Quella ruota dentata che gira nella testa non colpisce dritto al petto ma può prenderti a morsi l’anima e rimpicciolirla infinitesimamente. Per visualizzarla ci vogliono occhi grandi così; per sentirne il cigolio ruvido e roboante, orecchie da elefante senza cerume; per affrontarne gli effetti, un corpo fisico che abbia un istinto di sopravvivenza più audace e forte delle trappole autodistruttive della mente, tanto da insegnarle a vivere e crescere in altre direzioni. Si scioglie piano la smorfia di un sorriso in un sorriso.

In sala eravamo pochini pochini: il capellone brizzolato le cui dita rimanevano imbrigliate nella capigliatura sciatta ogniqualvolta mimava il gesto disinvolto dell’allontanare le fibre di cheratina dalla fronte, la fricchettona agée (si sono spiati, ma poi anche ignorati) e altri cinque o sei militi ignoti over 50 plus plus, tre dei quali sono andati via con piglio da socialista di destra a neanche metà dell’opera.
In effetti non dico no, può essere che sentiate come delle punes sotto il culo, ma se avete pazienza di aspettare fino alla fine prometto che non vi taglierete le vene; forse uscirete con la consapevolezza maturata e commossa che i sassolini nelle tasche sono molto più difficili da gestire di quelli nelle scarpe.

Short bus


Sarà perché quando fai un sorso dal toret [leggasi tʊ’rɛt] ti vengono i cattivi pensieri, fatto sta, mentre assaporavo la gioia dell’abbeverarmi – con la mano destra poggiata su un corno, il gomito a mimare un’ala, protuso verso l’alto – una goccia, balzandomi sul naso, mi ha rimpallato un pensiero impuro travestito da fancazzista. Insomma, mi son detta: ” Ma va’, l’unica volta che ho urlato Riddamelo, ti prego! è stato quando mi han rubato il cellulare”. (Cronaca di un momento straziante, degno de La ciociara).
Udita dall’esterno è una riflessione tale che, in effetti, un tanto al chilo, senza starci troppo a pensare, mi si potrebbe ficcare honoris causa nella sceneggiatura di Shortbus ad allungare le fila dei personaggi sessualmente sfigati a giocare con l’ovetto in vagina per poi scoprire che ha le pile scariche. Eppure, ascoltata dall’interno, è solo magicamente buffa, fa l’eco ludico in quella caverna in tinte astruse che talvolta diventa la mia testa: prendere il toro per le corna e ridere di Clitemnestra (un nome, una parolaccia) che da tempo, scalmanata, è scappata dalla finestra. Il toro insegue Clitemnestra e vissero felici e contenti. E tu, nel frattempo, finalmente, fai il cazzo che ti pare.
Quindi, fossi in me, non mi prenderei troppo sul serio. Ed ora credo di essere abbastanza in me.
L’equilibrio tra substantia ed essentia ha bisogno solo dei pannelli solari. Per i toret, invece, ci vorrebbero i rubinetti.

Un ripostiglio al sole

20 agosto 2017


Dopo ore – fresche prima, calienti poi – dedita alle pulizie di Pasqua che qui in casa spoah si fanno anche il 20 di agosto trasformando le scansioni mansionarie ortodosse in pozzanghere di tempo in cui saltare a pie’ pari giocando a fare fessi i quadrati in cui son racchiusi i giorni del calendario i quali a loro volta sbracciano per venirne fuori e quindi segnare i ritmi a gusto loro, trafelata come dalla lettura di questo fraseggio troppo lungo, ma ormai appagata e pronta per la mia insalata con lo sgombro (pesce simbolo della repulisti appena compiuta), mi son detta: “Con uno che suona il liuto non potrei starci mai”.
Inutile cercare il filo logico: non c’è.


L’affetto per Pasolini mi scaturisce spontaneo, senza briglie e sempre commosso… forse perché è difficile condividerlo fino in fondo con quella carnalità che suscita.
A dirla con Peppino Impastato:
«Invece della lotta politica, la coscienza di classe, le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla e difenderla. E’ importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.»
La bellezza mette radici, tutto il resto non lo so.

«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.
Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale». (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975)


La vita è fatta anche così, di conquiste e rinascite che non condividi, per esempio, perché pressoché nessuno sa dei più di vent’anni di piccole morti di cui uno strano miracolo psicologico, scevro da qualsiavoglia coinvolgimento relazionale altro da quello con te stessa che fosse ad esso collegato, ha decretato la misteriosa e naturale fine.
Allora torni a casa mentre a mille chilometri più giù, frizzi e lazzi distanti, un procuginetto nasce, un nucleo di affetti più o meno veri fa una festa comandata e non; ti bruciano gli occhi, hai quella piccola, recente bolla sul cuore in un punto che si è fatto grigio, il cervello pulsa in quel luogo che si è dipinto di rosso, le lacrime incastrate si adagiano tonde in un groviglio di sterpi sempreverdi che fanno ombra al desiderio ormai adulto, dimorante ora in quel luogo in cui risiedevano i pensieri cupi, migrati, satelliti rigenerati per le future notti di San Lorenzo. Cadranno fugaci, scintillanti si spegneranno illuminando una fettina di cielo. Li osserverà qualcuno con il naso all’insù, contento per quell’attimo foriero di novelle speranze o arrabbiato perché ai desideri espressi e poi avverati non ci crede o agnostico estatico che pensa Così è, va bene.
Quindi, piano, torno a casa piovendo, mi adagio riposando, asciugo i capelli soleggiando e leggo tisanando, il fruscio delle foglie al vento è calmo, l’aeroplano planando, la gatta mangiando, il cane abbaiando, la parete verdeggiando, Eva e Diabolik baciando, i colombi tubando, gli uccelletti cinguettando e le ali forte sbattendo perché ci sono punti dai quali, per spostarsi, non puoi fare a meno delle ali e del loro vigore lieve.
D’altronde credere fa rima con incedere.


Ti ho sognato mi hai parlato mi hai spiegato ti ho capito mi hai guardato
ti ho creduto
Poi il tempo si è fermato senza un punto né un a capo
Avrei voluto cambiarmi l’anima ma lei non volle
camminava scalza con una sottana di seta lieve color panna
chiedeva solidarietà
Gliel’ho data
cellule rigenerate hanno votato all’unanimità: non c’è più motivo di battere ciglio
Mi cambio d’abito
prendo nuove transitorie forme
guardo lontano la traiettoria immaginaria di un punto che dirama luce dall’interno e disegna ipotesi senza contorni

Nei miei pensieri anche la Papua Nuova Guinea.
Sei lì?

Sturm und Drung dadaista

24 luglio 2017


Il diario delle trasgressioni ha parecchie pagine bianche da un certo punto in poi. Ma il diario delle trasgressioni ha anche un sacco di pagine blu cobalto: basta spostarsi e giocare con la rifrazione della luce.
L’elenco delle tentazioni è una piantina di fragole di campo non mangiate, quelle dolcissime. Foglie sempreverdi e frutti sempre rossi.
– Cosa fai?
– Mi esercito: vorrei snocciolare una fragola.
– Le fragole non hanno il nocciolo.
– Una sì.
– E poi?
– E poi