Mai femili

11 settembre 2014


Siamo, in ordine sparso:
– io,
– gatta Velvet,
– un LG già vintage che mi fa da radio e sveglia di seconda linea,
– in affiancamento un Galaxy Note 3 trentarateizzato eterointrocaptatore di pensieri ed opere con il quale sto testando e implementando la mia capacità di imparare il nuovo.
Infilo gli occhi nelle mie serrature troppo strette per renderle altro da anfratti clinici piazzati in spazi aperti in sospensione scenica e spio una soluzione con i miei tre compagni d’avventura.

Outside the box ad occhio di pesce

Voglio essere ottimista, ce la possiamo fare.
Cominciamo da qualche aggiustamento della visuale a spalmare le idee tutt’intorno sino a renderle manifesti attuativi interiorizzati.

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La si fa.
Però c’è da respirare molto, molto profondamente;
e lasciar perdere l’hortus conclusus.
Il senso intellegibile


Avevo un titolo, un’idea, forse anche una canzone.
Poi è successo tutto per davvero e ho dimenticato ogni cosa. Sento solo gli odori di quei pensieri.
Ho seguito l’onda e quando non ne avevo voglia era lei che mi portava e io piangevo, senza riuscirci, di rabbia e tristezza.
Sto attraversando tutta la malmostosa me che continuerò a darmi filo da torcere, però ora vedo più cose. Non me ne piace quasi nessuna, però le vedo.
Ho sentito l’eco di tre voci tra le pareti colorate di casa mia, io e i due giovani inquilini dalle belle speranze, a rimbombarci ricordi, impressioni, dati, date.
Martina mi ha abbracciata stretta e quel Non voglio che te ne vai vale mille anche se dura il tempo di un soffio.
La genitrice si è resa indispensabile nell’infagottamento tutto al femminile di mobilitazzebicchierilampadepiatti in chili di pluriball.
Il falegnameelettricistameccanicodidieciannipiùpiccolo mi ha inviato sms d’ammore ke nn vi dico. Me lo segno a futura memoria per quando malinconica farò centrini all’uncinetto ripassando le avventure di gioventù.
Zia Ca’ ha strizzato occhi e labbra soffocando e stimolando il pianto della sua solitudine che mi ha spiegato quel modo ereditato e controverso di provare affetto. La prima volta è rimasta ferma immobile al mio saluto, la seconda i legamenti si sono disciolti in qualcosa di simile a un abbraccio.
Zio P.I. l’ho abbracciato che forse entrambi ci siamo chiesti se ci vedremo più in questo pianeta o se giocheremo a coltivare piante grasse in un altro. Con lui ho realizzato che si può scherzare anche sui 12 chili e chissà quanti capelli persi in due settimane e non chiedo l’immortalità, ma non capisco e temo, sconosciuto, assurdo anatema, il dolore che a volte lastrica la strada della mortalità.
Tutte le fasi di transizione mi vedono qui in casa di Mr. Cì ad aspettare e lavorare per remare in una nuova direzione e lui a spiegarmi a volte il vento e io a consigliarli di non comprare un’altra barca ché significa star dietro a manutenzione e rimessaggio, va a finire che crociere in Grecia, due ogni mese e mezzo, poi diventano difficili da fare… Dai, non è meglio prenderla in affitto la barca e andare? Ovunque.
Miciagatta si è adattata alla svelta. Forse le mancheranno i pomeriggi in veranda a 50° all’ombra del trasportino, appallottolata sulla diddle. O, pur di scendere dall’auto dopo un viaggio chilometrico in sonorità jazz e rock’n roll e il Girare a destra, girare a sinistra della signorina TomTom, non vedrà l’ora di arrivare. Ovunque.
Insomma, tra qualche ora si parte.
Parto da qui e ricomincio, non proprio da zero, lì.


Per circa più di un’ora sono stata intrompastata circa così.
A scoprirmidirmi anaffettiva e un po’ autistica, col dito nella fanghiglia maldissimulata di qualche lacrima; esperisco sofferenza in tempo reale per circa quasi la prima volta e mezza nella mia vita e non me ne dispiace.
“Oh ma guarda se non è difficile”, mi dico in religioso silenzio sintomatico.
Una collie ormai affaticata dall’età mi fa toc toc col muso in un momento topico che mi sembra di essere in un film di un regista di quelli astrusi e sentimental… tal… ?
Sguardo uno a cinque e sono già fuori, coi liquidi espressi in gocce asciugate, ma non parlati. Fortuna che le risate sgorgano libere in un’alternanza poetica, mentre mi chiedo perché lascio sempre un buco. Perché sono sempre io quella che va via.
“Arrivederci… E se cambia idea per settembre… ”
Sarebbe come mollare un amoreamato e poi tornare sui propri passi. Arrivare alla fine e poi tornare indietro e ricominciare a finire un’altra volta. No, tentazione malata. Mi dico che non è il caso, non so se mento. Il mio mento un po’ spigoloso si scuote in un no insicuro e deciso, ecco perché si chiama mento. Mannaggia.
Sguardo uno a cinque e sono già fuori, in un ascensore che poche altre volte è stato così pieno.
Sguardi più a più sfuggono in un battibaleno moderato. Numeri incrociati, dilazionati, ciao, buone vacanze, buon viaggio.
Santo nodo vergine, arrivo a casa e mi accorgo che tra le altre cose mi manca ancora smilla, pure.
Mi ricongiungo in una chiesa madre, in contemplazione di nuovi strumenti e suoni.
Nuovi strumenti antichi e suoni recuperati ad inanellare il tutto e comunque lasciarlo libero.
Un flauto enorme come un respiro  fa Oṃ Maṇi Padme Hūṃ!
 

Nanna, minuti, ore, tempo: poco fa cincischiando in do minore tra i referenti nel blog, in una pagina strana, ho trovato questo… e mò c’ho la stessa faccia di quel pinguino lì, solo che mi scappa da ridere.


Le volte in cui la voce è ingoiata,  il silenzio addosso è solo balsamo; e non pensarci più.
Lancìati più e più volte sassolini indietro nel tempo: tornare in punti che non piacciono e poi riattraversarlo, malmostoso, fino al presente. Ogni volta è diverso. Ti accorgi che non c’eri e scopri di esserci, che loro non t’hanno disegnato neanche a matita, ma in compenso hanno spalato una discreta quantità di merda ed hai passato una vita ad elaborare astruse strategie per non rimanere soffocata. E che è il caso di fare a meno di tutto quel pensiero impotente. Li chiudi in una bottiglia, in cui hanno deciso di vivere, lasci che scelgano loro se chiudersi dentro con un tappo oppure no e ricominci tutto da capo, senza fare finta che sia facile. Ma neanche che sia troppo difficile.  Poggi una gomma pane sulla rabbia e traslochi dalla terra di mezzo. Te ne fai una ragione. Temperi la matita, metti il foglio contro il vetro e tiri una linea dritta fino a tagliare il foglio da disegno. Loro là e tu di qua. Perché io voglio, ostinatamente voglio, sognare e vivere a colori.
E questo è un altro incipit.

“Guardami”

11 febbraio 2010


In questi giorni sto vivendo in un film di Denis Arcand, con l’unica differenza che il clima malinconico ironico impastato, con l’unica differenza che al senso critico acuminato; con l’unica differenza che non mi è chiaro chi abbia scritto la sceneggiatura e mi dimeno ostinatamente alla ricerca di un inizio; e di una fine, essendo l’individuazione di un fine al di là delle mie possibilità o semplicemente scontato al punto che non ha senso ragionarci su.

In questi giorni sto vivendo come in un film di Denis Arcand, in cui un gruppo di persone legate da un rapporto d’affetto supportato da ricordi e pezzi di vita condivisi, si riuniscono intorno a chi sta morendo e i dolori si mescolano ad un’allegria romantica; con l’unica differenza che.
In vista di un trasloco che neanche mi riguarda, ho scoperchiato la scatola dei ricordi per capire che ero invisibile a me stessa per almeno tre quarti.
E davvero, forse, mi sono nascosta così bene che mi sarà estremamente complicato ritrovare tutti i pezzi e riassemblarli senza sembrare un quadro di Picasso.

Ho capito che – a dispetto di quanto mi sono raccontata – molte cose non le ho imparate né da mio padre né tanto meno da mia madre: molte cose le ho amate con tutta me stessa probabilmente solo in virtù di quel patrimonio di spasmodico desiderio di vita, passione e amore per le risate schiette che anima il primo sguardo di ciascuno di noi.

In questi giorni sto vivendo come in un film di Denis Arcand; con l’unica differenza che continuare a sentire voci di persone che non posso toccare crea un enorme buco nello schermo e per ricucirlo dovrò riscrivere alla svelta la sceneggiatura, di mio pugno. Anche sul naso, all’occorrenza.

Sto vivendo come in un film di Denis Arcand, ma se sto vivendo, tutto sommato, va bene lo stesso. Altrimenti no.

Salva con nome

24 settembre 2009


Sicché. Ora sono qui per ipercinesia, in un certo senso.
Poiché, come avete modo di riscontrare guardandovi intorno qua dentro, ci sono ancora parecchie cose da sistemare. E’ da un po’ che ci lavoro.
Un trasloco che ricalca il Bologna primavera/estate in passerella da via Vizzani a Via Bondi da un terzo-piano-di-palazzo-dai-gradoni-alti ad un altro terzo-piano-di-palazzo-dai-gradoni-alti. Anno? Non me lo ricordo, ma non lontanissimo. Valigie trascinate giù per le scale e caricate sul manubrio della bicicletta e poi su in picchiata fin nella nuova stanza della nuova casa per un nuovo pezzo esistenza, di cui alcune lezioni avrei dovuto imparare a menadito. Il fatto è che ho una pessima memoria.
Qui mi hanno aiutato Drago e Dropo insieme al topolino che evidenziava, stopolando di tanto in tanto un mugugno: E copio e incollo e nonnepossopiù…
Essì. Perché il mio obiettivo – psicotico, potrebbe dire qualche incauto, ma sono sicurissima che Ernst von Feuchtersleben non sarebbe d’accordo, perché io un esame di realtà l’ho fatto ed ho deciso che di là non ci volevo più stare – è quello della trasmigrazione dei post e dell’anima loro da , il negletto, a qui, un po’ come fece Noè con la sua Arca, ficcandoci dentro tutti gli esserei viventi che voleva tenere con sé.
Ed una buona parte di loro ci sono già, anche se non si vedono e già questa cosa la dice lunga su quanto qui i confini di quello che si può e quello che non si può fare siano molto più ampi…Anzi, state attenti, che ogni tanto mi schizza un po’ di giocoso entusiasmo pediatrico…però, secondo me, senza macchia.
Ed ora mi rimetto al lavoro.