condivisione di un Bello, vai a vederlo.

La migliore offerta di Giuseppe Tornatore - Locandina

In certe riprese di Tornatore c’è una poesia anni trenta che non conoscevo e che forse non esiste, ma io l’ho vista.

Avrei dovuto accorgermi che c’era una caricatura fantascientifica nella preparazione sopraffina sull’indole femminile del giovane riparatore e costruttore di inganni ed ingranaggi… Ma.
Pensieri, parole, opere, omissioni per nessuna colpa, nessuna colpa, nessuna grandissima colpa.

Ed ora, poiché la condivisione può essere fastidiosa, sì, oppure magica come neve che accende il buio, restiamo molto calmi… anche se questa canzone – supponiamo – dovesse sembrarvi una piccola schifezza. 2_pon pon_copyright Gabriella

Il punto è… insomma, immagino che Pietro continuerà a tradire almeno quelle tre volte prima che il gallo canti e le paure maneggiate maldestramente perpetueranno la crocifissione noncurante del sé e degli altri.
Finché.
Finché non apportiamo le nostre personali correzioni alla Bibbia, reinterpretando il nero e l’opprimente sofferenza che anima l’iconografia cattolica e muore i cuori, colorando la Madonna con tinte vivaci, niente veli.
Se solo qualcuno si fosse preso la briga di disegnare paperelle sulle mutande sghembe di Gesù invece di seguirlo con l’immobilità di uno sguardo mesto, forse non sarebbe stata necessaria neanche la resurrezione.
Forse non sarebbe morto Pasolini, non così.
E neanche Falcone, Borsellino, Mattei… occhei, forse: ho scritto forse.
Inciamperebbero meno bambini nelle pallottole sparate a caso.
Forse ci sarebbe comunque un tizio strano pronto a farsi costruire un tempio-mausoleo ad Arcore, ma sarebbe un caso isolato, una eco flebile. Un sorriso un po’ grottesco, un po’ divertito e poi ricominceremmo a dedicarci al somnium vivendi, accentando il cambiamento permanente senza creare «tensioni e rimozioni inutili», invece di ritrovarci persi e spenti, concentrati su questioni sterili quali quella del crocifisso in classe, la glaciazione dell’era glaciale della sofferenza glaciale.
Non è facile per nessuno.
Ma neanche impossibile.
A scuola non ce lo insegnano: nastri, cottillon, uova di cioccolato con un buco enorme dentro e sorprese fantoccio.
Metto a bollire uova da-culo-di-gallina con le alghe, diventeranno sode e rosso mattone.
Dopo di che, se volete, possiamo parlare anche di resurrezione, del suo significato simbolico.
Ma niente più chiodi, se non per appendere i quadri.

«Se la felicità è la coincidenza perfetta del mondo esterno col mondo interno dei nostri desideri, sarà sempre un’utopia. Ma provate a ribaltare il vostro funzionamento e far coincidere per sempre il vostro mondo col mondo: avrete la garanzia della felicità perfetta e definitiva.»
(Il Vedanta e l’inconscio, Arnaud Desjardins)

Ho sempre desiderato fare il Drugo e mi sembra estremamente sensato.

Attraverso lo specchio

23 aprile 2011


E mi chiedo cosa c’è in quello strano vortice così vuoto. Ne parlo con Velvet.
Il frigorifero è insolitamente pieno. Per la testa, valuto con un vacuometro sperimentale.
Temperatura primaverile al di là della tenda che svolazza con la brezza serale, chiacchiericcio lieve di mollette.
«A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.»
Per non parlare di quelle a cui riuscivo a credere dopo.
Dovrei ricordarmene, ricominciare e continuare.

Don’t surround yourself with yourself
Diddit diddit diddit diddit diddit diddit diddit
Didda


*

Nella tua analisi ci leggo due te: una, l’intellettuale, che capisce le cose, le sa, le sa spiegare e ti sa proporre un’alternativa e poi l’altra te che pare incazzarsi per motivi tutti suoi personali. Siccome poi le due si confondono, non riesco a capire dove finisce l’una e comincia l’altra. Però in realtà sei tutt’una e io sono anche solita farmi delle pippe.
Ora ti dico perché ho letto quel libro. Ho letto quel libro perché lo avevo preso chissà quando da Mr. Cì e volevo restituirglielo: fa parte della logica dell’impacchettamento-da-trasloco e rientra in una mia personale forma di psicosi dell’ordine (potrei anche chiamarla compensazione). L’ho letto anche perché è breve e scritto non troppo piccolo e perché credo (ma poi mi è sorto il dubbio, ed è una cosa la cui veridicità mi riservo di appurare) che ci sia stato consigliato da una persona che mi piace parecchio. In altre circostanze è abbastanza improbabile che mi sarei sciroppata un testo di sociologia (posso chiamarla così, no?) che disquisisce di globalizzazione. Dai miei (pochi) approcci con la sociologia è scaturito un interesse scialbo per una materia che considero per lo più sterile e che mi sembra si limiti a condensare certa fenomenologia in definizioni chiave, che possono fornire degli input per evolvere altrove e in altro modo (ciascuno trovi il proprio) ma che personalmente non mi sembrano in sé particolarmente costruttivi e – soprattutto – sono completamente scevri da una qualsiasi componente emotiva. Nella sociologia mi sembra non ci sia passione e una materia “umanistica” priva di passione a una come me è difficile che piaccia.
Detto questo, in quel libro ho trovato alcune cose che mi hanno fatto riflettere, concetti che sono solo un trampolino di lancio per esplorare territori altri coi miei pensieri: non è abbracciare una filosofia in toto o farle i salamelecchi. Giddens non lo conosco. Quello che ho trattenuto della sua disquisizione sulla globalizzazione sono alcune considerazioni storiche e altre che assomigliano più a un “fare il punto della situazione” che mi sembra(va)no utili per mettere una specie di ordine nell’idea della trasformazione del mondo, è una sorta di schematizzazione (non la stalattizzazione di concetti e pensiero), con tutti i limiti che uno schema comporta. Eppure credo che se a livello nazionale e politico quelle spesso teste di rape che governano, riuscissero a fare davvero il punto della situazione e decidere per algoritmi piuttosto che secondo la logica del profitto (sempre e solo secondo quella) avremmo qualche speranza in più di allungarci la vita e viverla – a livello transnazionale e personale – meglio. C’è una sottile linea di confine tra utopia e possibilità di realizzazione; su quella linea ci tocca fare del funambolismo e, a volte, trovare appigli “nozionistici” può essere utile.
Dare nomi alle cose è un limite nella misura in cui non si lascia campo d’azione alla capacità di discernimento.
Giddens introduce certi concetti che descrivono fenomeni noti e che in una certa misura li fissano e li chiariscono. Il punto è non congelarli.
Quando parla di “colonizzazione alla rovescia” e la spiega, io per la mia esperienza, la riconosco e ora so anche chiamarla per “citarla in giudizio”. Idem quando parla di “istituzioni guscio”, quelle che portano i nomi di sempre ma sono necessariamente svuotate delle loro peculiarità originarie. Quando scrive della “democrazia delle emozioni” sembra un po’ Alberoni ma, epurata, quell’espressione può essere fruibile, per lo meno in certi ambiti. Persino l’auspicata realizzazione di una “cultura civica progressista”, porta con sé il germe di qualcosa che non mi torna ma solo nella misura in cui lo percepisco come un concetto politico ipocrita. Però questo dipende dal fatto che l’ipocrisia la fa da padrone: è il peggiore inquinante.