Toni, Thony e toni

11 dicembre 2014


Dopo un dialogo pragmatico con la coscienza cheratinosa e un sogno in struttura quaternaria in cui sfoggiavo una lunga chioma in stile fidanzatina di Capitan Harlock, individuata la foggia a cui protendere, munita di tre santini stampati in bianco e nero – foglio A4 – dell’acconciatura nell’iconografia suggeritami dalla prode È., mezz’ora di passi lunghi (gambe corte) dopo, ero all’officina dei capelli capitanata da Toni con la testa reclinata tra le mani di una brava shampista.
Seguiranno dialoghi surreali.
Per non sottrarre energie alla crescita dell’io sperimento l’haircut. Perché a quanto pare la ricerca passa anche attraverso queste sacrosante minchiate.
Poi sono andata a vedere Giselle, ma questa è un’altra storia.

Sottotitolo: I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor, ma anche no


Nel mondo fuori piove tantissimo, scroscio variamente modulato in un pentagramma fradicio-melodico, parolacce di umani lontane dalle mie coltri, dalle orecchie e dai circuiti emozionali. Una pacchia.
Di giorno le emozioni sono accadimenti. Stai lì a osservarle, qualcuno ci sputa sopra, tu magari cerchi la quadratura del cerchio con le reazioni coatte, le cacci come mosche cercando di non essere proprio tu quella merda su cui ambiscono a posarsi.
Di notte è tutta un’altra storia: si rivelano in segni bluastri sulle pagine dei sogni come ne Il nome della rosa, indizi pulp-gotici per scoprire arcani lì lì dall’essere svelati. Quando l’anima corre il rischio di amputazioni anche infinitesimali, arriva di notte e ti tira le orecchie, foss’anche travestita da fico d’india con le mutandine di pizzo, stanne certo.
Di giorno giochi con lo skate sulle curve della vita o stai fermo in affidamento pigro ai neuroni a specchio.
Con il calar della notte i neuroni fanno la staffetta, arrivano gli amichetti nottambuli, con un carico di simboli e stimoli che i Re Magi in confronto trasportano pivellame.
Così stanotte ho pomiciato con un Drăculești, che era il mio compagno (termine retrò) il quale per venirmi a far visita, a quanto pare, non aveva altre alternative se non quella di tirarsi su da una botola del pavimento presentandomisi con volto ceruleo e canini sporgenti. Eravamo perplessi entrambi, lui un po’ rammaricato, io in affabulazione con le residue facoltà cognitive. Si tenta il bacio, i suoi canini mi prudono il labbro inferiore, fritto misto di inquietudine e disagio blando. Son quasi le sette e mezza di sera. Lo guardo, ho deciso: “Ascolta, vado a comprarti due belle bistecche prima che il supermercato chiuda: non ho voglia di correre il rischio che mi tiri via tutto il sangue residuo.”
Concorda.
Direi di aver instaurato un dialogo proficuo con il mio endometrio.

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Ho sognato un serpentello di quindici centimetri al massimo che sembrava un lombrico grande, scuro, con la coda rossa. I lombrichi non hanno la coda, i serpenti neanche… Fa niente.
Poi il serpentello diventava un caneserpente molle, come un budino di cane con i contorni terremotati, come fosse un caneserpente molle su un tappeto vibrante. Ma stava fermo.
Ho pensato alla gentilezza.
Il garbo mi commuove con una pienezza come se ogni gesto gentile equivalesse ad aver salvato la vita di un bambino o di un essere umano umano. Gli sguardi che si posano sugli oggetti e sulle persone a volte vanno talmente al di là che ne perdo la connessione fisica, il possesso, si nebulizzano in sentimenti molli a quattro zampe; l’evoluzione dal serpente.
Posso giungere ad un’unica conclusione:
le dosi massiccie di zenzero fresco stanno cominciando a fare effetto.

9 agosto
The cat is on the train; e ha paura.
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15 agosto
The cat is under the table, con aria regale.
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16 agosto
The birthday is “on” the cat, ma the cat chissà se lo sa. Per festeggiarla ho sognato un’intera insalata di tonno prelibato.

Ignara ignorante porto via con me, dal MamBO, Pasto nudo

Pasto nudo - William S. Burroughs
e una volta a casa scopro un’aggiunta a matita nell’elenco della bibliografia.
Poi leggo in diluizione temporale gli istanti raggelati di quest’uomo che imparo piano anche ad amare.

«Se i paesi civili vogliono ritornare ai Riti Druidici di Impiccagione del Bosco Sacro o bere sangue con gli aztechi e nutrire i propri déi con il sangue del sacrificio umano, che vedano chiaramente ciò che mangiano e bevono. Che vedano chiaramente che cosa c’è sulla punta di quel lungo cucchiaio che sono i giornali.
Ho quasi ultimato il seguito di Pasto nudo: un’estensione matematica dell’Algebra del Bisogno oltre il virus della droga. Dato che esistono molte forme di dipendenza ritengo che tutte obbediscano ad alcune leggi di base.»

Passano i giorni; ho in sospeso solo le ultime pagine dell’ultima postfazione di quest’edizione rivisitata.
Corro in stazione, sbuco fuori da un sottopassaggio, salgo su un autobus che espira aria calda e rumori ovattati, scendo a Caselle, ricordo Pertini, mi metto in fila in una coda insolitamente lunga, tolgo gli stivali, non faccio bip, prendo un cappuccino e aspetto; ritaglio il biglietto lungo la linea tratteggiata, pregusto il saluto che si scioglie in un abbraccio, risate e puttanate sparate a gogò. Che facciamo? Niente o qualsiasi cosa o un po’ e un po’.
Vedo MiPì e – tra un bicchiere di vino rosso e una ricottina lussuriosa dai capezzoli in striscioline di peperone caramellato – mi avvicino all’idea di un nuovo tentativo sperimentale, l’acchiappo e ingoio ansia in piccole dosi distillate alla rinfusa nei giorni a seguire.
Cerchiamo la musica. La troviamo.

Migliaia di forme espressive possibili e a ciascuno la propria apomorfina.
In aeroporto, in un uncinetto fitto fitto di coincidenze, mentre studio una certa forma dettata dal corpo, una vocina fotocopiata mi sussurra:

«Non bisogna volere ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si vuole.»

Nel sogno quasi mi andava una lingua di traverso. E non era la mia.

E Bertoldo e Bertoldino?

18 novembre 2013

Ciao a tutti, sono SpeppaSpeppa. I miei mi hanno dato un doppio nome perché era gratis e perché non potevano permettersi un secondo figlio quindi, così, ogni volta che mi chiamavano, li animava l’impressione di averne due, anche se io sono stata sempre una. Ho una testa coperta da tanta cheratina in fili castani ondulati un po’ di qua un po’ di là, che fa da contenitore ad ancora non ho capito bene cosa, due occhi amplificati dagli occhiali che perciò diventano quattro, due sopracciglia sobrie, due orecchie, due otoliti, un naso con due narici, una bocca con un tot di denti (quasi tutti, tranne quelli del giudizio che non ci stavano) dieci dita, due mani, due braccia complete di gomiti, due polsi così cosi, un cuore che non vedo mai, ma con cui parlo spesso con il telefono senza fili, e dei didentri molto riservati; due pallottine loffie che da grandi avrebbero voluto fare le tette, ma non gli è riuscito granché bene ed ora si accontentano del surrogato della filosofica beltà; una pancia, un ombelico che si affaccia su tutti gli annessi e connessi – e secondo me è ancora lì a chiedersi cos’è quella roba là sotto che a volte è tappata come una bottega oscura -, due chiappe che insieme fanno un sedere, due gambe con ginocchia a scrocchio che hanno bisogno di coccole e due piedi con cinque dita ciascuno. Tutto questo ambaradan di roba comunicante mi consente di fare strani esperimenti e un mucchio di cazzate.
Vi confesso di non essere tanto preoccupata per la faccenda dei ghiacciai che si sciolgono: ho rubato questa piccola caramella di egoismo dal paniere per poter essere semplicemente contenta del fatto che l’inverno dura sempre meno, ché a me le giornate colorate di grigio mi fanno un effetto tanto strano, per sostenerlo ci consumo un sacco di energia anche se non sempre me ne accorgo. Però, siccome sono fondamentalmente una bambina buona – se non altro perché la cattiveria è una cosa noiosissima come una buccia di banana finta -, sono sempre lì a studiare dei modi per salvare il mondo e disentropizzarlo per quel pochetto che dalla mia microscopia di SpeppaSpeppa mi è possibile fare. Tipo: evitare le confezioni di plastica. A volte immagino lo spazio occupato da tutti i contenitori vuoti di tutti i supermercati del mondo e capisco che in un sistema teorico di aree, saremmo già tuttitutti intubati in spazi chiusi di petrolio solidificato in plastica puzzolente.
Sicché. I detersivi alla spina sono una cosa che mi intriga assai e mi entusiasma come un giro in giostra. L’inghippo è che per qualche arcano ingiustificato motivo, costa almeno il doppio dei mostri inquinanti. E a me di essere presa per il culo (per intero o per ciascuna delle chiappe) dai no global quando già mi tocca destreggiarmi costantemente per scansare le fregature dei global, non mi va per niente niente.
Quindi, dopo un tot di sedute di pragmaticalmumblemumble, ho partorito l’idea dello Scioglimento del sapone di marsiglia (marchio registrato al di là dello specchio). Ingredienti: contenitore vuoto (riciclato) di plastica, saponetta di marsiglia 100% senza frizzi e senza lazzi, acqua calda. Attrezzi: coltello con lama a prova di bambino, ché di cerotti ne ho pochi e al pronto soccorso non saprei come arrivarci.
Istruzioni tecnologiche: gratta gratta la saponetta con il coltello per ridurla in scaglie polverose e profumate (che eviterai di inalare per scongiurare eventuali conseguenze dannose ignote delle inspirazioni marsigliesi); versa le scaglie nel contenitore di plastica vuoto nel modo che ritieni meno inopportuno; riempi il contenitore di acqua calda ed agita per agevolare scioglimento e mescolamento.
Ora. A me è successo un fatto strano che chiameremo Saponificazione del sapone: adesso lavo i panni con un blob gelatinoso che sembra una conserva di meduse bianche squagliate al sole. Però funziona. Mi manca solo qualche passaggio della fisica contemporanea per comprendere il fenomeno fino in fondo, ma potrei scommettere sull’importanza della temperatura dell’acqua in cui sciogliere le scaglie.
Poi è successo che: un giorno sono andata a dormire tutta trulla e ho sognato che – plof!! – gli scarti del mio metabolismo erano tanti piccoli cervelli. SpeppaSpeppa, piccola cacasenno o parte razionale in gita verso i delta dei fiumi a tuffarsi del mare?
Boh, chiamiamola fuga di cervelli. Ad ogni modo gli stronzi intellettuali viaggiavano come pacchetti informativi dei vecchi modem… cagosi bit cognitivi?
Ce n’è abbastanza per far inorridire il pargoletto di Piero Angela.

Nasciturlo

6 agosto 2013


L’acqua scorreva fresca dal rubinetto e il detersivo faceva le bolle nella piscina inox dei piatti come i nostri discorsi a squash, quelli che quando sei piccola ti dici Per carità, mai e poi mai! e poi invece ci inciampi con destrezza rincorrendo ostacoli come un puledro impazzito mentre cerchi di megafonare all’altro stati d’animo che ancora non hanno quella limpidezza necessaria e mentre, con una piccola quota di disperazione a tinte pop, speri e sai che l’unica soluzione è che li acciuffi e li capisca da solo per la Magia del Caso Mai Completamente Fortuito.
Il serpente dormiente cominciava a srotolarsi nello stomaco spingendo come un feto prepotente contro l’ombelico e già si affacciava l’idea sul bordo del balcone della mente, quindi si è fatta viva, in abito da sera, la cognizione del bisogno soffocato per necessità sociali – anche in agosto, persino adesso che le strade sono spopolate come sul set de I Sopravvissuti – mentre mi schiumavo sotto la doccia ed asciugavo la vasca e spargevo borotalco alla lavanda (che non odora più di lavanda) per casa, mentre sceglievo slip leggeri nonostante di pesanti non ne abbia, mentre giocavo a sperimentare l’accento spurio del mio linguaggio interiore, alla ricerca delle soluzioni possibili.
Gambe all’aria sulla testata del letto e posizione improba di lettura serale, alternative possibili me ne si sono prospettate solo tre – abitacolo di auto in corsa, stadio per sfogo emulativo alla Candy Candy, camicia di forza nel caso optassi comunque per l’impopolare grido nei campi – per lanciare quell’urlo ormai maturo che mi tocca ingoiare ogni volta perché non trova (o non gli offro) la sua autostrada espressiva per mere complicazioni logistiche. Quello che se uscisse – mi dicevo dal didentro – esploderebbero i vetri, vibrerebbe fortissimissimo l’asse terrestre e per un attimo la terra girerebbe più veloce, si fermerebbero gli animali ad ascoltare stupiti, esploderebbero tutti i vetri del pianeta ma senza fare rumore; nessuno si farebbe male, forse qualcuno rimarrebbe perplesso ma poi dimenticherebbe in un battibaleno come si fa persino con le più brutte tragedie, ma io finalmente sarei libera e conserverei a lungo il ricordo di quell’energia a sonagli suonata dall’anima con vigore tale da trascinare in processione entusiasta ogni singola cellula e piccolo minuscolo atomo e minuscolissimo sotto quark in una matrioska di fuochi non artificiali come in un trenino impazzito di note stonate reintonate e illuminate.
Poi è successo che ho continuato a leggere La stanza del vescovo, l’ho finito, ci ho pensato un po’ su, ho annotato luogo e data per conservarne il ricordo quando (e se) sarò vecchia e ancora più rincoglionita, mi sono ricomposta in una postura più idonea alla fase ROM, REM e strange beat e mi sono addormentata. E qui poi non so chi ci ha messo lo zampino, fatto sta che c’erano spruzzi di sangue da qualche parte e poi nella fessura delle antine dell’ascensore – che mi portava su o giù? – mentre si chiudevano o si aprivano e qualcuno che minacciosamente mi brandiva un coltello contro e io che UrloImageUrlo scrittourlavo.
Stamattina mi sono accorta che stavo già un po’ meglio. Ergo, ecco a me ed ecco a voi, la quarta possibilità: quella che anche se tizi di tutti i piani e dei palazzi vicini vi sentono, tanto voi che ne potete?
Ma vale comunque la pena cercare un modus più liberamente fruibile di catarsi esplosiva.
Mentre mi cimento, intanto ringrazio Morfeo.