L'orso e la bambina


Stavolta la spigola al cartoccio m’è venuta talmente bene che quasi quasi chiedo a Babbo Natale di diventare un’orata.
Così.
Mi piglio in sposa godendo di 15 giorni crepuscolari di licenza matrimoniale invece di regalarli a una PA che non mi ama, mi autofecondo scoprendo problemi ai tubi che sconsigliano la deposizione, mi consolo con un viaggio nel mare del Messico – mai vista un’orata sotto un sombrero? – e quando la mia parte maschia trova un lavoro lontano in un posto fantasmagorico, chiedo una mobilità coi controcazzi per avvicinamento al coniuge (ovvero ammemedesima) da fare invidia a tutte le colleghe dai mausolei familiari.
Magia allucinogena di tre spicchi d’aglio e mezzo limone tagliato a fettine sottili.

Pacco bomba di natale lasciato sull’uscio della sera: ora mi trasformo in artificiere.
Push, push, cross over, tacky Annie!

Madamin, oak amber ale

Color ambrato carico: am bra to… curioso…
al naso (a patata)
brettanomiceti
micetti, funghetti, topini, cognomi, coglioni
utilizzo del legno (clave calve senza speroni irsuti)
di facile beva
belva
punte lattiche mai aggressive
tolleranza senza titubanza
marasca, mandorla amara e pesca bianca
osservazioni palatiali del paradiso regalatoci.
Le ultime righe sono depentagrammate,
la poesia è altrove.

Sono fottuta

2 settembre 2011

«Cucinare è come amare… O ci si abbandona completamente o si rinuncia.»
(Harriet Van Horne)

Il titolo è il post

18 maggio 2010


Fusion
La luce della mattina, filtrata dalla finestra dona a quell’aggregato compatto che è diventato il suo braccio, nuovi lucenti riverberi; assomiglia ad una gipsoteca: calchi, statue, bassorilievi riflessi sul gesso dal suo sguardo divagante e imbambolato. Il braccio trasformato in una propaggine ingombrante e rigida, difficile da gestire… Lo rulla trascinandolo sulla scrivania ed è una cascata di piccola cancelleria; un concertino in note basse per la gomma che rimbalza, il ticchettio della matita che tornerà su con la punta non più a punta per l’impatto, elastici muti, graffette silenti, fogli svolazzanti e penne che perderanno lo sfavillio di un tratto deciso e continuo a seguito di questo sinistro.
Caffè.
Lui oggi sorride.
Zucchero di canna.
Invece di imprecare, sorride.
“Cucchiaino? Vuoi che faccia io?”
Deve aver sognato di nuovo l’astronave. O è colpa della codeina. O di quella venuzza di colore sul gesso, quella successione di lettere pensate e poggiate lì con la leggerezza di un soffio tatuato su… carbonato di calcio e/o argilla? Non mi ricordo più.
I vestiti addosso gli disegnano i contorni del corpo: piani sagittali, piani frontali, piani trasversali… si confondono e riconducono in unità negli occhi introflessi in altri pensieri che nello sguardo acuto di lei che lo osserva diventano intelligibili.
Le rughe sulla fronte gli disegnavano un pentagramma e su quel pentagramma note.
Quale sarà la loro canzone?
Un impulso in chiave di baritono raggiunge le dita e loro si muovono al ritmo di un tempo solo immaginato. Eppure c’è nell’aria. La musica.
“Apri ancora un po’ la finestra. Ti spiace?”
Fruscio di fogli, stavolta non cadono e voci stropicciate che provengono dalla strada.
La primavera cantava in verde oliva, il cielo si preparava ad esagerare in blu cobalto… Kobalos, un folletto socievole che fischietta Nel boschetto della mia fantasia c’e’ un fottio di animaletti un po’ matti.
“Crisi sull’orlo di una donna di nervi. Nervi sull’orlo di una crisi di donna. Orlo sui nervi di una crisi di donna. Scegli.”
“Orlo sui nervi di una crisi di donna.”
“Ci vorrà una buona sarta!”
“Già.”
Ritmo rock tzigano pop jazz, fusion pigmentato…
Sì, c’era nell’aria. La musica.
 

 
L’estate che stavamo aspettando
  (Waiting for summer, Nico Stufano)

The ghostwritten

5 maggio 2010


Scoperta senza attacco


Quel mercoledì di aprile che era quasi maggio si svegliò con quello strano sapore di antico e ancestrale in bocca e l’odore del brodo di cipolle era anche nella pipì della mattina.
E si vive lanciandosi le pietre… , si disse.
Come se il mio nome fosse stato scritto nel libro della mia storia senza vocali: Ctrn… Rivoglio le mie vocali.
Seduta sulla tazza del water ancora senza ciambella, pensava.
Sono nata di mercoledì. E’ uno strano giorno, piazzato lì a metà della settimana. Non troppo lontano da ciò che è stato e neanche da ciò che sarà. Sta nel mezzo.
Non le erano piaciuti mai i giochi di potere e neanche i giochi di prestigio. Nelle partite a dama con suo padre riusciva a mangiare solo poche pedine e quando aveva fame perdeva l’appetito.
Sai giocare a scacchi?, le aveva chiesto.
No.
Ti insegno. Vuoi imparare?
No.

In realtà ci aveva già giocato, a modo suo. Saltando da una casa all’altra, cercando di smussare gli angoli dei quadrati, a tratti, prigioniera isterica della dicotomia bianco/nero. Alla fine la sua scacchiera era diventata un patchwork al quale continuava ad aggiungere irregolari componenti colorate, cucite con cura maniacale quand’era più piccola e poi alla rinfusa… ed ora? L’obiettivo era far diventare gli avversari compagni di gioco: un piacere sottile infinito, cucito sulla vita.. Era più serena, ma il mondo fuori, quel mercoledì, le sembrava in guerra. Rigidi pedoni bianchi del bene, non meno inquietanti dei soldatini neri del male. Il mondo soffoca, per anossia da sfumature.
Vetro, pietra, cuoio o metallo?
No, no… Voleva una scacchiera morbida, sicché aveva piazzato cuscini sovradimensionati in cerchio e lì ci si poggiava.
Quando ci vediamo?
Di mercoledì. Ogni mercoledì. Vuoi?
Era un sì quello che aveva pronunciato, ma pesava pesava pesava. Insomma, non sarebbe stato facile giocare quelle partite.
Un sacco di struzzi hanno già ingoiato quintali di sabbia… Sì, ci vediamo qui. Ogni mercoledì.

Parallel lines


La sua camicia è una macchia bianca sul letto?
Strizza gli occhi: Ricomincio.
Li riapre.
Il letto è una riproduzione in cotone di una prato fiorito sotto una camicia viola. Un viola cangiante. E un profumo cangiante. Il passaggio di un’ape strappa un sorriso. Punge.
Una borsa nuova posta sul ripiano più alto dell’armadio è triste come un venticinque aprile che viene di domenica: è o non è una fregatura?
E’.
Punge.
Miciagatta piega la testa da un lato e osserva perplessa e curiosa.
Non punge.
Questo vuoto, punge. Come un pesce palla coi suoi aculei chiuso tra le cavità del corpo, all’interno.
Strizza gli occhi: Tesoro, fai qualcosa.
Solleva lo sguardo e scopre un gobbo: scorrono parole che non riconosce, scritte in uno strano alfabeto.
Cancellale, cambiale, mettile in ordine, rileggile, portale con te, disegnati un giorno diverso, fino al prossimo.
Punge?

Apre gli occhi. L’ape è sul cuscino.
No, non punge più. Però io non mi riconosco. E poi ho sognato Ipazia tutta notte e una ragazza a forma di libellula che sembrava praticare yoga.

Il nome Libellula deriva dal latino “libra”, ovvero bilancia, così detta perché nel volo tiene le ali orizzontali.

Morfeo, bell’e’ mammà, hai colpito ancora.

Apre gli occhi: si è svegliata col bernoccolo del sonno, col bernoccolo di chi va a sedersi davanti allo specchio e si dice che la spettacolarità di questo kabuki dipenderà più di tutto da lei.