9 agosto
The cat is on the train; e ha paura.
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15 agosto
The cat is under the table, con aria regale.
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16 agosto
The birthday is “on” the cat, ma the cat chissà se lo sa. Per festeggiarla ho sognato un’intera insalata di tonno prelibato.

Nunca o mas?

6 gennaio 2014

L’unica cosa che mi disturba parecchio dell’essere economicamente ristretta come un dado glutammato è sottostare a una connessione internet con dispensione di byte che manco il primordiale modem a 54cappa. Lo odio, lo odio, lo odio. Per il resto, non mi manca nulla, non ho bisogno di niente e se sono depressa i soldi non c’entrano.
Breszny esorta le Bilance a scrivere un libro. Ed io medito di comprare una bilancia pesapersone colorata da infilare sotto il mobile posto sotto il lavello del bagno e salirci su di tanto in tanto, così, per decidere se calare di ottocento, mille grammi, milleecinque, duemila. Non ne ho mai avuta una mia, l’ho quasi sempre trovata nelle case che ho abitato in dispersione poco scenica come le muse di Capitan Harlock. Essere etereo, sebbene rompicoglioni. Ci sono, ma con basso peso specifico. Posso essere fastidiosa, ma non reco disturbo. Ordinata come una formica, inconcludente come una cicala. Soffoco eppure respiro.
Mio padre, in fondo, non ha fatto altro che sedurmi e abbandonarmi. Non ha perso tempo: mi ha dato circa cinque o sei anni e poi non andavo già più bene. Peccato che dei primi tre non ricordi granché. Me ne avanzano altri tre: un po’ pochini per vivere sereni. Comunque continuo ad odiare di più la connessione lenta dell’hotspot, più di lui. Perché un certo tipo di odio matura e diventa una specie di merda secca, puoi usarla come concime o lasciarla lì ché tanto non inquina. Forse ti diranno che no, che poi poi poi con la morte (la sua) sono cazzi. Non crederci a prescindere. Pensaci. Valuta. Considera anche che potresti pure crepare prima tu, chennesai. Ci sono pietre come highlander e highlander come pietre e sassolini nelle scarpe. Ecco, tieni pure qualche sassolino nelle scarpe dell’anima e prova a massaggiartici i piedi.
E quindi gli uomini. Gli uomini non ti sorprendono mai, mi dico. E poi mi rispondo: certo, li scegli tu e li scegli in modo che non ci siano sorprese tra i quadrati avorio ed ebano di cui conosci già le mosse: insomma, è quello che si chiama un campione statistico poco rappresentativo. Tuttavia. Tuttavia devo riconoscermi un nucleo di ingeuità che fa un po’ tenerezza, ha un’età disallineata con quella anagrafica, non sfugge ai dettagli della carta di identità che mi dà spessore in questo mondo, in questa strada, in ufficio: è l’antiologramma a seguito del quale tocca pure pagare le tasse (un fottio, nella fattispecie).
E quindi gli uomini: quando dò loro fiducia non ci credono, la rivendicano e finiscono per tradire la mia. Lo schema si ripete. E’ sempre la stessa onda che si rifrange e più il tempo passa più mi risveglio esausta sulla riva. Ma le impronte che mi ritrovo ad osservare sulla sabbia umida cambiano. Il sale è sempre più salato. Il tepore del sole sempre più amato. Le vibrisse di Velvet su per il naso sono il nuovo sudoku e Smilla continua a mancarmi.
Sono andata a vedere capitan Harlock perché ne sono sinceramente innamorata, adesso lo so per certo. Veh. E’ evidente che se continuo a preferire i manga al flesh and blood non ne verrò fuori. Ma il punto è che al momento non ho altro, e quindi non vedo perché dovrei privarmene. D’altronde ne faccio un uso molto saltuario, né mi sembra la cosa rientri tra i peccati capitali, persino il papa farebbe spallucce e passerebbe senz’altro ad un altro argomento.
Capitan Harlock di Shinji Aramaki -locandina

Ezra mi ricorda molto mio fratello: fategli i capelli meno sparati in testa (vale a dire meno glam), gli occhi castano chiaro (e i capelli pure) ed è praticamente uguale. Non è in sedia a rotelle high tech perché deve aver bevuto roba magica dal santo graal quando ancora era in placenta: se i mass media rendessero pubbliche le sue avventure da redivivo probabilmente comincerebbero a fare la fila per chiedergli miracoli. Però comincio a sospettare che mi odi all’incirca nello stesso modo – sia pure per motivi molto più oscuri e frastagliati -, ma non so quanto sia pronto ad ammetterlo con la stessa franchezza e a comportarsi di conseguenza. Di mio ho frapposto chilometri di distanza ed anni luce di tristezza (Amen) e poi ho ricominciato a far finta di niente, perchè a volte così è se vi pare.
Insomma, che dirvi di Capitan Harlock.
Fico è fico e non ci sono cazzi (tutto molto platonico: è uno dei limiti dei cartoon d’infanzia della mia generazione, sui nuovi non sono aggiornata)
Le donne sono solo tre – anzi quattro, ma una non la si vede mai, se non attraverso un fiore -, ma buone. Sottili come amantidi religiose, ma più che assassine esili Giovanne D’Arco. Gli uomini sono tantissimi, burocrati guerrieri seduti che sembrano antenati di Brunetta sovradimensionati. Gli eroi sono due: si passeranno il testimone, ma rimarranno entrambi in vita.
L’originale mi piaceva di più, ma non importa.
Ops, qualcosa di là scoppietta: se non è la rivoluzione dev’essere l’uovo sovraccotto. Scusatemi…


La dimensione della cacca di Velvet mi lascia sempre un po’ sbigottita. Soprattutto se rapportata alla mia.
Son sicura che persino insigni scienziati rimarrebbero perplessi.


Dopotutto siamo noi.

La coerenza mi sfugge di mano come un’anguilla. Si ferma un attimo su un fiore e poi fa un guizzo che sembra la Campanellino di Peter Pan, quella che non gliela darà mai. O chissà.
I vestiti stesi invece che asciugarsi si bagnano.
Gattonumerouno e gattonumerodue, invece di leccarsi e annusarsi si rincorrono con soffio felino e zampa armata.
Nell’era dell’annunciata digitalizzazione della Pubblica Amministrazione l’accesso a internet fa il verso a un bambino cybernetico mai nato che dispone di meno di un quinto delle sue facoltà internautiche. Ho accesso a un elenco di siti istituzionali che hanno più o meno l’utilità di una ragade su un seno da ciucciare.
La statistica è un vezzo, un gioco, un imbroglio apparecchiato per guadagnare – o in alternativa fustigare – di più piuttosto che per lavorare meglio. Nello specchio d’acqua, cerchi concentrici si allargano intorno a un sasso: ideologia fascista vestita da maestrina elementare con figa di legno e cuore di stagno: burattino.
E se la Coop sei tu e una delle filiali di colei che sarei io, a portata di carrello – anzi, secchiello rosso con le rotelle – è putacaso uno dei supermercati con consuetudini commerciali di vendita talmente poco trasparenti da essere al limite della truffa, allora l’ Apparteniamo a un generis autofottente? diventa una specie di domanda-boomerang che ti insegue, ti insegue, ti insegue, finché non trovi chiare fresche acque in cui annegare i cattivi pensieri. Puntualizzo: non sono quelle dell’acquasantiera le fresche acque.

L’involucro

3 marzo 2011

 

Ieri involucro camminava come al solito, come se niente fosse.
Io, dentro, dormivo sveglia in preda alla narcolessia senza capacitarmi bene di come involucro riuscisse a trascinarmi dentro di sé affrontando l’intera giornata, intrepido e sprezzante del pericolo.
La partitura del pericolo era poggiata su un leggio di giunco, vibrava col vento a tratti solido a tratti pericolante e faceva una strana musica, melodiosa, inconsapevole, rockettara, pop, metal jacket, classica senza o con poesia. Un sacco di note, tutte mie senza esserlo, perché non c’è possesso al mondo che regga in questa terra che è l’unica che (non) si conosca.
Io e involucro ci siamo infilate sotto le coperte tra quelle lenzuola di prato coi fiori arancioni e turchesi alle ore 21:02 e alle ore 21:03 eravamo già sprofondate in un sonno tranquillo e sincero, con la colonna sonora delle fusa di Velvet nel collo.
Stamattina ho riaperto gli occhi negli occhi di miciagatta che come un soldatino peloso mi guardava fissa dall’angolo del letto a cinque centimetri dalla mia faccia con un’aria interrogativa gattese: Ma come, le galline sono sveglie già da un pezzo e tu fai suonare la sveglia tre volte? (miciagatta sa contare!)
Oggi involucro potrà contare su di me un po’ di più.

Ciao, sono annala
due parole su di me
Nasco bianca e coi capeli lisci
Tempo mi fa da parrucchiere,
i capelli mi diventano quasi ricci
tempo si fa pittore,
il colore vira al fucsia
ora mi chiamano anche msspoah
Sono un po’ qua un po’ là
in realtà né qui né altrove
chi mi cerca non mi trova
chi mi trova non mi cerca
vivo di notte
dormo di giorno
quando morirò sarò salva, come tutti
e non mi chiederò più chi sono
pattinerò veloce tra le nuvole
le piroette scalderanno il cielo
oppure no

Se mi dici che mi cago in mano, so cosa risponderti:
“No che non mi cago in mano, ho un vasino a forma di paperella.”

Sheer simplicity

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13 febbraio 2011


Io sono quella che abità lì, in quella casa senza inferriate alla cui finestra sgargiantoneggia il pareo freakettone a mo’ di tenda, giallo e arancione coi tulipani rossi dalle foglie verdi qua e là.
Io sono quella che la macchina di nuovo non le parte, quella che hai visto armeggiare inutilmente con il cofano, richiuderlo e andare via mugugnando noiosa come una verruca.
Sono quella che ha il cordless farlocco che non funziona e si interroga sulle proprie vite precedenti per capire il karma di questa e si risponde che il karma è qui, in questa vita.
Nei miei tempi e nei miei sogni, nei miei errori. E’ in alcune delle cose che butterò via e in alcune che terrò, non perché ne valga la pena, ma solo perché non sono in grado di liberarmene.
Sono quella che si dice che non vuole rimanere in quell’ hula hoop, e poi.
Poi cerco le risposte nelle pupille di gatta che si allargano e si restringono nel tondo verde. Mi spiega in una sorta di alfabeto morse dei suoi spazi e dei miei, di come si intersecano e si fanno vicinissimi fino a toccarsi per farsi le fusa. Mi spiega la naturale analogia tra i nostri battiti, il suffit de passer le pont.

Que siti

8 novembre 2010

1. Se Velvet continua così mi diventa gatta con gli stivali: ha fatto fuori 4 mosche e dire che io ne avevo intercettato solo una. Il mio dubbio è: ma poi gli stivali glieli devo comprare io?

2. Se hai progettato un sito internet di un’azienda che fornisce un pubblico servizio (fa niente che c’è la postilla S.p.A., è la solita presa per il culo), si pregia dei propri servigi così come tu probabilmente ti pregi del fatto che ti sia stata commissionata la progettazione del sito internet, come cacchio ti salta in mente di scegliere caratteri celesti su sfondo senape?

3. Il mio medico continua a ricordarsi il mio nome proprio di persona e a sorridermi, salutandomi con l’occhiolino. Sembrerebbe gli stia simpatica ed io mi domando e dico Sarà mica perché ci vado così di rado? E’ che, per corrispondenza di amorosi nonsensi, ad un altro numero non ben definito ma relativamente cospicuo di autoctoni sto sulle palle almeno quanto loro stanno sulle palle a me. I conti non tornano, sono rimasti solo i cavalieri (finti)

4. Ma Cesare Ragazzi, lui che non voleva darla vinta ai calvi, lo conosce berlusconi?