Fuffoidi

15 ottobre 2013

C’era una volta un’imputata. E reati tristi e impuri, di noiosa fraudolenzia; distrazioni e associazioni usuraie sbrilluccicanti di sporcizia luminescente. Difensori mediocri con parole di cartone riciclato male e pubblici ministeri a sciorinare lungaggini da ridurre il padiglione auricolare a chewingum desaporito da un’eccessiva masticazione. Pubblici impiegati con maschere detrilussate: le risate schiette un retaggio nascosto in angoli di scatole di gomma su cui rimbalza qualsiasi verità elementare. Ci sono giorni che cominciano con la paura di un’impercettibile scossa di terremoto, un mantra strano, tanto più grande di te, e si ritrovano avviluppate in un manto di noia grigia come uno spesso batuffolo di polvere che nasconde il bello alla vista. Alla ricerca di uno sguardo diverso, allo specchio sei a tu per tu con una faccetta stanca e… C’era una volta un punto interrogativo esterrefatto che si domandava di soppiatto come mai più nessuno lo sollecitasse veramente. Si cucí l’entusiasmo addosso e col suo fagotto di curiosità da soddisfare continuò a cercare.
Buh!

Soppressata

13 settembre 2013

Riforme o reflussi esofagei.

Purceddu
Soppressate

«Nessuno può salvarti tranne te stesso. Ti metteranno più volte in situazioni quasi impossibili. Cercheranno più volte con i sotterfugi, la finzione e la forza di costringerti a sottometterti, ad arrenderti o a morire in silenzio dentro di te. Ma non farlo, non farlo. Non è una guerra facile da vincere, ma se ce n’è una degna di essere vinta, questa sicuramente lo è. Nessuno può salvarti tranne te stesso, e tu sei degno di essere salvato.»
(Charles Bukowski citato da Brezsny citato dalla Spoah – che sono io – per consolarsi.)

Naked single

2 giugno 2013


Sono in ufficio con la collega il cui ingresso nei ruoli in un luogo di lavoro già scalcagnato, ha minato quell’equilibrio che assolutamente non c’era. Ognuno fa il cazzo che gli pare e i più lo fanno male, in versione dogvilliana.
Dal suo certificato medico che mi mostra con quell’ingenuità che spesso in lei si mischia a flash di lucidità acuminata, apprendo che tutte le mie ipotesi erano tristemente corrette: una vita che è un campo minato; per sopravvivere, tra un sorso e l’altro di varichina in deboli tentativi poco mistici di suicidio, fare lo slalom in andamento lento con ciascuno dei propri mostri psichici. L’altro te che ti rende fragile ed egoista, lucido e col cervello in pappa e – comunque e sempre – fortemente dipendente, alla ricerca spasmodica ed estenuante di affetti che così come sei fai ancora più fatica a conquistare. Perché sei vittima e carnefice di te stessa e molte delle persone intorno inciampando in te non dissimulano un’aria estremamente infastidita per poi allontanarsi (o allontanarti) alla velocità della luce appena possono. Se non possono, sfilano dalla tasca il costume da SuperMeschino, si rifugiano nella cabina delle loro ipocrisie e frustrazioni per una rapida vestizione e inquinano l’aria scorreggiando un’iperbole di cazzate nei modi e nei verbi.
E io sono in ufficio con lei, da sola. Perché è sabato. Perché uno degli SM ha deciso – in coppia al suo braccio destro (femmina tricheca con un paio di quadrifogli di plastica squagliata male al posto del cervello e un cuore finto probabilmente ricavato da un pezzo di culo di maiale*) che così è se ci pare, perché è più comodo. Per loro: gente disegnata male, imbottita con lana vetro per dare l’idea di uno spessore che non c’è, materiale isolante che a quanto pare rende refrattari a qualsiasi senso intimo insito nelle forme di vita.
Sembra di essere in un film di Hitchcock, dal set alla vita vera: la figlia con disturbo bipolare (uno dei) e la mamma settantaseienne infida e rincoglionita, voce sottile querula e metallica, che è venuta a prenderla con un po’ di anticipo e aspetta. Aspetta seduta su quella cadrega posta nella nicchia, perfetta per nascondersi alla mia vista: esibizione noir di inquietante presenza silente.
Poi, lei, prima di andar via, mi chiede se lunedì ci sono, se tutta la settimana successiva ci sono e io le dico Sì, mancherò solo giovedì.
“Oh, mi spiace, perché si sta bene con te”, mi fa un sorriso alla moviola con quella faccia smunta posta in cima a un corpo esile e montato strano che sembra di legno levigato senza cura, con disattenzione, e dove qua e là spuntano piccole foglioline verdi.
Così. Rimango lì un po’ in sospensione a fare il sudoku dell’amore, a studiarne la bellezza dei margini, cercare di capirne le trappole perché certe esperienze ti rimangano addosso come impronte digitali impresse in notti passate insonni se ti fai di burro troppo morbido; mi soffermo a fantasticare sulle sue innumerevoli declinazioni e provo a immaginarne almeno uno in cui non siano consentiti solo numeri solitari.
Idee?

*Senza nulla togliere alla bellezza di trichechi, quadrifogli e maiali. Quelli veri.


Ore 8:13
– (omissis) Sappi che qui c’è neve.
– … Sta nevicando?
– Ies, neve, quella roba bianca e fredda che poi si scioglie…
Ore 15:18
– Notifica meteo: sole pieno, neve sciolta.
– Ma dai? Davvero? In ufficio?
– In tutta la città, immagino…
– … Oooooooo, in ufficio novità?, intendevo!
– (omissis), (omissis), (omissis)

Shine on me crazy pomodoro.

Ciel ouvert - Topor Ruland


120 chili di uomo anni cinquanta divisi per dieci (borderline ma compensato), mi ha fatto trovare una merendina stropicciata Vitasnella con confettura topica all’arancia. E che è e – soprattutto – perché? Perché mercoledì gli ho portato su una tazzina di caffè, piena. Ambeh, la gente è strana prima ti odia e poi mica ti ama.
Nella stanza oggetto di un contendere antico e tutt’ora attuale, inanimata dai fascicoli accatastati (perché lavorare con lentezza è meglio) ci siamo spartite, tra sorrisi stirati e inamidati, pizzette e liquidi arancioni e, io, caffè macchiato bollente, forse amaro, non l’ho capito bene. 120 chili di uomo è l’unico uomo, si offre in dono, lo stendo con una battuta secca e poco lasciva, l’odiosa ride, io mi spavento per il fiiiiiidbec (oddio).
“Vado, buon proseguimento.” Mi eclisso due stanze più in là, mi dedico per qualche attimo allo spazio siderale, ai supereroi da andare a cercare e poi scopro che fare pipì è una bella soddisfazione.


E’ vero. C’è un ceppo di virus potente, mai modificatosi. È quello che attacca impiegati e dipendenti quasi sempre prima di ponti, ferie, festività (cit. lindalov)
E, merda, quella volta che dopo non so quanti anni vado dal medico, bramo e accetto timidamente, quasi vergognandomi, due giorni di malattia, decisa – non so quanto per virtù e quanto per necessità – ad ascoltare il corpo che m’atterra e mi intima di arrendermi sennò mi sputa in un occhio e mi tira un pacco che in confronto questi giorni di desio sono un solletico, mi va a capitare che i giorni dell’infamia si incastrino tra uno di permesso, un ponte e le ferie.
Poi gli frega un ciufolo a loro (Entità) se quello che succede da un anno a questa parte è che otto volte su dieci nel tempo libero mi trastullo col crollo organo-lettico post-adrenalinico; se mi è saltato il fine settimana in sperimentazione di me stessa a Milano; se ancora stoqquì a chiedermi Mappoi, giovedì sera riuscirò davvero a partire o l’idea rimarrà a fare bella posta di sé nell’alveo del miraggio?
A loro (Entità) non gliene frega un cazzo. E tutto sommato è plausibile, è nella logica delle cose, sbagliate, ma sempre logica è. La filosofia è un’altra cosa, la scienza pure e l’etica… l’etica sono ancora lì, giornalisti e porporati, che fanno l’uncinetto con le parole per definirla e catalogarla con lo scopo primo e ultimo di stabilire chi ha diritto di morte su una persona praticamente morta; e nessuno mai si preoccupa dei vivi, come se il diritto a vivere serenamente fosse cacca di piccione.
Però, in modalità bipolare, mi dico che di me – io, ammè – dovrebbe fregarmene, anche tanto e persino più di tanto, di essermi ridotta a un botolo, impiastricciata di confusione e impasticcata di roba superflua.
E dovrei cercare di capire quanto è autentica la mia ricerca di pace.
Quindi è assodato.
Ho bisogno di uno psicologo bravo, bravissimo o che semplicemente mantenga una cornice terapeutica rigorosa e svegli la mia piccola Lakshmi facendola diventare adulta senza paura e con coraggio…
Sticazzi, roba da cartone animato. Riproviamo.
Quindi è assodato.
Ho bisogno di uno psicologo bravo, bravissimo o che semplicemente mantenga una cornice terapeutica rigorosa e svegli la mia saggezza interiore. (Un po’ new age, ma va già meglio.)
Non è neanche necessario che sia umano, simpatico, comunicativo o brillante. Vedi? Meglio di così! Dimmi se non è culo questo.
Merda.
Ad ogni modo tutto ‘sto discorso è scaturito dal fatto che mi hanno (entità conoscibile) mandato la visita fiscale; son dovuta anche scendere in ciabattine e prender freddo, visto che non esiste al mondo un elettricista capace di sistemare questo congegno avveniristico in plastica denominato citofono in modo tale da poterlo utilizzare persino per aprire il portone da remoto. Da remoto puoi solo inveire ogni santa volta e/o urlare (affacciato alla finestra) al tizio che aspetta di sotto: Sceeeendooo, non si apre!
Ad ogni modo sappiate che – mentre la spending review falcia il nostro potere d’acquisto con manovre sindacabili anche tra i banchi d’asilo – in un capitoletto del bilancio dello Stato, settore dare, in colore rosso virtuale, ci sarà la parcella di questo signore dell’ASL in camice blu (boh, non chiedetemi), dall’accento indecifrabile, le parole sembravano uscirgli dal buco del culo (straniero o langhetto, vai a sapere), che io pagherò insieme a voi, perché una dirigente testa di minchia dalla fica asciutta, le scarpe da signorina Rottermaier e gli occhi convergenti in un unico punto sotto la fronte stretta, che fa catechismo ai bambini, è una deficiente.


Tra una statistica cogliona per quello tra i capi narcisisti che sembra una caricatura di Craxi, non capisce un craxo e ti chiede di tirar fuori numeri che con la famigerata circolare di 50 pagine che l’ha fatto cagare sotto e chissà se s’è letto e se l’ha letta comunque – ipse dixit – non c’ha capito una mazza; telefonate, toner esauriti e funzionari isterici, preventivi mai arrivati, incomprensioni istituzionali tra possidenti d’auto col bollino rosso “reserved” dimenticato nel cruscotto e vigili urbani che non sai se ci fanno o se ci sono o se non ne possono, tant’è che fai amblambàciccìcoccò per capire chi è più fesso, hai vomitato 3 volte una mela chiedendoti: a) perché; b) percome; c) può una mela una volta masticata e ingoiata aumentare di volume fino al punto di poter essere rigurgitata per ben tre volte?
Torni a casa, non in barella, ma con la Panda della collega che ti raccoglie col cucchiaino e ti raccomanda Se hai bisogno chiama e tu ringrazi, sorridi con la bocca impastata, corri sotto la pioggerella verso il portone, quasi vomiti di nuovo per quell’odore di detersivo alla fragola chimica che piace tanto alle signore delle pulizie, guadagni la porta di casa, fai ciao a gatta, ti cambi con poca cognizione di causa in strati di tre e ti infili nel letto per non sentire più tutta quella nausea e ti declini in nanna, letto, bagno, bagno, letto, nanna, brodo, nausea, letto, nanna, bagno… Visto che non c’hai manco la forza di andare in garage a prendere il sacco a pelo, ne deduci, nonostante i fumi della non ancora identificata “malattia”, che domani col cavolo che ti svegli all’alba per andare a Milano. E quindi ti fai forza e coraggio, reciti un mantra e approcci il sito di Trenitalia per vedere cosa si può fare. Trasparente come il Po nella descrizione delle opzioni possibili nel caso tu voglia rinunciare a un viaggio senza rimetterci i soldi del biglietto, il sito on line ti conduce per manina in una paginetta in cui pare tu possa fare questa cosa magica rimettendoci solo sei euro. Clicchi, fai, brighi, lui si blocca, tu riclicchi e – come da copione – hai la strana impressione che un uomo misterioso col cappello da macchinista finto minchione ti stia prendendo per culo. Step namber tiù: pagina reclami. Reclami. Dopo avergli riportato tutti i fatti tuoi tranne il segno zodiacale, dopo che hai incastonato trecentoventi ics e il codice di controllo ubriaco e gli hai spiegato il fattaccio, lui ha il coraggio di chiederti con toni miti “Vuoi inviare il reclamo? Sì/No”.
Ma che ti si attorcigli un binario attorno al collo.