Scusi, lei… sì, lei, scusi… devo darle del lei, no? Per quanto ancora pensa di fare lo slalom finto in lungo percorrendo il corridoio col capo sghembo, piegato di lato in quella posizione innaturale che manco un tacchino, gli occhi dietro gli occhiali che a volte sì a volte no, le braccia a fare da scudo attorcigliate ai fascicoli, l’andatura molleggiata ma veloce per accelerare la fugacia del percorso che parallelo si incrocia a quello dell’altro in quel battibaleno che aiuta ad evitare qualsivoglia contatto sia pure l’estemporaneo Buongiorno?
Perché, sa, lei non puzza, profuma persino; è un adulto di bell’aspetto con modi urbani, nonostante le fughe da blattella germanica inseguita. Timido, dicono. Lo so bene, è complicato, ma può superarla la timidezza, si fidi. Qui sembra di essere ne I sopravvissuti, l’equilibrio tra i generi (nel senso di gender, intendo) si è estinto: ci venga incontro almeno lei. Ma mica per la riproduzione dico, stia tranquillo. Per esempio, pensi che io ho lavorato con uno dei protagonisti di Ocean’s Eleven senza colpo infierire: quando spalancava la porta con il sole che lo illuminava, gli occhiali a specchio, la camicia bianca e mi apostrofava con il suo Ciao, stellina c’era da avere le fibrillazioni come un’adolescente davanti al poster del suo idolo che si fa carne. Ma io ce l’ho fatta, pensi che cogliona; ho una scala di valori coi pioli rotti tutta mia, che ci rimango sempre con i desideri furbi imbrigliati dentro.
Faccia così: porti pure sua moglie in ufficio oltre al casco, ma non si sottragga. Sia buono. Sennò ci rimane solo topo Gigio magro desquamato che quando ci si affaccia nella sua stanza si viene investiti dal muro odoroso senza possibilità di risarcimento danni. Timido. Pure lui.
Che poi, a ‘sto punto io mi chiedo: ma nelle mutande, voi uomini, vi ci guardate troppo, troppo poco o niente niente? Non dialogate manco con lui?
Boh.

Porco Giuda ballerino

2 agosto 2017

Lavoro in un luogo in cui ci si aspetterebbe di carpire – quanto meno in alcuni dei corridoi – stralci di discorsi di un certo spessore e un minimo di intensità emotiva, considerazioni dotte, valutazioni sociali, filosofie dottrinali che nei momenti di pausa davanti alla macchinetta del caffè prendano anche delle derive inclusive, quelle che dal particolare microscopico della specificità del proprio lavoro, spazino allargando gli orizzonti fino ad includere cose più o meno banali che rientrano a pari merito nel tutto e trovino nell’ironia e in quella bellezza dell’intelletto scevra da egotismo il loro legante.
In un lasso di tempo tristemente breve il ci si aspetterebbe ha subito una duplice metamorfosi: dal mi aspettavo fino ad arrivare al mi aspetterei, sopra il quale ho poggiato fermamente un piede per evitare che mi sfuggano gli ultimi vitali aneliti di speranza nel genere.
Per cui oggi, ferma ad aspettare quel caffè macchiato che il Bianconiglio sputerebbe via schifato e indignato, ho percepito un brivido galoppare lungo la schiena quando ho sentito qualcuno del piccolo capannello appena formatosi alle mie spalle, pronunciare un esortativo e ironico: “Edulcora!”.
Mi rimane lo struggimento del non essermi voltata – consapevole della presenza del virgulto spilungo di sangue blu che non s’abbina tanto bene (e non per cromatismo) al mio sangue fucsia – per individuare la fonte vocale di quello spiraglio di luce e quindi capire se vi fosse qualcosa di realmente divino o solo l’ennesimo fake.


Un mito che non tramonta: come l’idiozia aiuta a rimanere vivi, circa.