Scopri di più? Ormai ci vorrebbe un archeologo.
Comunque, grazie.


L’affetto per Pasolini mi scaturisce spontaneo, senza briglie e sempre commosso… forse perché è difficile condividerlo fino in fondo con quella carnalità che suscita.
A dirla con Peppino Impastato:
«Invece della lotta politica, la coscienza di classe, le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla e difenderla. E’ importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.»
La bellezza mette radici, tutto il resto non lo so.

«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.
Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale». (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975)


Scusi, lei… sì, lei, scusi… devo darle del lei, no? Per quanto ancora pensa di fare lo slalom finto in lungo percorrendo il corridoio col capo sghembo, piegato di lato in quella posizione innaturale che manco un tacchino, gli occhi dietro gli occhiali che a volte sì a volte no, le braccia a fare da scudo attorcigliate ai fascicoli, l’andatura molleggiata ma veloce per accelerare la fugacia del percorso che parallelo si incrocia a quello dell’altro in quel battibaleno che aiuta ad evitare qualsivoglia contatto sia pure l’estemporaneo Buongiorno?
Perché, sa, lei non puzza, profuma persino; è un adulto di bell’aspetto con modi urbani, nonostante le fughe da blattella germanica inseguita. Timido, dicono. Lo so bene, è complicato, ma può superarla la timidezza, si fidi. Qui sembra di essere ne I sopravvissuti, l’equilibrio tra i generi (nel senso di gender, intendo) si è estinto: ci venga incontro almeno lei. Ma mica per la riproduzione dico, stia tranquillo. Per esempio, pensi che io ho lavorato con uno dei protagonisti di Ocean’s Eleven senza colpo infierire: quando spalancava la porta con il sole che lo illuminava, gli occhiali a specchio, la camicia bianca e mi apostrofava con il suo Ciao, stellina c’era da avere le fibrillazioni come un’adolescente davanti al poster del suo idolo che si fa carne. Ma io ce l’ho fatta, pensi che cogliona; ho una scala di valori coi pioli rotti tutta mia, che ci rimango sempre con i desideri furbi imbrigliati dentro.
Faccia così: porti pure sua moglie in ufficio oltre al casco, ma non si sottragga. Sia buono. Sennò ci rimane solo topo Gigio magro desquamato che quando ci si affaccia nella sua stanza si viene investiti dal muro odoroso senza possibilità di risarcimento danni. Timido. Pure lui.
Che poi, a ‘sto punto io mi chiedo: ma nelle mutande, voi uomini, vi ci guardate troppo, troppo poco o niente niente? Non dialogate manco con lui?
Boh.

Porco Giuda ballerino

2 agosto 2017

Lavoro in un luogo in cui ci si aspetterebbe di carpire – quanto meno in alcuni dei corridoi – stralci di discorsi di un certo spessore e un minimo di intensità emotiva, considerazioni dotte, valutazioni sociali, filosofie dottrinali che nei momenti di pausa davanti alla macchinetta del caffè prendano anche delle derive inclusive, quelle che dal particolare microscopico della specificità del proprio lavoro, spazino allargando gli orizzonti fino ad includere cose più o meno banali che rientrano a pari merito nel tutto e trovino nell’ironia e in quella bellezza dell’intelletto scevra da egotismo il loro legante.
In un lasso di tempo tristemente breve il ci si aspetterebbe ha subito una duplice metamorfosi: dal mi aspettavo fino ad arrivare al mi aspetterei, sopra il quale ho poggiato fermamente un piede per evitare che mi sfuggano gli ultimi vitali aneliti di speranza nel genere.
Per cui oggi, ferma ad aspettare quel caffè macchiato che il Bianconiglio sputerebbe via schifato e indignato, ho percepito un brivido galoppare lungo la schiena quando ho sentito qualcuno del piccolo capannello appena formatosi alle mie spalle, pronunciare un esortativo e ironico: “Edulcora!”.
Mi rimane lo struggimento del non essermi voltata – consapevole della presenza del virgulto spilungo di sangue blu che non s’abbina tanto bene (e non per cromatismo) al mio sangue fucsia – per individuare la fonte vocale di quello spiraglio di luce e quindi capire se vi fosse qualcosa di realmente divino o solo l’ennesimo fake.


Cammini dalle 15:56 e sono le 18:23. Hai tempo, una piazza ampia e la panchina all’ombra.
“Mi siedo”, ti dici.
“Levo le cuffie”, ti dici. “Sennò rimani fuori dal mondo nella tua bolla”, precisi, uscendo scalza da te stessa e osservandoti da fuori.
Hai vicini di panchina. Ascolti. Ascolti a destra, ascolti a sinistra. Cominci a macinare commenti silenti come chicchi di caffè da tostare ancora chiusi nel barattolo.
“Sei la solita impossibile rompicoglioni”, ti dici.
“Sarà. Fortuna sua, Alfonso Ferrero della Marmora è a cavallo sul piedistallo. Da lì, se non ha il vento a favore, almeno, non sente niente.”


Occhiali da vista di metallo dorato traboccanti, una Magnum, P.I. femmina con taglio corto vagamente biondo da video dei Duran Duran, per fare una sua gamba devo aggiungere un braccio alla mia, pantalone largo lunghezza tre quarti, camicetta dai fiori tristi che manco mia nonna nei pomeriggi in campagna, si tormenta il labbro tra il pollice e l’indice fissando il cellulare. Squilla la suoneria che non sceglierei mai.

– Turudùtutùdudùtutù?
– Pronto, ciao, piacere di conoscerti
-…
– Mi spiace sapere poco di te, so solo che di certo sei una persona entusiasmante.

Wow, in diretta, l’inizio di una storia? Parole scambiate, abbinate a corpi che non si conoscono?

Ennò: crostificazione di dilemmi esistenziali di un amico comune, direi il tipo che lei sta frequentando, da quando? due anni; stile di vita e gradazioni delle cazzate, conseguenze, scoperte recenti, comportamenti complicati negli ultimi mesi.

– Tu di sicuro capisci e conosci quel mondo, cioè… credo…
– …
– Secondo te… poi magari sbaglio… mi immagino che foste un po’ nel giro… secondo te, il livello che aveva all’epoca di – diciamo così – bella vita era estremamente preoccupante?
-…
– Certo
-…
– Sì sì
-…
– Ti capisco perfettamente
-…
– Sì
-…
– No, non ti dico che abbiamo problemi di quel tipo adesso. Ti chiedo se un intervento di quel genere da parte della famiglia fosse giustificato o meno, all’epoca
-…
Si alza, si allontana.
– Spero non mi si spenga il telefono

Mannaggia, un’altra mezz’ora così e ci usciva un romanzo da ombrellone alla Patricia Cornwell.

Altoparlante, voce registrata:
– Siamo in arrivo iiin… Milano centrale.

Mi specchio nelle sliding door, pochissimo sliding, poco door e mi dico che sembro Heidi nella versione 2.0.
Campeggia coerente il mio zainetto fucsia e ho fame.


Testa rasata china sul cellulare,
chissà passarti un dito contropelo sul collo;
non ci piaceremmo
Labbra da anatroccolo, occhi tondi
camicia blu semispalancata tirata sul pettorale gonfio, occhieggia il tribal tatuato
In alternanza geometrica optical minimale, i puntini bianchi e marroni della camicia, sulla spalla larga passano dalla forma tonda a quella ovale per catapultarsi poi come piccole biglie dentro i jeans
Sul culo sodo e stretto ride una piega che mima i Levi’s,
si scende a sigaretta aderente fino ai risvolti che in prossimità della caviglia non osano toccare il bordo delle sneakers arredate dal logo dell’omino a cavallo con la mazza da hockey pronta al colpo
Il pollice accarezza il cellulare sottile su e giù, le immagini scorrono, su qualcuna si sofferma e poi ritorna alla carezza compulsiva.
Rimpiazzata l’auto come estensione del pene, rimpiazzato il pene come estensione del sé.
Peccato.