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29 gennaio 2013


Quello che volevo da te era me.


Domenica ci siamo autocensiti. Però facciamo che domenica la chiamo “oggi”, perché questo post l’ho scritto domenica che all’epoca era “oggi”. E quindi.
Dall’altro capo del numero verde ci avevano detto: Unodidue! Sicché le scartoffie in più che hanno mandato a me dove ormai non abito più, son finite tra la carta da riciclare senza pagamento di sovratassa.
Così, dall’alto della scala bianca con la patacca nera ho suggerito a due di due l’assolvimento del dovere sociale, oggi che nessuno era contumace, oggi che preso il coraggio a due mani e quattr’occhi procedevo con l’avanzamento lavori di cambio stagione e svuotamento valigie “abiti inverno” e tanto valeva fare qualcosa di circa utile in due. Tanto fuori piove. E dentro no. E non è da tutti.
Urlando da una stanza all’altra a domanda rispondo, erogando informazioni di base su di me che magari prima o poi mattù imparerà a memoria – può tornare sempre utile -, sciocchezze tipo la data e il luogo di nascita, il titolo di studio, il luogo di lavoro…
Dove sei nata?
Ma proprio Bari Bari?
Il…?
(Sai il giorno del… come lo chiamano… compleanno?)
Ma i tuoi sono italiani?
(Ennò, stranieri di Bitonto virgola BA)
Però il momento clou è stato quello del pallino sulla situazione familiare dei due di due: il pallino su conviventi fa un certo effetto, confesso. Per certi versi, tipo scossa elettrica sull’ego per una come me che ce l’ha un po’ stropicciato, un po’ alterato.
Il fatto è che anche se fuori era buio, lo sapevamo lo stesso che dietro il buio c’era il bigio. E dentro invece c’era della musica, un paio di gatti scassaminchia, una tizia con le babbucce sulla scala e un tizio al computer a rispondere alle domande dell’Istat che saluta e ringrazia e tu che non sai bene che fartene del suo indice ma un’idea te la sei fatta.
Insomma, il censimento può essere una roba quasi romantica. A saperlo lo si faceva a lume di candela.
Chissà che a Berlusconi non abbia addirittura indotto delle erezioni spontanee.

Hospitale

19 ottobre 2011


Oggi sono stata nell’officina per aggiustare gli uomini, maschi e femmine. E i meccanici sembravano tutti bravi e gentili.
Mi sono sentita come Altan quando gli viene voglia di disegnare Pimpa.

Prove di viaggio

9 Maggio 2011

Non è facile pensarci puntualmente, minuto per minuto, mettere a fuoco e sparare a salve un pensiero superando la sindrome da incompreso e i dubbi sulle incomprensioni.

Non so chi sei, ti conosco, ma ti ho messo insieme come in un corso di cucito e non so se l’abito che ne è risultato ti stia a pennello oppure no. So che sei tu, in un disegno difficile da verbalizzare. Sei tu a carboncino su un foglio mio, ma non so come ti disegni tu e non so bene come chiedertelo e non so se chiedertelo: mi piacciono le cose che salgono su come bollicine e fanno friiiizzz nel naso, non mi piace scavare con caparbietà troppo razionale, non amo l’archeologia.
Ho racimolato parole scritte, una voce che diventava sempre più familiare, prima attraversando l’etere e poi l’aria fatta di ossigeno e ozono in percentuali variabili. Nord, sud, centro Italia, sud-ovest, sud-est. Imparo la geografia e le geografie apolitiche di pensieri apolidi.
Imparo il bazar delle low cost che ostruiscono i cieli e tappano i buchi vendendo sigarette finte come surrogato di sigarette vere e gratta e vinci, mentre qualcuno malamente si gratta con le mani in tasca e qualcun altro si fa il segno della croce e squilli di trombette registrate all’atterraggio.
Reggia e giardini visti da non troppo vicino che chissà se imparerò. Popolo nuovo, carne cruda, salse colorate, profumi agrodolci, campanelli per l’ingresso in macelleria e campane competitive per le chiese.
Mani conosco, occhi, sguardo, sopracciglia, piedi, collo, bocca, naso, mosca, lingua, altro: ogni particolare come in un puzzle di cui vivi l’insieme e sai ricostruirlo, ma mai che un pezzo sia proprio attaccato all’altro, c’è sempre qualcosa, come midollo invisibile che si frappone tra te e il paesaggio di un altro te che non sei tu.
Come un parquet fatto in casa per la prima volta.

Butterfly song

ms: maaaaaaaaaaaaaaa tu lo sai che è quello siflaccio del post?
Dasp: sfilaccio, immagino.  zafferano, direi
ms: ma lo sai perché ci hai cliccato su??
Dasp: però non so perché l’hai scelto
ms: non imbrogliare!
Dasp: ma secondo teeeeee… uf
ms: secondo me imbrogli
Dasp: e non mi hai rispostoooo. perché hai messo lo zafferano?
ms:  perché mi piaceva… non so come l’ho tirato fuori… ah, con “spade con le mimose”
Dasp: spade?
ms: cercavo qualcosa di aggressive, ma niente… il massimo era il pesce spada arrostito!
Dasp:  bbbono.  comunque meglio lo zafferano delle mimose
ms: beh, io sfilacciato non l’ho mai visto
Dasp: profuma e ci fai pure il risotto
ms: quello che compro io è bitorzoluto e beige
Dasp: bitorzoluto e beige?!?
ms: he… ma non è che ti stai confondendo con qualche altra cosa?
Dasp: io?
ms: quello che compro dall’equo e solidale è piccolo, bitorzoluto e beige.
UFFA
Dasp: ma lo zafferano è in stimmi. o in polvere
ms: c’è QUALCOSA CHE NON QUADRA…
Dasp: bitorzoluto e beige non l’ho mai visto
ms: google mi tira fuori solo zafferano rosso sfilacciato! uhm… uf-fa
ESISTE! AAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
è lo zenzero!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! la ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ mi ha fatto imbrogliare!
Dasp: tra te e filippo mi farete licenziare
ms: ? io e filippo che?
Dasp: mi fate schiattare dalle risate


Mi osservo con espressione costipata: incazzata calma, equilibrata nevrotica, malinconica allegra, spaventata impavida pavida.
Sì, mi osservo costipata nella molla delle retrocessioni e dei passi avanti.
Ma forse la definizione giusta me l’ha data or ora Dasp:
la vergine con il lume sempre acceso
(citazione evangelica)

Mi sa che sono io.
Non ne vado tanto fiera.
Però ci riderò su.
Parecchio.


“No, me l’ha spiegata Mr. cì”

Il film è spassoso, non ti sganasci ma magari esci dalla sala col sorriso sulle labbra.
Un’ebete che aveva bisogno di un’anestesia ridanciana lieve e senza fronzoli.
Comunque.
Mi aspettavo ci fosse Luc Besson tra i protagonisti e invece di lui nessuna traccia. D’altronde quello che io pensavo fosse Luc Besson in realtà non è Luc Besson… Ad ogni modo tra gli attori del film non c’era neanche quello che io ero convinta fosse Luc Besson ed invece Luc Besson non è e non ho idea di come fare a convincere cervello a trovare indizi che mi aiutino a indovinare chi sia.
Comunque.
Io l’avevo capito un po’ che quello era il Louvre, solo che poi mi sono persa nel ricordo del museo archeologico di Istanbul e quel continuum spazio temporale mi ha disorientata.
Oh.


Scopro nuovi motivi per amarti
e mi fa compagnia sempre lo stesso motivo per non dirtelo.

Della contemporaneità

6 settembre 2010

[9.39.11] dasp: ah, mi ha risposto il signor Vattelapesca
[9.39.27] ms: ?
[9.39.29] dasp: dicendo che la moglie è in vacanza all’estero
[9.39.34] ms: ah
[9.39.37] dasp: beatallei
[9.39.37] ms: beattalllei
[9.39.43] dasp: :D
[9.39.43] ms: :D

(Vabbè, io ho una passione per le doppie e le triplette… ma che c’entra.)

«Ero scioccata da tutto quel silenzio.»


(Post peel off con le figure agli alfa idrossiacidi del sono-alla-frutta uniti ai beta idrossiacidi dell’estratto acquoso. Trattamento ristrutturante intensivo per rimuovere  l’accumulo di cellule corneificate ed in tal modo promuovere il rinnovamento cellulare. Rimuovere la sottile pellicola grigia sollevandola con delicatezza per re-illuminare il fucsia. Test di autovalutazione in corso.)


C’era una volta bambina che scappò, ma poi capì che tante cose erano rimaste ferme indietro e bisognava riacchiapparle e digerirle.
C’era una volta bambina che cadde e si sbucciò il ginocchio in cortile. Salì su in casa-parenti-vari-ed-eventuali e piagnucolò. C’era una volta bambina che quando si rimisero tutti in macchina per tornare a casacasa, daddy le disse che se s’azzardava a fare ancora una volta tante storie per una cosa così, erano guai.
Erano guai.
Nell’editto era scritto anche Niente muso e niente tristezza se l’incontro con l’amichetta va a monte. Solo emozioni private, molto private, non vanno manifestate.
Neanche se apri la porta e cerchi una persona che all’improvviso non c’è più e non ha senso e non è giusto? No, no, ci mancherebbe, meno che mai… sennò sai che cinema!
Allora bambina, quando si infilò punta di forbici nella mano, stette zitta.
Quando si infilò il freno di una bici – minuscola ora, gigante allora – nel piede, fece pollicino con le gocce di sangue fino a casa. Zitta.
Alcol rosa che brucia su una ferita da quattro punti – ago e filo? Ahi. Zitta. Pallini e poi buio nell’ascensore, non svenne.
Occhei, diciamo che bambina era un po’ maldestra.
E aveva pure paura dei film di paura. Però un giorno si disse che ‘sta cosa non andava niente bene, sicché strizza gli occhi e guarda Phenomena.
Occhei, diciamolo, bambina era parecchio maldestra, di notte chiama “aiuto, aiuto”. Arriva la persona sbagliata, et voilà, il giorno dopo le fanno i complimenti per il trucco monoculare verdazzurro. Lei strabuzza l’occhio e capisce che sarà pure maldestra, ma c’è persino gente un sacco meno sveglia di sé sedesima.
C’era una volta bambina che sua cugina, quando rientravano dal mare, le faceva solletico tanto, ma tanto che ogni volta rideva a crepapelle talmente da dover supplicare in salsedine “basta basta”, ma cugina insisteva e lei – bambina – non ce la faceva. Sicché un giorno si disse che il solletico non lo soffriva più. E così fu.
Passarono i giorni e i mesi e gli anni, matite spuntate su un armadio.
Passarono i fatti ed anche le parole; quelle scritte, quelle parlate; quelle rivisitate e trasformate, imbruttite o imbellettate; memoria labile, quelle dimenticate.
C’era una volta bambina, solo un paio le foto imbronciate.
Forse troppe le emozioni e le paure congelate.
Ma è una storia véra?
Ma no, ma no, è Galbus’era.

C’era una volta adulta che andò a vedere un film che le piacque.
L’abbinamento della musica con le scene strambo, quindi perfetto. I personaggi, una sottile divertita e divertente presa per i fondelli. L’efferatezza di un gesto, più truce in una rappresentazione teatrale che nella realtà del protagonista. I fenicotteri rinominati, i cliché rimodellati. La follia non in quaderni su cui scrivere tronfia o sbigottita o lagnosa di sè, ha uno spazio largo come un recinto di struzzi che ti ingoiano gli occhiali e te li risputano buffamente sporchi di saliva. Poi puoi ripulirli, unirli tutti in un cerchio su cui far roteare una lampadina ed inventarti un mondo incantanto alternativo.

C’era una volta un aereoporto, un volo, un rientro e un sacco di persone sull’aereo. Una strafiga che le arrivo si e no al gomito, tira indietro i capelli nero corvino, ammicca con gli occhi che fanno pendant, nero corvino pure quelli, cellulare incastrato tra la spalla e l’orecchio, porge il biglietto e racconta ganza di uno che “Mah, sembrava il classico stronzo. Che poi, l’ho visto solo un giorno, sì… Comunque ha avuto una storia di quindici anni, quindi… Poi è finita: uno dei due avrà fatto una cagata, o lui o lei… ”  Sceneggiatura da Grande Fratello, Orwell ci ciecherebbe un occhio e comunque, signorina, per far finire le “storie” ci si mette in due secondo me, sa? Si collabora, mica cazzi.
Le divise Ryanair sono di una bruttezza inaudita, non me ne capacito. Scialbe più di un grembiulino da camieriera di un fast food dimenticato in una strada dimenticata del Tennessee, ci manca solo la macchia di sugo per la sublimazione della perfezione.
C’è un piccolo esercito di soldatini programmati che vanno a zonzo per il mondo fieri e fedeli al marchio che portano in sovraimpressione qua e là: ci dev’essere stata una convention. Incitazioni, convincimenti, lavaggio del cervello, fogliolina verde Herbalife. Si autodefiniscono “messaggeri del benessere”. Crepito e ingoio, le stupidaggini mi vanno di traverso. Mi giro verso il tipo che ho di fianco, legge un manuale dai fogli sottili che sembra tanto un codice civile. Spio: Gli atti degli apostoli. Aiuto! Sono circondata!
«Io non voglio le vostre vitamine!»
Poi mi chiedo, ma i messaggeri del benessere sono parenti degli spingitori di cavalieri?
Mattù, mi ami?
Ma io, miasmo?
Io dico che ci vuole una canzone a manovella.