I dubbi del mattino


Ho ucciso una zanzara in volo schiacciandola con un applauso, un barlume di entusiasmo mi ha illuminato il volto accendendo gli occhi ancora cisposi.
(Rispetto alla circostanza di una certa continuità col sogno entomologicamente pulp, per stavolta soprassiedo, è meglio.)
Quanto sono cattiva in chilogrammi per superficie quadrata?


Ti ho sognato mi hai parlato mi hai spiegato ti ho capito mi hai guardato
ti ho creduto
Poi il tempo si è fermato senza un punto né un a capo
Avrei voluto cambiarmi l’anima ma lei non volle
camminava scalza con una sottana di seta lieve color panna
chiedeva solidarietà
Gliel’ho data
cellule rigenerate hanno votato all’unanimità: non c’è più motivo di battere ciglio
Mi cambio d’abito
prendo nuove transitorie forme
guardo lontano la traiettoria immaginaria di un punto che dirama luce dall’interno e disegna ipotesi senza contorni

Nei miei pensieri anche la Papua Nuova Guinea.
Sei lì?


Sto leggendo Pronoia di Brezsny. Superflua ogni considerazione critica sul punto – discutibili le scelte grafiche, il font, il formato del libro, la distribuzione patchwork dei contenuti, pessima la correzione delle bozze, d’accordo -, ci trovo comunque una descrizione della quarta dimensione come la intendo io e senza l’uso di droghe psichedeliche né di alcol. Seguendo i suoi passi astrusi in quella direzione, faccio la piccola esploratrice, incurante del fatto che non sono così piccola e gli anni che mi separano dalla menopausa non sono più così tantissimissimi come quando indugiavo, adolescente, in viaggi estatici nella carta da parati della mia stanza edulcorata ma mica tanto.
Nelle pagine del Manifesto dionisiaco l’astrologo capelluto elenca casi storici di gente illuminata da rivelazioni oniriche:
Harriet Tubman nel 1894 libera trecento schiavi traendo dai sogni le informazioni per riuscirvi;
il chimico Friedrich August Kekulé von Stradibutz, grazie all’immagine onirica di un serpente che si morde la coda, giunge finalmente a scoprire che gli atomi di benzene hanno una struttura ad anello;
Robert Louis Stevenson ha l’idea per mettere, nera sul bianco, la storia di Dr. Jekyll e Mr. Hyde;
il chimico Dmitrij Mendeleev individua il sistema per la classificazione degli elementi riportato nella Tavola Periodica;
Elias Howe progetta l’ago da cucito, cosa che lo condurrà, poi, fino all’invenzione della macchina da cucire;
il biologo Otto Loewi riesce a dimostrare che la trasmissione degli impulsi nervosi avviene chimicamente e non elettricamente;
uno dei figli di Dante Alighieri ritrova la parte mancante della Divina Commedia grazie al suggerimento del padre apparsogli in sogno;
il matematico Srinivasa Ramanujan trae le sue formule dai dialoghi notturni con una dea indù;
il naturalista Louis Agassiz riesce a cesellare una lastra di pietra in modo da estrarne il fossile di un pesce mai visto prima;
Jack Nicklaus mette a punto un manico nuovo per la sua mazza da golf;
il professore inglese Coleman Barks incontra il santone dello Sri Lanka grazie al quale diventerà traduttore del poeta mistico Rumi, in sogno prima che nella vita reale.
Ce n’è abbastanza per farmi venir voglia di stimolare il frullo onirico che, di per sé, non ha neanche bisogno di grandi sollecitazioni. Devo solo ricordarmi di annotare i sogni. O registrarli imprimemendoli con la mia voce assonnata, “sporca” ma senza stile e non ancora abbastanza matura.
Così accade: la rivelazione.
Sogno un figlio di una donna lì nei paraggi, un figlio di due; diventa un gatto che si trasforma in pesce, che non vuole essere pesce; io mangio quel piccolo pesce, quasi costretta e contro voglia, ma lentamente e non tutto (chissà Freud), continuo a pensare, a cercare il modo, il tempo, chi mi possa svelare come ripristinare per lui la forma umana mentre ancora mi guarda dal piatto con il suo occhio vivo e cristallino. Nessuno mi aiuta, nel piccolo mondo antico intorno, incastonato in una specie di baita moderna dai toni caldi, nessuno pare interessato. Quando ormai il cuore mi si stringe in quella disperazione che accompagna l’ineluttabilità della rassegnazione, il pesce rotola per terra e si trasforma in un gattino meraviglioso bianco e nero, ancora con il pelo bagnato in alcuni punti per la trasformazione, lo abbraccio accarezzandolo e piangendo di gioia.
Fine del sogno. Squilla telefono.
Uno squillo strano, che non riconosco, ma che non posso dire di non conoscere. Velvet è perplessa almeno quanto me. Mi guarda, la guardo, sono ancora stordita dal sonno. Immagino, ma non credo. Mi alzo e vedo. La resuressione del cordless è compiuta. E’ lì in carica, riesumato da una delle scatole della mia vita precedente a quella precedente a questa, dall’inizio di aprile senza dare alcun segno di vita. E ora funziona. Ho le prove. La resuressione è compiuta. Se mi esercito con le prodezze oniriche, prova che ti riprova, sai mai che trovi il Santo Graal.


Elle di di Paul Verhoeven


Il film è quasi tutto nelle espressioni e negli sguardi della Huppert, più di 60 anni di materia affilatissima racchiusa in un corpo estraneo ai segni del tempo.
Un cyborg animato per una PS4, penetrazioni stilizzate e non, stigmate su corazze psichiche di metallo riprodotte in 3D, definizione 4k.
Un lombrico uscito dal piccolo foro del bruciatore di un fornello per trasformarsi, appena fuori, in un essere fallico molto più grande, molle, sporco di sangue, muso da drago nel suo ringhio, lingua biforcuta. Rettile? Velenoso? Videogame(te)?
Incubo flaccido di una mente grumosa, mosaici dell’anestesia affettiva di un’idea, fino all’abuso acuto dell’idiozia di un figlio.
Desertificazione grigia delle terre disseminate di arbusti d’acume.
Indi.
C’era il mal di testa, l’umore loffio, l’occlusione del pensiero. “Massì, andiamo, voglio uscire dalla mia sceneggiatura ed entrare in un’altra”, avevo detto.
Poi sono rimasta attaccata alla mia, con le sue alternanze – ritmi ludici, ritmi di piombo, toni in 4/4 – contenta come potrebbe esserlo una cozza avvinghiata al proprio scoglio e a tutte le altre cozze. Uno squiccio di birra ambrata, orata affornata – cedo la seppia ripiena, cedo tre olive – e melanzane aglio e prezzemolo ad alitare via le atmosfere di una cruenta e asciutta play station.

Saturday night fever di john Badham


Non so com’è, che le cose del passato mi arrivano dal futuropresente.
Come se mi avessero lasciato il tempo di arrivarci, clementi col mio essere (stata) marmotta, non ancora pronta.
Come se mi avessero slacciato con gentilezza l’ologramma degli scarponi di piombo perché mi riappropiassi delle mie scarpette rosse, per aspettarmi finché non arrivassi qui, qui dove mi vengono offerti té e biscotti.
Non so com’è che non ricordo mai qual è l’accento per la e di té e caffè.

Tony Manero lo vedo in giro, uguale, 40 anni dopo. Depilato e con qualche problema alla cervicale per il reiterarsi della posizione china del capo sul telefono cellulare, magari; i pantaloni gravitazionali al ginocchio piuttosto che antigravitazionali tirati su sino all’ombelico. I muscoli che ambiscono all’arrotondamento, piuttosto che all’allungamento e addobbati con murales di stereotipata fattura. Ma questo è il trend lanciato dai tronisti, coriandoli di fuffa che si avvicendano a segnare le curve dei cicli storici: cazzate, alienazione, sbigottimento, desiderio di riscatto, discriminazione, buone intenzioni, scopate sì e scopate no, gabbie culturali e religiose sono rimaste uguali. E’ vero, sono andate in disuso spirale e diaframma, ma la famiglia Manero sembra uscita dalla penna di Matt Groening quando ancora giaceva sulla scrivania munita di tappo.
E stanotte ho sognato le api uscire da un buco nell’intercapedine della finestra, le api erano acqua, l’acqua era fresca come quella del rubinetto. Solo quella. Per il frigorifero nuovo c’è ancora tempo.

 

Il fatto è che

24 ottobre 2015


Se costruisci impalcature intorno alla bellezza,
Non potrai goderne a tutto campo con la vista,
Non avrai obiettivo fotografico per escludere le travi dallo scatto,
Non potrai viverla,
ma solo intuirne la meraviglia dai pochi scorci liberi.
Trucioli.


Correvo per non pensare,
compravo la carne sbagliata,
una mela tagliata a metà e dimenticata nel frigo
Sembra uscita da una telenovela, con tutta la sua crocchia di parenti
che mi odiavano perché l’avevo allontanata da te,
mi volevano via dalle tue stanze,
il mio telefono fagocitato da una folla manifestante
“Avresti dovuto dirmelo”,
sorridevi
Suonavi un aerofono strano,
sistemato in un posto strano
Io ti cercavo negli occhi di qualcun altro,
ma non era il tuo sapore
Correvo, correvo
perché a volte non c’è altra soluzione
per aiutare il piccolo muscolo nel petto a riprendere il ritmo
e per non smettere di sentirsi chiamare
” ‘a maaattaaa!”