Inter view

20 febbraio 2012

«Signorina, mi scusi, ma lei non era andata in vacanza?»
«Eh… , sì, un mucchio di tempo fa. E sa cosa ho scoperto? E’ come se le tensioni fossero il tappeto muscolare della mente.»
«Un klimt…? L’ha comprato in vacanza?»
«Quando le rilasci, ti ritrovi a spasso immersa in un tessuto cartilagineo in cui entra il freddo; se vuoi il caldo devi soffiarci dentro o lasciare aperto l’ingresso perché qualcuno ci aliti del tepore; con o senza fumi digestivi da aglio.»
«E’ andata in un posto freddo?»
«Nient’affatto: ma le hanno fatto frequentare un corso di comunicazione solo per rispondere al citofono? Non si riesce a dialogare con lei!»
«Quindi è andata in un posto caldo.»
«Lei è un genio. C’era un mucchio di frutta, e pesci, e piante rigogliose. E il mare. E gli scogli e la sabbia e anche i ciottoli, qui e là.»
«Ma qui non ci sono ciottoli.»
«Imbecille. Senta, vuole un uovo sodo? Io sono bravissima a cucinare le uova sode. Gliene faccio uno al volo (nel senso di subito, sia chiaro), così fa merenda e si rigenera.»
«Sarà mica stata a Parigi?»
«Lei si confonde: quello è il film di Woody Allen…

La grandezza è nell’espressione di tutto ciò che c’è di inquieto nella mente umana e che si rivela, come sintomo superficiale, nella relazione di coppia. La fantasia dell’inquieto protagonista fa da suprema padrona del tempo e delle situazioni interpretando il ruolo di psicoanalista. Alla fine l’analista non avrà che un verdetto: dare il giusto, poetico spazio alla creazione fantastica, lasciando che la ragione si auto-annulli. L’investigatore, ingaggiato dal razionalissimo futuro suocero del protagonista con l’intento di seguirlo, finisce per perdersi nei meandri della fantasia, che lo porta in un passato in cui è inseguito dalle guardie del re Luigi per violazione del regale domicilio.

Bella eh? E’ la recensione di Mr. Cì. All’inizio non ci avevo capito niente, invece ora mi risulta comprensibilissima. E’ perfetta, non trova?… »
«… Non ho perso niente.»
«Va bene, metto su l’acqua per l’uovo, stia lì. Intanto le mostro delle altre figure colorate. Guardi…

Lo ha visto questo film? Le faccio un riassunto: non è vietato neanche ai minorissimi, Robert Downey Jr. è sempre un bel vedere, Jude Law pure, ma io non me ne accorgo praticamente mai; c’è anche la Rapace, che non so come si pronunci, ma suppongo sia inutile chiederlo a lei… No, stia zitto. Zitto, non dica nnniente, sia buono. L’uovo è quasi pronto, pensi!»
«E poi?»
«E poi le faccio il tè, contento? Le racconto anche un’altra storia, a gesti. Muovo solo le labbra e lei deve capire cos’è.»
«Io sono qui per chiederle delle vacanze.»
«Faccia pure.»
«Mi racconti delle sue vacanze.»
«Quando sono tornata dalle vacanze ho visto un film… indovini quale!»
«Non si sente bene?»
«Sto mimando il film, su… indovini! Mi-man-do… non le dice niente?»
«Dove si-manda?»
«Uno come lei intende? Guardi, le alternative sono due: o ad occupare un posto dirigenziale, magari in politica; l’altra non posso dirgliela: voglio essere educata e compassionevole. Ecco, le faccio vedere cosa stavo mimando, così la facciamo finita:

E’ un film muto. Il regista ha un nome impronunciabile che fa rima con il nome di un profumo di Donna Karan che non mi piace neanche un po’: non lo compri alla sua fidanzata, mi ascolti. La scena dell’incubo è bellissima. Non le dico niente per non sciuparle la suspance nel caso lei voglia vederlo. Però le dò un indizio: quando lei sta zitto io sono molto più serena e non mi scoppia la testa.»
«Lei guarda troppi film.»
«Oppure lei ne guarda troppo pochi. Però scommetto che Mission due punti impossible l’ha visto.

Ha notato come può essere pericoloso arrampicarsi sugli specchi anche per un tipo atletico come Tom Cruise? Quell’uomo lì, poi… Tutta colpa di Top gun: è corto, col nasone, i denti storti, vota Scientology e ancora stimola pulsioni adolescenziali. Mah, vai a capire… Le prendo gli occhiali 3D: gliene regalo un paio, anzi due, così ci porta anche suo nipote al cinema.»
«Ma io non ho nipoti.»
«Se ne procuri uno a buon mercato: c’è un mucchio di gente che continua a fare bambini.

Questo l’ha visto pure la mia capa sempre contumace-presente. Sa, a lei almeno hanno fatto frequentare il corso di comunicazione al citofono. A me neanche quello. E hanno deciso di mandarmi due volte al mese, prima dei pasti, in un posto sui monti a due treni e un pullman da qui a fare cose che non ho mai fatto in un luogo mai visto dove ci sarò solo io e un tot di persone che verranno a farmi domande alle quali non saprò rispondere e lei, la capa, ha detto che tanto “La ms si aggiusta.” Quindi ho capito subito che doveva aver visto il film di Scorsese. Solo che io non mi sono rotta. O meglio, sì, mi sono rotta, ma non in quel senso… Com’è l’uovo?»
«Buono.»
«Bene, sono contenta. Glene dò un altro. Se lo porti a casa. Però non lo inzuppi nel tè, mi raccomando. Arrivederci.»

C’era questa specie di timpano, praticamente una piccola cassa di stereo, però senza la rete protettiva e che non era una cassa di stereo ma una radio inizio anni ’70. Scura.
Io la scuotevo un po’ rovesciandola e (ovvio) ne usciva una poltiglia grigio topo marrone di media densità mista a cozze patelle e boccucce simili ad anemoni di mare che erano, tutt’insieme, il cervello di Freud (e che altro sennò?) che ho assaggiato.
Ho intinto il dito nel blob del cervello di Freud assaggiandolo con lo stesso entusiasmo un po’ perlesso che in genere riservo al nero di seppia di cui, in effetti, ricordava la consistenza e il sapore. Ho subito deciso che di sicuro, per certi versi e per alcuni, era gustoso, ma io non ne volevo più.
Nel frattempo, in lontananza, ragazzi con culi e jeans in pieno stile Hair.

Mr. cì mi ha chiesto se può raccontare il mio sogno alla donzella che ha invitato fuori, per divertirla.
Decidere tra i due chi è più matto è una gara dura.

Uno dei motivi per cui amo Mr. Cì è che lui mi racconta cose così:

“Ah, sai l’ultima? Il mio orecchio sinistro espelle l’auricolare: non sono più compatibili!”

E tutte le volte che può è lui che viene a prendermi in aeroporto – io in versione Giuletta di ritorno dal monte(cchi), dramma d’ammmore senza balconcini ma con parecchie capulete di minchia – con la sua macchina da fumetto e una ciotola di insalata di riso per sfamarmi.
No, non posso lamentare un «deficit da accudimento».

If you search for tenderness
it isn’t hard to find

Magro di quella magrezza sfatta, brizzolato alto, mi rivolge la parola con una gentilezza talmente leziosa da risultare sospetta.
A domanda-non-domanda ( = finta domanda) inutile gli rispondo Mi chiami quando lo riterrà opportuno, e vado via.
Mi scopro due dita in testa tra i capelli a grattare un pensiero; ma non è perplessità, è solo noia.

Quello che riveste i panni di capo o meglio boss-ammanicato-variamente, vagamente celodurista, animato da un cattolicesimo quasi andreottiano ma assolutamente senza arguzia, bracciale con pasticche di padre pio al polso, tutto sommato lo si può appallottolare in un’unica definizione senza remissione di peccati: cafone.

In questo succedersi grottesco e vernacolare di vassalli e valvassini, ipocriti e meschini, come posati su un vetrino al microscopio, vedo rispecchiarsi un ambiente di coltura più ampio, ma infestato allo stesso modo.

In questo succedersi grottesco e vernacolare di vassalli e valvassini, spesso mi sento allo strenuo delle forze e dei forse-ma-però-magaripoi, miro il futuro e non lo vedo.
Appurato che non esiste se non come una proiezione infibulata della mente, mi concentro in questo presente al quale ho il sospetto di non essermi rassegnata del tutto. In ogni stato d’animo, come in una placenta. E nuotare o per stare a galla o per scoprire la mia riva.

In questo presente, ieri, tra un’asana e l’altra, in una nuova palestra dalle pareti azzurre celesti e gialle Mr. cì ha illuminato un punto che cerco da mesi:

«Avere problemi non è un problema. Il problema è pensare che sia un problema.»

In macchina gli ho detto: “Ti sei distratto un attimo: ti è sfuggita una perla di saggezza.”
Pensava che lo coglionassi, invece no, dicevo sul serio.
Abbiamo riso e votato per la pizzeria perché, come spesso capita, avevamo entrambi il frigorifero semi vuoto (il suo) e vuoto (il mio).

Ora, sorseggiata la birra e mangiata la pizza, resta solo da accelerare i tempi di questa consapevolezza trasfusionale.

L’ellisse del ditone

21 febbraio 2011

 

Sabato. Si mangia da me. Pasta: acqua, sale e basta. Facile. Poi si mischia con la crema di cime di rape al peperoncino di Monte Sant’Angelo. Buona.
Sicché.
E’ stato un discorso lungo. E’ cominciato con la fenice, che è un po’ una pizzeria, un po’ un cinema porno che non esiste. Poi la fenice è diventata araba introducendo Metastasio – come l’Araba Fenice | che vi sia ciascun lo dice | ove sia nessun lo sa. E io ho risposto Come la barca lascia la sua scia così io ti lascio la firma mia e Mr. cì ha contrattaccato con Didone abbandonata, io gli ho fatto vedere il pollice chiedendomi se fosse adatto all’occasione. Abbiamo convenuto, brindando, che obiettivamente sono un po’ idiota. Di lì, passando per Enea e una storia di corna che vedeva coinvolto Agamennone, siamo arrivati alla guerra di Troia e poi c’è stata una similitudine che ha tirato fuori dal cilindro – vatti a ricordare come – le guerre puniche. Che erano tre, come le guerre di indipendenza dell’Italia. Ci volevano ficcare anche la prima guerra mondiale nel conto, mi ha detto Mr. cì. Maddai – ho rincarato io – allora sarebbero diventate quattro le guerre di indipendenza.  Ma se la guerra era mondiale, per forza (e per fortuna?)   bisognava chiamarla prima. E infatti così fu.
Poi è successo un fattaccio. Il mio cervello stava procedendo benone, non so dove le tirasse fuori le risposte corrette. Quelle sbagliate lo so bene dove stanno rintanate: praticamente ovunque. Ma quelle giuste rimangono un mistero.
E così.
Mr. cì mi ha chiesto: E dov’era Troia?
E io ho risposto: ad Arcore?

Però le orecchiette erano buone.

 


– Fa caldo, ho le orecchie rosse.
– Io ho freddo.
– Stasera sono nervoso.
– E’ da stamattina che sei nervoso.
– No.
– Mmmh.
– No. Perché dici che sono nervoso da stamattina?
– Mh, hai ragione, ero io quella nervosa stamattina…
– Perché eri nervosa stamattina?
– Non lo so, sono nervosa da quando ho visto il film… Però secondo me tu esorcizzi il dolore profondo con comicità superficiale e nervosismo.
– Che significa?
– Non lo so bene.
– Spegami. Spie-ga-te-vi, spie-ga-te! Perché dovete essere sempre così ermetiche?
(Forse perché vorremmo che la comprensione non ci comporti ogni santa volta l’onere della spiegazione? Forse.)

Mr. cì ce l’ha con le donne. E c’ha un po’ di ragione. Io pure ce l’ho con me che, innegabilmente, ho la patata. Ma anche con gli uomini. E con tutte quelle donne che fanno brucare passivamente gli uomini nel cortile di una vita famigliare con impostazione matriarcale e devianza patriarcale.
Ce l’ho con me, che pure di scalciare certi desideri, ballo una danza a tratti da tarantolata, attorno al palo dell’autosufficienza e dell’autonomia. Mi costringo ad una rabbia frustrante di cui non saprai mai la vera origine (io la so, la conosco bene, circa). Perché almeno la pretesa che tu, tu che sei il mio nemico e la mia vulnerabilità – fantasma, se prescinde la sperimentazione – concretizzata in maschio amato con il pisello, la capisca da solo, la conserverò per inanellarla in un vaporoso stomachevole bollito di emozioni stupide, ma autentiche.
E inutili.

Io voglio la parità dei sessi, qualsiasi. Quella vera, non le minchiate triturate nel Bimby della Folletto. Se giochiamo a nascondino, ci perdiamo la chicca empirica, nella quale – assieme al rischio – s’accompagna la scoperta, qualsiasi. Io volevo che noi della cultura fossimo artefici e fautori, non schiavi di anni e anni di assoluto niente fritto misto con lance e baionette, lingue di fuoco e uomini di burro.
I divani davanti alla televisione stanno diventando l’estensione dei peni e delle vagine. E io sono stufa.


Quindi, patata, alzati e cammina e vedi di imbroccare la strada giusta.

(Il film m’è piaciuto proprio. Come si fa a fare la protagonista?)

C’era quel giorno che ero andata da un idiota perché-io-che-ne-sapevo-che-capitavo-da un-idiota, a farmi infilare una specie di pisello a molla di schifosissima plastica dura trasparente, in tutte quelle labbra mute ricoperte di peli (se non te li sei levati per fare pendant col culetto rosa), poiché prevenire è sicuramente meglio che curare e quindi l’ASL in nome e per conto della Magnanima Regione Puglia, mi aveva convocato per un pap test assolutamente gratuito che così loro poi possono pure prendersi zitti zitti la tua roba da là dentro per appicciarla su un vetrino con un numeretto sopra e farci gli esperimenti sul papilloma virus per amore della ricerca.
“Tra un mese passi a ritirare i risultati.”, mi aveva detto l’idiota.

Un mese è circa trascorso, i risultati sono arrivati dal Laboratorio, ma negli orari-massaia previsti per il ritiro io sono relegata in un pubblico ufficio a chilometri e chilometri di distanza e pertanto nisba, ho preparato una delega per Mr.cì , in cui la sottoscritta ms.spoah nata a delega Mr.cì nato il, corredata da copie di documenti tappa contestazioni di eventuali imbecilli allo sportello e poi oggi:
vibrazione zitta del cellulare: “Brrrrrr, brrrrr!”
ms: “Uè, dimmi.”
Mr.cì: “Ti devo dare una bella notizia.”
ms: “?… Mi hanno concesso la mobilità? E a te, però, chi l’ha detto?”
Mr.cì: “Nooo, sei sana: il pap test è negativo.”
ms: “Ah, mh, è vero, me ne ero dimenticata… grazie.”
Mr.cì: “Sappi che risulto tuo padre.”
ms: “Eh?”
Mr.cì: “Mi hanno detto Firmi qui e hanno scritto tra parentesi padre.”
ms: “Beh, sì, ovvio: abbiamo cognomi completamente diversi.”

E adesso provateci voi a fare finta che tutto va ben, tutto va ben.