Hai ku?

17 ottobre 2020

Nel cambiamento

mutevoli le stanze,

flemmatici i ruoli,

da conquistare la stima,

pesca e mela l’affetto.

Lamp ed usa

28 settembre 2019

Caldo umido, ma non troppo, e profumo incongruo di salsiccia arrostita.

La vacanza è cominciata.

Ieppà!


perché non conosceva Mombercelli.

Tripping in the rain.

3 ottobre 2015


Oggi faccio la Ginger Rogers delle gite. L’ombrello ce l’ho, mi manca solo Fred Astaire.


Bologna.
La regina del crudo e la regina del prosciutto crudo sono in procinto di partire.
Ave.


Preparativi per le vacanze.
La crema depilatoria fa odore di uova marce.

Vacanze pagane

12 agosto 2015


Partenza in modalità Essere donna oggi (cit. Elio e le storie tese), addobbata come se avessi la clownite.
Cicciput!


La macchina era diversa, le quattro frecce accese.
La ruota si era forata, ma anche già cambiata.
Lui, faccia disegnata un po’ strana con un pennarello troppo grosso e uno troppo piccolo, crisi mistica modalità scoglio-nato da sei mesi, un tempo lungo, le gambe di più: alla guida il ginocchio sotto un’ascella.
In viaggio solo io, sconsiderata donzella.
Fuori piove, dentro 23 gradi e il navigatore che traduce dal tetesco: “Prossimamente girate a destra”…
(- “Prossimamente?”)
Becco l’unico torinese al mondo che abbia vissuto dietro l’angolo di casa mia, giù, in quel buchetto di Puglia attaccato al capoluogo di provincia, con un accento di simulazione barese che il mio impallidisce e si tira la chioma; mi cucco due complimenti e un invito per gita al mare in moto (guida sicura e luci accese anche di giorno) nell’arco di mezz’ora e strabuzzo gli occhi di dentro (ché quelli di fuori fanno quasi finta di niente) a pensare che la vita, quando la impasti, lei lievita e tu ridi tanto di più.
Il servizio è a domicilio e il passaggio alla fine gratuito, non avessi messo via i soldi avrebbe pigiato il pulsante di espulsione automatica, ho dovuto cedere.
Sono a casa.
Velvet aveva finito i croccantini e non ha più il cagotto.
Io bramo una cena comoda comoda da argonauta, ma mi tocca prendere atto che non sono dentro un romanzo di Urania. Nonostante tutto.


Chissà perché quelli che partono – valigia o borsetta alla mano, calzino alla pari o décolleté – pare abbiano tutti bisogno di avvisare seduta stante: “Sono in treeeno! Siiiiii, siamo appena partitiiii. Ma sì, mamma – ché di solito maschi, donne, bambini, ottuagenari, nani e alieni, tutti chiamano la mamma o tutt’al più chi l’ha rimpiazzata [n.d.s.d.s.m., ovvero: nota della sociologa di ‘sta minchia] – il treeenoo è pieno…” e così dò anche l’impressione di essere parte di un tutto che mi include e di cui tuttavia fornisco un’accurata irrinunciabile descrizione al di sopra delle parti, meglio se almeno mediamente disallineata dalla realtà [sempre n.d.s.d.s.m.]
Poi cade la linea.
Poi c’è la chiamata per spiegare che è caduta la linea, che talvolta “scatta” invece di cadere, in memoria a Pantani, suppongo.
Poi cade di nuovo la linea.
Poi cominci a scrivere un post con scopi puramente catarcici.
Poi, se è ora di pranzo, la speranza che un panino li zittisca non te la toglie nessuno.


Detto fra noi, io e te, all one.
Se potessi sparirei.
Se ne avessi la voglia, il tempo, il fatto.
In realtà ho un mucchio di fatto. Tanti mucchi di fatto: uno qua, uno là, uno su, uno giù.
Sono stufa dei mucchi di fatto.
Farei scadere la mia carta di identità prima della data del compleanno del 2021. Terrei solo la data di compleanno, forse Velvet, se mi miagola di essere in grado di sopportare il viaggio e un nuovo trasloco lontanissimo, insomma, se è d’accordo.
Poi farei sparire le nostre tracce, vibrisse e profumi, documenti e faldoni. A tutti, davvero tutti. Indistintamente. Lascerei le mie cose a chi ce le ha: che se le tenga, mi rimane un inscindibile cordone ombelicale, che lo si veda o no. Certa pigrizia emozionale e mentale annienta.
Pensare alla differenza tra le somme, le sottrazioni e le addizioni non interessa a molti: per lo più basta do not disturb; niente decisioni da prendere, niente spiegazioni da dare; niente di nuovo da avviare. Solo un flusso inconsciente come di un fiume d’acqua piovana in terre senza pioggia.
Così muoio. Toglimi la natura selvaggia, l’amore come lo intendo, così per istinto, e la giustizia, e muoio.
Oddio, se non me li togli muoio lo stesso, ma un po’ dopo, ecco.
Posso aprire il libro al capitolo “L’amore come lo intendo io” e capire che un buon correttore di bozze sarebbe auspicabile. Conto le palline colorate del pallottoliere.
Alone, all one.
Certe realtà sono disperanti, occhi vuoti, unghie mangiate, curiosità finte, monopaticità vera, fughe da Alcatraz e non, ginocchia che frullano nevrotiche sotto il tavolo, manie di protagonismo, astenia, agonie, pure esplosioni di ipocrisia apocrifa.
A Bruxelles non ci voglio andare. E a Lussemburgo neanche. Ma il concorso lo farò lo stesso.
Però adesso una casa l’ho trovata, all one è la casa per tutti. La geografia non c’entra niente.
Poi potrei partire e cavalcare pressocché perognidove. Come tutti.
Butto giù tutte le inutili asticelle del Mikado. E poi mi dedico a qualcosa di diversamente creativo.
Fuori c’è il sole e – more solito – che tanto basti.