La vita è fatta anche così, di conquiste e rinascite che non condividi, per esempio, perché pressoché nessuno sa dei più di vent’anni di piccole morti di cui uno strano miracolo psicologico, scevro da qualsiavoglia coinvolgimento relazionale altro da quello con te stessa che fosse ad esso collegato, ha decretato la misteriosa e naturale fine.
Allora torni a casa mentre a mille chilometri più giù, frizzi e lazzi distanti, un procuginetto nasce, un nucleo di affetti più o meno veri fa una festa comandata e non; ti bruciano gli occhi, hai quella piccola, recente bolla sul cuore in un punto che si è fatto grigio, il cervello pulsa in quel luogo che si è dipinto di rosso, le lacrime incastrate si adagiano tonde in un groviglio di sterpi sempreverdi che fanno ombra al desiderio ormai adulto, dimorante ora in quel luogo in cui risiedevano i pensieri cupi, migrati, satelliti rigenerati per le future notti di San Lorenzo. Cadranno fugaci, scintillanti si spegneranno illuminando una fettina di cielo. Li osserverà qualcuno con il naso all’insù, contento per quell’attimo foriero di novelle speranze o arrabbiato perché ai desideri espressi e poi avverati non ci crede o agnostico estatico che pensa Così è, va bene.
Quindi, piano, torno a casa piovendo, mi adagio riposando, asciugo i capelli soleggiando e leggo tisanando, il fruscio delle foglie al vento è calmo, l’aeroplano planando, la gatta mangiando, il cane abbaiando, la parete verdeggiando, Eva e Diabolik baciando, i colombi tubando, gli uccelletti cinguettando e le ali forte sbattendo perché ci sono punti dai quali, per spostarsi, non puoi fare a meno delle ali e del loro vigore lieve.
D’altronde credere fa rima con incedere.


Ti ho sognato mi hai parlato mi hai spiegato ti ho capito mi hai guardato
ti ho creduto
Poi il tempo si è fermato senza un punto né un a capo
Avrei voluto cambiarmi l’anima ma lei non volle
camminava scalza con una sottana di seta lieve color panna
chiedeva solidarietà
Gliel’ho data
cellule rigenerate hanno votato all’unanimità: non c’è più motivo di battere ciglio
Mi cambio d’abito
prendo nuove transitorie forme
guardo lontano la traiettoria immaginaria di un punto che dirama luce dall’interno e disegna ipotesi senza contorni

Nei miei pensieri anche la Papua Nuova Guinea.
Sei lì?

Ops!

26 settembre 2015


Si chiude una porta
e si apre un portone
Spera solo che dietro
non vi alberghi uno iotaone
(che fa rima con…?)
Bidibidòbidibù

Ea, energia di attivazione

27 febbraio 2015

Enzima Purine_Nucleoside_Phosphorylase


Stereospeicificità di un uomo,
un uomo che veda
i mille spilli negli occhi,
gli occhi;
che senta,
come nessuno ha sentito mai
che sappia della psiche
– basale, spinosa, granulosa, cornea –
stratificata come tessuto tegumentario,
vascolarizzata dall’anima,
paure come radicali liberi,
intrappolate in vescicole sinoviali;
un uomo,
come un enzima specifico
con il suo substrato,
come molecole attivatrici di processi mai visti,
dimenticati,
denigrati,
misconosciuti,
condividere e inventare strategie catalitiche,
ridere Bi-Bi random.


Poi a un certo punto smetto di studiare anatomia; promesso, forse.


Detto fra noi, io e te, all one.
Se potessi sparirei.
Se ne avessi la voglia, il tempo, il fatto.
In realtà ho un mucchio di fatto. Tanti mucchi di fatto: uno qua, uno là, uno su, uno giù.
Sono stufa dei mucchi di fatto.
Farei scadere la mia carta di identità prima della data del compleanno del 2021. Terrei solo la data di compleanno, forse Velvet, se mi miagola di essere in grado di sopportare il viaggio e un nuovo trasloco lontanissimo, insomma, se è d’accordo.
Poi farei sparire le nostre tracce, vibrisse e profumi, documenti e faldoni. A tutti, davvero tutti. Indistintamente. Lascerei le mie cose a chi ce le ha: che se le tenga, mi rimane un inscindibile cordone ombelicale, che lo si veda o no. Certa pigrizia emozionale e mentale annienta.
Pensare alla differenza tra le somme, le sottrazioni e le addizioni non interessa a molti: per lo più basta do not disturb; niente decisioni da prendere, niente spiegazioni da dare; niente di nuovo da avviare. Solo un flusso inconsciente come di un fiume d’acqua piovana in terre senza pioggia.
Così muoio. Toglimi la natura selvaggia, l’amore come lo intendo, così per istinto, e la giustizia, e muoio.
Oddio, se non me li togli muoio lo stesso, ma un po’ dopo, ecco.
Posso aprire il libro al capitolo “L’amore come lo intendo io” e capire che un buon correttore di bozze sarebbe auspicabile. Conto le palline colorate del pallottoliere.
Alone, all one.
Certe realtà sono disperanti, occhi vuoti, unghie mangiate, curiosità finte, monopaticità vera, fughe da Alcatraz e non, ginocchia che frullano nevrotiche sotto il tavolo, manie di protagonismo, astenia, agonie, pure esplosioni di ipocrisia apocrifa.
A Bruxelles non ci voglio andare. E a Lussemburgo neanche. Ma il concorso lo farò lo stesso.
Però adesso una casa l’ho trovata, all one è la casa per tutti. La geografia non c’entra niente.
Poi potrei partire e cavalcare pressocché perognidove. Come tutti.
Butto giù tutte le inutili asticelle del Mikado. E poi mi dedico a qualcosa di diversamente creativo.
Fuori c’è il sole e – more solito – che tanto basti.

Toni, Thony e toni

11 dicembre 2014


Dopo un dialogo pragmatico con la coscienza cheratinosa e un sogno in struttura quaternaria in cui sfoggiavo una lunga chioma in stile fidanzatina di Capitan Harlock, individuata la foggia a cui protendere, munita di tre santini stampati in bianco e nero – foglio A4 – dell’acconciatura nell’iconografia suggeritami dalla prode È., mezz’ora di passi lunghi (gambe corte) dopo, ero all’officina dei capelli capitanata da Toni con la testa reclinata tra le mani di una brava shampista.
Seguiranno dialoghi surreali.
Per non sottrarre energie alla crescita dell’io sperimento l’haircut. Perché a quanto pare la ricerca passa anche attraverso queste sacrosante minchiate.
Poi sono andata a vedere Giselle, ma questa è un’altra storia.


Ho sognato un serpentello di quindici centimetri al massimo che sembrava un lombrico grande, scuro, con la coda rossa. I lombrichi non hanno la coda, i serpenti neanche… Fa niente.
Poi il serpentello diventava un caneserpente molle, come un budino di cane con i contorni terremotati, come fosse un caneserpente molle su un tappeto vibrante. Ma stava fermo.
Ho pensato alla gentilezza.
Il garbo mi commuove con una pienezza come se ogni gesto gentile equivalesse ad aver salvato la vita di un bambino o di un essere umano umano. Gli sguardi che si posano sugli oggetti e sulle persone a volte vanno talmente al di là che ne perdo la connessione fisica, il possesso, si nebulizzano in sentimenti molli a quattro zampe; l’evoluzione dal serpente.
Posso giungere ad un’unica conclusione:
le dosi massiccie di zenzero fresco stanno cominciando a fare effetto.