Short bus


Sarà perché quando fai un sorso dal toret [leggasi tʊ’rɛt] ti vengono i cattivi pensieri, fatto sta, mentre assaporavo la gioia dell’abbeverarmi – con la mano destra poggiata su un corno, il gomito a mimare un’ala, protuso verso l’alto – una goccia, balzandomi sul naso, mi ha rimpallato un pensiero impuro travestito da fancazzista. Insomma, mi son detta: ” Ma va’, l’unica volta che ho urlato Riddamelo, ti prego! è stato quando mi han rubato il cellulare”. (Cronaca di un momento straziante, degno de La ciociara).
Udita dall’esterno è una riflessione tale che, in effetti, un tanto al chilo, senza starci troppo a pensare, mi si potrebbe ficcare honoris causa nella sceneggiatura di Shortbus ad allungare le fila dei personaggi sessualmente sfigati a giocare con l’ovetto in vagina per poi scoprire che ha le pile scariche. Eppure, ascoltata dall’interno, è solo magicamente buffa, fa l’eco ludico in quella caverna in tinte astruse che talvolta diventa la mia testa: prendere il toro per le corna e ridere di Clitemnestra (un nome, una parolaccia) che da tempo, scalmanata, è scappata dalla finestra. Il toro insegue Clitemnestra e vissero felici e contenti. E tu, nel frattempo, finalmente, fai il cazzo che ti pare.
Quindi, fossi in me, non mi prenderei troppo sul serio. Ed ora credo di essere abbastanza in me.
L’equilibrio tra substantia ed essentia ha bisogno solo dei pannelli solari. Per i toret, invece, ci vorrebbero i rubinetti.


Quale enzima mi manca nella saliva, impasti di tributo proteico al karma, quello sballato, spingono contro l’ugola pigra. Spavento pavento vento. Sole inaspettato e cosechefannosessonamaskar, gli salterei addosso e gli leccherei le parole.