Le storie dei vicini di casa sono sempre strane, anonime, torturate dalla televisione, trasparenti, rumorose o no, stereotipate, incerte, originali, loffie, acronime di dettami antichi o cliché di quelli moderni: cittadini!
I guardiani dell’Ade abitano al piano di sotto e sembrano i bisnonni antipatici di una bambola taroccata che fa il verso a Barbie, ma è indietro spanne e venti di gloria dalla pupa prediletta. Sono membri a pieno titolo della categoria anziani-non-si-capisce-bene-quanto-rincoglioniti, di sicuro arcigni; dubbia la percentuale di acidità di lui, sicuramente acetata fino a livelli di corrosione cloridrica lei.
Lui sembra succube; lei, cyborg dall’occhio piccolo e vitreo, si muove a scatti come la Caterina del film con Alberto Sordi, sibilando suggerimenti di azioni bellicose all’orecchio del marito. Lei non ride, non sorride, qualsiasi movimento delle labbra che non sia una smorfia di disprezzo o impassibilità ma rimanda a un gesto educato, sembra espressione grottesca di un ictus emozionale.
Sul via vai delle stagioni calde, dalla cantina al garage, dal garage alla cantina, abbiamo costruito un piccolo romanzo noir per bambini insonni (ma impavidi), in cui i due protagonisti – assassini provetti, come i personaggi di un’ottocentesca, lugubre, Inghilterra dei misteri – fanno a pezzi le loro vittime riassemblandole in container conservati nell’autorimessa. Barbablù piemontesi, servitori di un dio intollerante che non vuole che si usi mai eppoimmai il cancello elettrico per uscire con la bici e che ha urgenza incontinente di debellare dal mondo questioni perticose il cui annientamento non giova a nessuno, se non altro perché il problema, quello per cui si minacciano rimostranze a babbo amministratore di condominio, non esiste.
Col tepore, come animali usciti dal letargo, amano farsi i cazzi che non sono i loro, soggiornando sul proprio balcone da cui controllano il microcosmo condominiale. E guai se ti beccano, a fare cosa non si sa.
Ora. L’altro giorno, è successo un fatto strano. Era uno di quei giorni in cui ti senti come se gli occhi ti luccicassero di entusiasmo e vita e hai l’impressione che una certa percentuale della popolazione incontrata per strada riesca a percepire qualcosa o – in subordine – che questi pensieri folli siano un segno dell’opacizzarsi della tua lucidità mentale. Epperò stai così bene che inneggi alla mattitudine e chi s’è visto s’è visto.
Rientro trulla come una gazza con il mio bottino di gioietta inconsulta a casa, e inciampo nello sguardo di lui nel portone. Mi fissa e non favella.
L’educazione mi impone un “Buongiorno!”
Niente, nessuna reazione.
Ritento, alzo il tono di voce, lo guardo dritto negli occhi perché capisca che mi rivolgo a lui, anche se non c’è nessun altro, si sa mai che pensi stia salutando il fantasma formaggino alle sue spalle: “Buongiorno!”
Sento un respiro, poi una specie di mugugno, poi qualcosa si accende nel suo sguardo e quasi esulta per aver acchiappato il pensiero o il ricordo, l’illuminazione: “Ah, ma sei quella dell’ultimo piano!”
Con l’eleganza che mi contraddistingue: “He! Non mi aveva riconosciuta?”
Mi viene incontro, mi prende la mano e me la stringe in un saluto continuando a fissarmi come se fossi la madonna e augurandomi una buona giornata prima che scompaia detro le sliding doors dell’ascensore.
Avrei potuto pensare che fosse in preda a quei vuoti che affliggono i cervelli senili, stanchi e non più elastici o elaborare teorie sull’aureola che ci circonda in certi giorni a nostra insaputa. Nell’indecisione e per non sciupare la magia, ho lasciato perdere ogni ulteriore elucubrazione.
Però anche oggi, mentre era lì ad osservare la gioventù sciamannante in uscita dalla scuola di fronte, in un modo che mi ha fatto tenerezza, mi ha salutato con un Ciao sorridendo e senza esitazione.
Anna dei miracoli mi fa un baffo e io non uso la ceretta.