Potrei rifurgiarmi anch’io in una visione cartesiana del mondo, è facile, basta distinguere le emozioni fondamentali dalle altre e poi decidere su base aritmetica.
Per esempio:
gioia+desiderio=speranza
teniamo la gioia, eliminiamo il desiderio, la speranza si nebulizza in un riporto per altre operazioni, che so, una divisione acerba o una moltiplicazione per beoni cattolici.
Trasformare il modo di vivere in una palla grigia di intenzionalità estremista islamica senza darlo a vedere.
Una parte di me vulnerabile, distratta e sottratta da quel che è meglio e giusto e che abbia un briciolo di senso vorrebbe piangere lacrime di piombo da far cascare in testa ai ciechi e ai sordi, quelli con piene le tasche dei pantaloni di ammennicoli e chiavi e spiccioli e il cellulare. Una pienezza orba e sorda. Mi ricordo di me fino a qualche anno fa: incazzata isterica urlante eppure muta ovvero rassegnata eppur parlante, non sono brava a fare le cose per due, a dare la corda a me e all’altro, a trainare il carro e a fare il bue, il cocchiere e il passeggero. Non sono brava e non voglio, perché adesso intravedo con maggiore lucidità la trappola che ti addenta la caviglia e ti tiene attaccata agli sbagli reiterati. Errori di gioventù, miracoli soppressi, feti implumi che hai paura a far nascere, retaggi e nessuno che ti abbia mai detto una volta: “Vai bene anche così” invece che “Puoi fare di più”.
Quel “di più” che non sai cos’è, né quant’è, quando ci si arriva. In chili? e come? in miglia o in potere del denaro, in potere del potere e quale potere? Quel “di più” buttato così come un secchio in un pozzo che non conosci è il piombo tra il pomo d’Adamo che non hai e l’ombelico che ti esplode.
Quando finalmente scopri cos’è, sputi via la pappa preconfezionata da consumarsi preferibilmente entro un termine congruo per il passaggio alla vita adulta. Però ti serve un dizionario gestalt per imparare a gestire tutto quel mondo, sei Alice e il Cappellaio matto, il gatto lo vedi ridere al buio o nell’intermittenza delle luci, capire quali sono fulminate; ti offri il tè e lo sorseggi; ti va di traverso? ti dai un colpetto sulla spalla per ripigliarti. Ti bruciano gli occhi, non metti a fuoco? Vai di nuovo dall’oculista. Esci da lì e ti accorgi di non averle posto una domanda fondamentale. E mò ti arrangi, presa al lazo dall’ennesimo caZo di problem solving. Finalmente ti si illumina il chip, ti rendi conto che – a parte il confronto a mille miglia di distanza con l’amico storico, olimpionico nella gara dei fuori pentagramma, subentrato quando i danni dell’infanzia erano ormai compiuti ma non ancora ben computati – nessuno ti ha insegnato a prenderti cura di te o ti ha dato un’importanza incondizionata e disinteressata che non seguisse solo l’impronta di un’ansia che fagocitava qualsiasi parvenza e retrogusto affettivo o che non comportasse una qualche delega a.
È questa l’impronta. Quindi sarà una passeggiata zebrata, lo so. Un percorso sulle strisce pedonali, guarda a destra, guarda a sinistra, i parapiglia col semaforo, ora il rosso, poi il verde, il giallo che dura troppo poco, biciclette che ti sibilano di fianco o tu in sella; alcune strade tranquille, altre troppo larghe per farle tutte d’un colpo senza rischiare di trasformarti in una striscia pure tu, fantasiose nuances, gente che distrattamente finisce per camminarti sopra. Se ci provano, giuro che faccio la schiuma.

* Il titolo lo devo a John Keats

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Potrei lanciarmi nella sperimentazione del caso:
SmILF transoceanica.

Us and them

19 luglio 2014


In mattine come quella di ieri, di cispe che cascano come braccia all’ascolto del radiogiornale, mi chiedo.
Se sappiamo cosa davvero colpiamo con i missili autoesplosivi della stupidità,
cosa davvero coloriamo di grigio e nero con i pennelli enormi della superficialità,
e perché nessuno ci racconta, tra una notizia brutta e l’altra, che basta mettere del sale grosso su petali freschi in un piccolo recipiente chiuso con qualche foro,per diffondere per casa, per giorni, il profumo dei fiori.
Ciò che rimane da fare è godere del fresco e delle chiacchiere di certe serate, acchiappare al volo tutti gli altri colori possibili del vivere e lasciarli ovunque come molliche di pane.
Estemporanea di TT

Estemporanea di TT


Cuore di Gesù

5 novembre 2013


Espressione mestizia-disappunto-noia, appiattimento subcutaneo, scarpe con tacchetto da suora laica ed esplosione glamour: maglietta nero pece da cui un cuore grosso così di velluto rosso munito di ali e scritta in arcaica doratura Love is in…” (da qualche parte, dietro una piega), fa la lapdance attorno alla filosofia del mondo di mezzo.
Torna alla mia mente l’icona classica kitch: il cuore di Gesù trafitto, forse chiuso in una teca nella chiesa dei Santissimi Medici o di un Santissimo e basta. Odore d’incenso, ma quello che non mi piace.


Prodotti postali, cervelli in cuccia:

Biscotti per cani fatti da te
50 ricette sane e naturali per il tuo migliore amico

Miserere

6 marzo 2012

Ma io mi domando e dico. Perché mai uno dovrebbe trascorrere ore e ore col culo appiattito su una sedia per forgiare effigi cognitive che decretino “se sia la tradizione cattolica ad avere prodotto le menti leghiste o se siano state le menti leghiste ad avere stravolto la dottrina cattolica” quando abbiamo già il dilemma (vergato all’uopo) dell’uovo e la gallina?
Non siamo mai contenti.

Verniciamento

13 novembre 2011


L’installazione più interessante è l’ingresso. Ché se ti trovi di fronte alla scelta tra l’entrata per i VIP e quella disaggettivata, mentre decidi da quale delle due varcare la soglia per accedere allo show, sei già dentro la diapositiva di questo tempo che, non trovando scampo e vie d’uscita innovative, si ritrova appiattito senza entusiasmo su rivisitazioni vintage e sperimentazioni molli che fanno un po’ tristezza, ma forse annunciano un futuro di riscatto.
Innestato in questo presente.