Tiltolo

20 giugno 2017


Ho come l’impressione che ci sia una cosa che accomuna tanti, li fa contenti, appiana qualsiasi differenza ricondotta alle preferenze sessuali (senza che nessuno se ne avveda) ed è la dietrologia.
La dietrologizzazione è la scia chimica che impicca l’uomo moderno a un cielo di marmo che poi si sgretola sotto le sollecitazioni degli impiccati poiché ognuno s’agita per dire la sua con veemenza piu incisiva dell’altro. E, come succedeva quando Giove s’incazzava, poi succedono dei terremoti. Si solleva così tanta polvere che individuare la matrice originaria diventa più difficile che trovare il Santo Graal.

Per scoprire Varichina ho dovuto fare mille chilometri all’insù, aspettare circa sei anni ed approdare alla versione “denominalmente” edulcorata del festival del cinema gay il quale aveva un nome che, a snocciolare l’acronimo – TGLFF, Turin Gay Lesbian Film Festival – era diretto quel tanto che serve a consegnare a ciascuna cosa i propri veri connotati, secondo un principio di naturale coerenza. Ora si chiama Lovers, che tanto valeva chiamarlo Peynet.


Dopo di che ho scoperto che esiste la GayStatale, che di Vanzina ce n’è almeno tre e che uno si chiamava Steno; che Visconti era omosessuale. Di Pasolini sapevo già.
Pasolini mi manca, ma io a lui no. Ma solo perché non ci siamo mai conosciuti.
Ho scoperto che del film di Meroni avevano già dissertato su Radio Tre nell’aprile dell’anno scorso, quando ancora non sapevo che davvero sarei approdata in una casa nuova, con l’amico albero che mi entra in soggiorno, che qualche mese dopo mi avrebbero fregato il telefono, che avrei in compulsività post traumatica attivato un contratto internet e scoperto Radio Tre con sommo e commosso gaudio.


Invece sulla faccenda di Parsifal a cui è sfuggito il Santo Graal sotto il naso per eccesso di cortesia ancora non ho fatto abbastanza luce.

Ballast

19 giugno 2017


Milano non mi piace.
Ogni volta, scesa dal treno, mi sembra di essere finita in un barattolone di vetro shakerato da una grossa mano impazzita, pieno zeppo di persone come biglie che rimbalzano sulle pareti del barattolo, a volte travolgendoti, scatenando un gran fracasso, un brusio incessante che non si placa neanche nei bagni pubblici dove il guardiano-pulitore canticchia “Che schifezza” con la sci e l’omone sciancato numero tantiprimadiluitantidopodilui protesta perché deve solo pisciare e non vuole pagare.
La pianta dei miei piedi comprime il sughero su cui sono arroccate le cinghie giallo fosforescente delle scarpe che qualcuno guarda anche qui. Come se il colore violento ma innocuo potesse distrali un attimo dalla corsa.
Forse non esiste nient’altro di violento e innocuo a parte i baci e le mie scarpe giallo fosforescente.
O forse è tutto il caos calmo di questa giornata che mi ha rincoglionita.

Watch without prejudice vol. 1


Così, un po’ per caso un po’ no, ieri ho avuto occasione di chiedermi
Quand’è che ho smesso di imparare le canzoni a memoria, quando quel pezzo di heart si è scollato? Quando, esattamente, quell’interrutore è rimasto impiallacciato?
Insieme ai sottotitoli delle canzoni di George Michael, il pop tra i più sexy per dentatura e fondoschiena, hanno cominciato a sfilarmi al di qua degli occhi, gli anni, racchiusi in pacchetti informativi come bit. Ho sentito il singhiozzo del mio modem che recuperava i dati andati. Il cuore ha cominciato a fare tumtum nel suo caratteristico alfaberto morse per dirmi Falle entrare, ancora, le parole delle canzoni se ti mancano, non ti rammaricare. E io le ho fatte entrare, sono esplose e si sono riprodotte per gemmazione. La musica è così, ti ri-suona come se fossi tu stesso uno strumento musicale.


Princess Shaw di Ido Harr


Le folle si abbeveravano col mojito, il cocktail gratuìto, quando mi è tornato alla mente il patchwork nel quale Kutiman mette insieme brandelli di vite sonore in onda su you tube per renderle in un unico brano musicale, come se fosse dio, solo che le costole invece di toglierle le aggiunge, le incastra in storie parallele che diventano tangenti fino ad arrivare a baciarsi, così


Provare a lasciar andare la testa leggera, nei voli pindarici, attaccata a un filo flebile flebile, sottile sottile, utile solo a ritrovare la strada quando sarà il caso di tornare indietro, alla base, da Velvet, a casa, a mischiare il riso con la verdura, frullarli, mischiare il riso e la verdura frullati con il pesce per poi annacquare tutto con un goccio di acqua e cantharis, osservare il colore della pipì di gatta virare da quel rosato antipatico al giallo paglierino, esultare e guardarla dritto dritto in quelle biglie verdi splendide così, che ogni volta rimango incantata.
Riesci a mettere una dolcezza e una bellezza così acute intercalando nella ruvidità di certi tuoi personalissimi daspo che mi sembra un peccato non metterlo nero su bianco, almeno qui. E poi lasciar fare alle sfumature, senza strattonare.

Bellezza rivoluzionaria

28 gennaio 2017


Io voglio lo hieros gamos


Perchè quello che anche adoro della piscina, sono le sane, sanissime amicizie superficiali.
Non c’è ossimoro nei tuffi.


– Cosa vuoi fare da grande?
– Il bosone di gauge.