E Bertoldo e Bertoldino?

18 novembre 2013

Ciao a tutti, sono SpeppaSpeppa. I miei mi hanno dato un doppio nome perché era gratis e perché non potevano permettersi un secondo figlio quindi, così, ogni volta che mi chiamavano, li animava l’impressione di averne due, anche se io sono stata sempre una. Ho una testa coperta da tanta cheratina in fili castani ondulati un po’ di qua un po’ di là, che fa da contenitore ad ancora non ho capito bene cosa, due occhi amplificati dagli occhiali che perciò diventano quattro, due sopracciglia sobrie, due orecchie, due otoliti, un naso con due narici, una bocca con un tot di denti (quasi tutti, tranne quelli del giudizio che non ci stavano) dieci dita, due mani, due braccia complete di gomiti, due polsi così cosi, un cuore che non vedo mai, ma con cui parlo spesso con il telefono senza fili, e dei didentri molto riservati; due pallottine loffie che da grandi avrebbero voluto fare le tette, ma non gli è riuscito granché bene ed ora si accontentano del surrogato della filosofica beltà; una pancia, un ombelico che si affaccia su tutti gli annessi e connessi – e secondo me è ancora lì a chiedersi cos’è quella roba là sotto che a volte è tappata come una bottega oscura -, due chiappe che insieme fanno un sedere, due gambe con ginocchia a scrocchio che hanno bisogno di coccole e due piedi con cinque dita ciascuno. Tutto questo ambaradan di roba comunicante mi consente di fare strani esperimenti e un mucchio di cazzate.
Vi confesso di non essere tanto preoccupata per la faccenda dei ghiacciai che si sciolgono: ho rubato questa piccola caramella di egoismo dal paniere per poter essere semplicemente contenta del fatto che l’inverno dura sempre meno, ché a me le giornate colorate di grigio mi fanno un effetto tanto strano, per sostenerlo ci consumo un sacco di energia anche se non sempre me ne accorgo. Però, siccome sono fondamentalmente una bambina buona – se non altro perché la cattiveria è una cosa noiosissima come una buccia di banana finta -, sono sempre lì a studiare dei modi per salvare il mondo e disentropizzarlo per quel pochetto che dalla mia microscopia di SpeppaSpeppa mi è possibile fare. Tipo: evitare le confezioni di plastica. A volte immagino lo spazio occupato da tutti i contenitori vuoti di tutti i supermercati del mondo e capisco che in un sistema teorico di aree, saremmo già tuttitutti intubati in spazi chiusi di petrolio solidificato in plastica puzzolente.
Sicché. I detersivi alla spina sono una cosa che mi intriga assai e mi entusiasma come un giro in giostra. L’inghippo è che per qualche arcano ingiustificato motivo, costa almeno il doppio dei mostri inquinanti. E a me di essere presa per il culo (per intero o per ciascuna delle chiappe) dai no global quando già mi tocca destreggiarmi costantemente per scansare le fregature dei global, non mi va per niente niente.
Quindi, dopo un tot di sedute di pragmaticalmumblemumble, ho partorito l’idea dello Scioglimento del sapone di marsiglia (marchio registrato al di là dello specchio). Ingredienti: contenitore vuoto (riciclato) di plastica, saponetta di marsiglia 100% senza frizzi e senza lazzi, acqua calda. Attrezzi: coltello con lama a prova di bambino, ché di cerotti ne ho pochi e al pronto soccorso non saprei come arrivarci.
Istruzioni tecnologiche: gratta gratta la saponetta con il coltello per ridurla in scaglie polverose e profumate (che eviterai di inalare per scongiurare eventuali conseguenze dannose ignote delle inspirazioni marsigliesi); versa le scaglie nel contenitore di plastica vuoto nel modo che ritieni meno inopportuno; riempi il contenitore di acqua calda ed agita per agevolare scioglimento e mescolamento.
Ora. A me è successo un fatto strano che chiameremo Saponificazione del sapone: adesso lavo i panni con un blob gelatinoso che sembra una conserva di meduse bianche squagliate al sole. Però funziona. Mi manca solo qualche passaggio della fisica contemporanea per comprendere il fenomeno fino in fondo, ma potrei scommettere sull’importanza della temperatura dell’acqua in cui sciogliere le scaglie.
Poi è successo che: un giorno sono andata a dormire tutta trulla e ho sognato che – plof!! – gli scarti del mio metabolismo erano tanti piccoli cervelli. SpeppaSpeppa, piccola cacasenno o parte razionale in gita verso i delta dei fiumi a tuffarsi del mare?
Boh, chiamiamola fuga di cervelli. Ad ogni modo gli stronzi intellettuali viaggiavano come pacchetti informativi dei vecchi modem… cagosi bit cognitivi?
Ce n’è abbastanza per far inorridire il pargoletto di Piero Angela.

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Il piccolo principe dalla testa grossa bevve l’acqua dal lavandino del cielo, sbirció verso la casa dai muri rossi di fronte a sé e pensò che la luce del sole non sarebbe mai passata da una finestra disegnata sul muro…  Poi una vocina nella testa gli bisbiglió: “Però, poi, chissà”.

E la luna bussò

13 giugno 2012

Un giorno di lettere leggere dallo spazio cibernetico fatto di azzurro scuro e qualcosa di luccicante, conobbi una notte buia che rimuginava su come fare per diventare mattino, anzi mattina, ché lei voleva rimanere signorina e sperimentare come le stavano i capelli rossi.
Decise di provare indossando un kilt a fiori scozzesi. Lo cercò in tutte le botteghe oscure, quelle aperte solo a notte fondissima, ma niente, continuavano a ripeterle: “Ma signora Notte, non c’è dolce né gabbato che ci abbia ancora mai pensato.”
Allora cercò una sarta tra le nuvole che gliene cucisse una su misura, ma erano tutte indaffarate a rinacciare stelle nel cielo per rinnovarne il guardaroba di gala per le serate estive… Caldi i falò e le estremità di sigarette mantenute accese dalle aspirazioni; prima che il fumo uccida ci sono un mucchio di cose da fare.
… Poi la luna bussò.
Chi le aprì?

Signorina, c’è la luna

16 dicembre 2009


– Ciao.
– Ciao.
– Quindi…
– Già.
– Va bene, signorina. C’è la luna. Balli con me?
– … perché?
– Signorina… balli con me?
– Occhei… anche questa, però.
– Occhei.


Farò la ballerina, la psicologa, conoscerò tutte le lingue. Farò il gatto, l’anatra e durante le vacanze il delfino. Parlerò con le balene e con loro andrò nello spazio. Mangerò le margherite e farò la cacca verde smeraldo. Questo nel tempo libero. Per guadagnarmi la pagnotta, invece, farò la giocoliera oll eraund d uorld, così.
Sarò grande dentro e piccola fuori e poi grande fuori e piccola dentro.
E tutti gli altri pure.

 


Ci sarà una volta una scienziata che sarò io.
Quando sarò scienziata libera (sottolineo libera e non strizzatela troppo quella parola lì, ché dentro c’è un sacco di succo e succo di sacco) intanto, visto che loro, i cattivi capitalisti non me ne daranno, per implementare le mie ricerche inventerò in un battibaleno fenomenico un modo per fabbricare i soldi o un modo per farmi bastare e avanzare quelli che ho, cosa che, mi sa, è moltissimo più semplice della prima che ho scritto…Già il teletrasporto, per esempio, è un bel risparmio anche per andare in vacanza. Poi inventerò un amorometro, tra le altre cose. E una giusta unità di misura…una roba alla Willy Wonka. Servirà a capire alla svelta le persone che non vogliono decidere per sé e cercano qualcuno che decida per loro, in un tribunale con i banchi di cioccolato. L’amorometro verrà utilizzato per dirimere le questioni delle coppie noiose e spaventate che non si sanno decidere; quelle che però,
se lo strumento scientifico sancisce che nun ce sta niente da fa’, loro si dimettono dal ruolo di scassaminchia accoppiati e si dedicano finalmente e bellamente ad altro, senza sensi di colpa e senza pippe. E vissero felici e contenti.
I figli, se ci sono, nel frattempo ciucceranno cioccolato…un poco dietetico, ma senza schifezze dentro…vedrò di inventare pure quello, sennò mi diventano obesi e non va bene.
Poi il giudice li porterà al parco.
(bla bla bla..piripì piripà)
[05/11/2009 17.22.53] scrive: (chuckle)

The end
(E pensate, vi risparmio il racconto dell’horror vacui Trenitalì. Mica cazzi…Scusate, mi sono sfavolata…)