Un ideale confusionario di sessuologia prese una curva ripida in discesa, frenò senza frenare e andò a sbattere velocemente contro un muro torbido di gesso e sale.

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Titanio

7 ottobre 2018


Ho voglia di sbottonarti la camicia che non hai
e baciarti sul collo
Srotolare la cinta che non hai a liberare i pantaloni che ricordo
per accarezzarti piano
Vedere scarpe che non hai, sfilate veloci, danzare disallineate fino a quel pezzettino di parquet su cui si ammucchierà tutto il resto
e stare su di te respiro dopo respiro
assaggiarti la bocca
giocare con la lingua
starti così attaccata che
i confini danno le dimissioni per fare largo a quel punto di fusione che a volte si sperimenta facendo l’amore


《Figuramoci più su》, dice la bambina.
《Poi magari invece in alto alto là, laddove si arriva da fermi immobili, ci sarà un’atmosfera ovattata》, elucubra l’adulta dal viso pallido, 《però aspetterei ancora un bel po’ prima di andare a verificare: devo ancora festeggiare questo compleanno e vorrei rimanesse spazio ancora per tanti altri.》


Testa tra le
(gambe)
olfatto recettivo
L’amore voleva suicidarsi legato ai binari di un treno?
No, voleva macchie di leopardo sul cuore.


Nacqui, longitudine e latitudine erano numeri primi. Lo sono ancora: la città galeotta sta ancora lì.
Trascurando quelle dei passaggi fugaci, sono giusto giusto nella settima casa.
Direi che è arrivato il momento di lasciarmi andare e imparare il casqué, ho pure l’ascendente giusto, a voler essere prosaica ma anche no.
Ora mi tocca scendere dal cavalluccio marino.


Flutti, frutti
frangiflutti
frasi, note, disegni brutti
gabbie senza zoo
zoo senza guardiani
guardiani senza prigionieri
geometrie di tonalità
e tonalità in geometrie
spazi riempiti e riempitivi
cadute in libera frenata
pensieri in groppa
ed altri in scatola
punteggiatura
invadenza
crudescenza
scienza
scemenza
gattonare in piedi
saltare da seduti
guardare ad occhi spenti
le code dei serpenti
su cui il buio fa da luce
Tele
ragni
Dipinti
congiunzioni
Non è il sale quel che manca all’insalata
da una matta rivoltata


Potrei rifurgiarmi anch’io in una visione cartesiana del mondo, è facile, basta distinguere le emozioni fondamentali dalle altre e poi decidere su base aritmetica.
Per esempio:
gioia+desiderio=speranza
teniamo la gioia, eliminiamo il desiderio, la speranza si nebulizza in un riporto per altre operazioni, che so, una divisione acerba o una moltiplicazione per beoni cattolici.
Trasformare il modo di vivere in una palla grigia di intenzionalità estremista islamica senza darlo a vedere.
Una parte di me vulnerabile, distratta e sottratta da quel che è meglio e giusto e che abbia un briciolo di senso vorrebbe piangere lacrime di piombo da far cascare in testa ai ciechi e ai sordi, quelli con piene le tasche dei pantaloni di ammennicoli e chiavi e spiccioli e il cellulare. Una pienezza orba e sorda. Mi ricordo di me fino a qualche anno fa: incazzata isterica urlante eppure muta ovvero rassegnata eppur parlante, non sono brava a fare le cose per due, a dare la corda a me e all’altro, a trainare il carro e a fare il bue, il cocchiere e il passeggero. Non sono brava e non voglio, perché adesso intravedo con maggiore lucidità la trappola che ti addenta la caviglia e ti tiene attaccata agli sbagli reiterati. Errori di gioventù, miracoli soppressi, feti implumi che hai paura a far nascere, retaggi e nessuno che ti abbia mai detto una volta: “Vai bene anche così” invece che “Puoi fare di più”.
Quel “di più” che non sai cos’è, né quant’è, quando ci si arriva. In chili? e come? in miglia o in potere del denaro, in potere del potere e quale potere? Quel “di più” buttato così come un secchio in un pozzo che non conosci è il piombo tra il pomo d’Adamo che non hai e l’ombelico che ti esplode.
Quando finalmente scopri cos’è, sputi via la pappa preconfezionata da consumarsi preferibilmente entro un termine congruo per il passaggio alla vita adulta. Però ti serve un dizionario gestalt per imparare a gestire tutto quel mondo, sei Alice e il Cappellaio matto, il gatto lo vedi ridere al buio o nell’intermittenza delle luci, capire quali sono fulminate; ti offri il tè e lo sorseggi; ti va di traverso? ti dai un colpetto sulla spalla per ripigliarti. Ti bruciano gli occhi, non metti a fuoco? Vai di nuovo dall’oculista. Esci da lì e ti accorgi di non averle posto una domanda fondamentale. E mò ti arrangi, presa al lazo dall’ennesimo caZo di problem solving. Finalmente ti si illumina il chip, ti rendi conto che – a parte il confronto a mille miglia di distanza con l’amico storico, olimpionico nella gara dei fuori pentagramma, subentrato quando i danni dell’infanzia erano ormai compiuti ma non ancora ben computati – nessuno ti ha insegnato a prenderti cura di te o ti ha dato un’importanza incondizionata e disinteressata che non seguisse solo l’impronta di un’ansia che fagocitava qualsiasi parvenza e retrogusto affettivo o che non comportasse una qualche delega a.
È questa l’impronta. Quindi sarà una passeggiata zebrata, lo so. Un percorso sulle strisce pedonali, guarda a destra, guarda a sinistra, i parapiglia col semaforo, ora il rosso, poi il verde, il giallo che dura troppo poco, biciclette che ti sibilano di fianco o tu in sella; alcune strade tranquille, altre troppo larghe per farle tutte d’un colpo senza rischiare di trasformarti in una striscia pure tu, fantasiose nuances, gente che distrattamente finisce per camminarti sopra. Se ci provano, giuro che faccio la schiuma.

* Il titolo lo devo a John Keats