Non ho (più) l’età

10 novembre 2018


Mi son lasciata sfuggire l’occasione di fare l’unica cosa che avrebbe placato gli animi, spianato le rughe, rarefatto i malumori, purificato l’aria pesante, messo d’accordo tutti: un bambino, una bambina.
Avrebbe impastato i cuori di burro con piccoli movimenti delle manine e pigiato gli acini dei guizzi d’adulta del mio io vergognoso, fragile e incazzuso. Avremmo mosso impacciati primi passi insieme, sperimentato capitomboli a cul per terra conditi da risa schiette e vivide in giornate di sole o umide di pioggia, cantato le favole a squarciagola.
Avremmo visto il mondo mentre ci stava a guardare per sentirci grandi grandi e piccoli piccoli.
Invece adesso devo solo trattenermi perché ci sarebbe ancora un tot di tempo sia per la menopausa che per fare cazzate.

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《Figuramoci più su》, dice la bambina.
《Poi magari invece in alto alto là, laddove si arriva da fermi immobili, ci sarà un’atmosfera ovattata》, elucubra l’adulta dal viso pallido, 《però aspetterei ancora un bel po’ prima di andare a verificare: devo ancora festeggiare questo compleanno e vorrei rimanesse spazio ancora per tanti altri.》

Come da Contratto

28 maggio 2018


Forse sono stata concepita con metodo champenoise, 24 grammi di zucchero, il peso dell’anima più 3 grammi. D’altronde è il metodo classico. Sotto terra, in una cattedrale di mattoni, muffe e superfici friabili, ho fatto il lievito, un modo come un altro per ricavare energia in assenza di ossigeno scorreggiando CO2 sotto forma di bolle. Messa a testa in giù in continua rotazione sui pupitres, esausta, son diventata feccia in un liquido chiaro. Plin plin? Caso volle, il vetro di contenimento era difettato e quindi ho fatto il botto esplodendo i 6 bar di pressione, lasciando però intatta la geometria della catasta di bottiglie tra le cataste di bottiglie. Geometrie regolari di geometrie regolari come il fascino del sistema periodico, diventano affiches di una raccolta dei Pink Floyd. Il buco è dove c’è stata l’esplosione, i cocci vivono di vita propria, dal foro si accede al mondo di Alice dal quale il cappellaio pazzo schiamazza richiami ioneschi, è il punto di intersezione tra lo spazio fisico e quello emotivo esattamente come la vagina. L’esplorazione è il nuovo mondo, quello dove le impronte non le calpesti ma le crei.


Il fragile involucro della litosfera, le placche in equilibrio isostatico nell’astenosfera, solido dal comportamento plastico per effetto di pressioni, elevate temperature e sforzi.
Tra attività sismica, orogenesi, formazione di fosse oceaniche
ed archi vulcanici, il modello della tettonica a placche rende intellegibili le ere geologiche del sé.
Gratto la crosta, terrestre.


Ieri ho scoperto il bottone dell’anima. Sapevo già che era lì, ma non era ancora distillato il “verbo” che desse un nome a quel luogo fisico di concreta materia cellulare. Lì, in quel punto, si apre uno spazio enorme, al tocco si espande come un mare tiepido le cui onde si sviluppano con moti liberi dalla gravità. Affrontano il maschile e il femminile con una inconsueta equanimità: dei due fanno uno, acque che si mischiano pur rimanendo separate. Era l’amore, quello che ci abita e che releghiamo in crinoline di vetro opaco, quello che hai paura di toccare, quello che ci si sta lontani per paura di affondare.
Dal collo, poi, è germogliata la testa.

Capovolgimenti oromatopeici

30 settembre 2017


Quando la polvere d’oro finisce in basso, in scanalature poste nei piedi, il modo per farla tornare in circolo è stare a testa in giù fermi e zitti per poi scuotersi con quell’armonia – serena o emotivamente violenta ed energica – con cui il vento si tuffa tra le componenti dello spazio fisico per farle vibrare e suonarne la musica.

Lacche, lacca e lacchè

26 settembre 2017

In un contesto insospettabile, ricca nicchia di una lobby, ho visto il pulcino Pio coi capelli da Boy George, in giacca, scarpe da ginnastica, manine d’unghie mangiate e sguardo esoftalmato.
Come da bambina continuo a tirare su i sassi per vedere cosa c’è sotto. Ma ora, alle soglie degli anni che sto per compiere, i sassi crescono sull’albero delle metafore e non sono più le vipere quelle che, ardimentosa e incosciente, cerco.