La memoire - René Magritte


Ho il ricordo, il ricordo di quest’uomo per il quale ho pianto ma di cui mi rimane ben poco in memoria, quasi niente a parte lineamenti in versione sommaria e i baffi marrò. Per poi magari scoprire che non li aveva, i baffi.
Figlio di contadini, qualcuno lo chiamava la bestia, colpa dell’epilessia. Rideva spesso, era allegro forse con quella schiettezza che spinge ai margini.
Di lui nessuna fotografia. Il che è strano, perché sono piena di fotografie di quand’ero piccola, ma di quelle in cui bighellonavo ignara con le persone alle quali ero più legata o nessuna o poche.
Di quella me bipede in erba non è dato – chi, dove, come, quando, perché?… boh – sapere che tracce siano rimaste, a parte immagini e sensazioni su impalcature di ricordi sbiaditi come vecchie kodak, colori denaturati nel viaggio dal passato al presente – ’72, 80’s, 90’s, nuovo millennio – come immagini viste attraverso una lente deformante. Sono state, non sono più. Tutto si trasforma e vivi oggi, mica nella proiezione di ieri. Quantomeno questo è quello che voglio fare. Vorrei? Voglio. Per definizione di causa, anche se ad essere così volitivi c’è da cagarsi un po’ sotto.
Continuando a cercare e scavare nella terra, lì dove adesso è tutto pronto per costruire e impiantare il farsi accadere nell’essere, ho trovato scatole di latta con biscotti frantumati, come tesori per bambini dediti all’archeologia: è l’oniricologia. Funziona, o può funzionare.
Ora, qualcuno mi ha detto che ci sono cose con le quali si può convivere; l’ineluttabile fu. Quello che ha scatenato in chissà quale millesimo di secondo la sinapsi addetta all’istinto di sopra-sopravvivenza che funziona in modalità causa-effetto e che si reitera, si riproduce ogniqualvolta sei sottoposto allo stesso evento/stimolo o ad un evento che riconduca a quello arcaico.
“Può essere qualcosa accaduto nella fase pre-linguistica.”
Pre-linguistica che non parlavo? E quanto piccola ero? E rimango lì, incollata a quella, a fare il cartamodello… perché tanto non saprò mai cos’è?
Occhei. Ragioniamo. Io non voglio convivere con dei fantasmi. Sennò, scusate, che cazzo ci sono arrivata a fare a 37 anni? Me ne stavo in Paturniopoli, nei candidi adolescenziali sedici, a fare “meditation” – quando ancora non sapevo manco che esistesse – fissando la carta da parati, che se Huxley avesse saputo quello che ci vedevo mi avrebbe fatto un’intervista; altro che peyote. E ci saremmo divertiti un sacco.
Quindi, su questa tipologia di ineluttabilità ci vorrei ragionare e invito al convivio tutti gli strizzacervelli di tutto il pianeta.
Perché l’evoluzione della specie deve pur essere servita a qualcosa. C’è un senso che però, forse, ci sfugge e sfuggendoci in qualche modo ci deresponsabilizza. Perché se c’è una cosa che ho imparato leggendo Lorenz, convivendo con anatidi e felini, cercando il dialogo con teleostei, molluschi e testuggini, è che il comune denominatore che ci lega al mondo animale (e chissà se pure a quello vegetale) è l’aggressività per difesa (per l’uomo anche solo quella immaginata) l’abitudine all’abitudine, il terrore al cambiamento e di qui alla coazione a ripetere il passo è breve.
Abbiamo la circostanza attenuante: l’istinto di sopravvivenza.
Ecco. Se hai, tipo, anni uno, che ancora non hai capito dove sei, e perché non è più tutto morbido e liquido e perché siano scomparse le luci soffuse, che ti toccano ora solo una tantum nella giornata (e che è una giornata… ?) e magari quando vorresti fare altro, ma devi eseguire gli ordini (ma che sono gli ordini… ?)… beh, quando sei in difficoltà fai quello che puoi, con gli strumenti che hai ed è sicuramente la scelta migliore che tu possa fare. Quando hai un anno.
Ma tutto si trasforma. Pure tu. Gli strumenti che hai a disposizione cambiano.
Ed hai almeno un paio di cose – … no, di più – che gli animali non hanno (o quanto meno così ce la raccontiamo, poi non si sa, io dei dubbi ce li avrei pure): il dono della parola, il raziocinio e la capacità di farne a meno quando occorre, la consapevolezza, la possibilità di instaurare le relazioni al di fuori di schemi fissi precostituiti; hai il presente e sai di averlo o quanto meno ci puoi pensare. E sai che tutto si trasforma. Tutto. E ci sono cose che puoi trasformare con le tue stesse mani, persino tenendole in tasca.
Si potrebbero gocciolare rimembranze in episodi, transitarli altrove, su una specie di pianeta dei ricordi dove giochino a nascondino o si svelino, dove ritrovino la loro identità, una qualsiasi, ma distinta da quella del passato, discinta. Come fossero filastrocche incistidate nel cervello disincastrate e fatte libere con un unico semplice gesto o con uno squillo dell’ugola.
Quindi, io coi fantasmi non ci sto.
(hahaha)

«Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Ecco tutto il segreto dell’autonomia e l’unico principio di una educazione in cui si tratta di imparare a imparare da soli.»
Noi che desideriamo senza fine, Raoul Vaneigem