F come ciabatta

22 settembre 2014


Hai labbra sottili e occhiali grandi, capelli lisci troppo attaccati gli uni agli altri e pensi a chissà che; parli con quella voce da fumetto in birignao mite e chissà se hai nascosta la voce da leone o iena, se sei cresciuto o vivi il mondo sempre con quello stupore
contraffatto.
Sei in comunità da anni, dietro il velo dell’altra società, quella dei documentari che solo su Rai Tre vintage. Un amico iraniano a cui chiedi della vita lì, domande che certi giornalisti non farebbero mai. Fissi il vuoto e sembri un pupazzo, poi sorridi. Dov’è il ventriloquo che ti anima e ti poggia dove trova spazio?
Il siparietto si chiude, il difensore volatilizzatosi nell’idea monogama del pranzo.
Rimango sola, mi fai domande alle quali non ho risposte, quelle che ho non posso dartele io. Per fortuna non sei così cattivo da darmi un colpo in testa e mollarmi lì in attesa che un panno lencio da pavimenti incappi nel mio corpo inerme. Mi chiedi se ora devi tornare a casa. Casa.
“Sì, decisamente: dritto dritto alla svelta senza deviazioni da stare alla larga dai pasticci”, rispondo tutto d’un fiato, il tintinnio delle chiavi dell’aula è il dialogo tra me e il mio passo.
“Va bene (piccolo-spazio-pubblicità) Grazie.”
Due serrature a chiudere il mondo fuori, si infilerà come sempre con la sua umana e disumana potenza da ogni fessura visibile e invisibile.


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Biii caind uid mi

21 ottobre 2013

L’eroe della storia è un uomo comune non so quanto comune, un Celentano un po’ più smilzo con capelli ancora scuri, limitati a sbuffi laterali alla Stefano Benni. Lui, prode, munito della mia scala, ha esaminato i luoghi e il mostro risalente al primo novecento, discorrendo sulla sua ineccepibile stabilità dimostrata fino a quel giorno in cui è crollato misteriosamente rimanendo sospeso sui miei 158 cm (160 se sto dritta dritta) e tot chili che la donazione del sangue non me la fanno fare. Insomma, lui ha deciso che il problema andava risolto, subito, radicalmente. Credo di essermi illuminata con uno sguardo riconoscente alla Candy Candy passato inosservato ai più. Chi è costui? L’eroe è il marito della figlia della pluriottuagenaria genovese a cui dovrò devolvere mensilmente parte del mio stipendio a titolo d’affitto. Il mostro è stato domato, il prode ha ripreso i suoi attrezzi e dopo una garbata stretta di mano, con un largo sorriso soddisfatto si è congedato… Il profumo di funghi lasciava presagire la prelibatezza della cena da prode a chiosa della sua serata.

Through the barricades

12 Maggio 2013


Conversazione attraverso il bancone del bar: ”Se la berrei io, suderei.”, dice.
Ti viene da pensare che non ci siamo con la coniugazione dei verbi, non è mica la strofa di una canzone rap. Tuttavia, in realtà, ci sono volte in cui, più di un aulico, malinconico, distante silenzio può una frase pronunciata, sia pure sgrammaticata, provare «il piacere dell’impatto di un suono con un altro.»*
E quindi gli ho risposto sorridendo:”Maddaiii!”
Che poi… li ricordi gli Spandau Ballet…?

(* Perché scrivo, George Orwell)


Mi chiamo Clarabella, lavoro con i matti.
La mattina mi sveglio prestissimo,
arrivo in ufficio sempre prima delle zero sette e trenta del mattino.
Da un po’ di tempo faccio tutta la strada a piedi o in bicicletta: non mi accompagna più mia mamma.
Però sudo, sudo, sudo!

Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
I’m not sleepy and there is no place I’m going to
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I’ll come followin’ you

Via Bugatti

23 novembre 2011


C’è il buono senza capelli con le sopracciglia sempre corrugate dalla concentrazione indotta,
c’è il Mr. Cì asiatico, quasi scultoreo,
il velista cucador fuori tema col colletto della polo all’insù,
la ragazza plìnplìn, tuta bianca e sorriso vitasnella,
la giovinetta di belle speranze sguardo duro e polso esile,
l’occhialuta EmilioPucci con l’istinto di sopravvivenza racchiuso nelle montature degli occhiali da vista,
lui lì che ti guarda con la coda dell’occhio, un po’ vigliacco,
il siddharta di legno leggero,
l’insegnante moderato in boccio che arrossisce quando fa le domande,
la tizia che assomiglia tantissimo a Francesca, ma non è Francesca,
la maschia con l’orecchino al naso che forse un giorno mi ha servito una birra a Bologna o sono io che ho le traveggole,
l’intellettuale stile francesina (senza pomodoro) con le magliette a righe colorate, sottile ape maia mancina,
e quella che so chi è ma scopro sempre che, in verità, non lo so bene.

Hospitale

19 ottobre 2011


Oggi sono stata nell’officina per aggiustare gli uomini, maschi e femmine. E i meccanici sembravano tutti bravi e gentili.
Mi sono sentita come Altan quando gli viene voglia di disegnare Pimpa.

Tizio

21 settembre 2011


Tizio è uno che veste il suo Mr. Hyde con t-shirt cotone bruciato e jeans-maschio-colto, abbinando giacca fibra di lino tono su tono. In pubblico dà poco spazio al suo dottor Jekyll, demorderebbe sul fronte della carica sessuale; si stropiccia occhi e fronte con noncuranza spicciola per dare scena alla platealità del sé.
Tizio è uno che porta la fede alternativa su un dito alternativo della mano giusta, uno che se cammini con l’andatura studiata, la mise azzeccata e lo sguardo di sfida, è probabile che non disdegni un accoppiamento basico.
E’ un anticlericale intellighente dalle dita un po’ corte e la fronte prepotentemente alta, occhi tumidi o fluorescenti. Del fallo la cultura renda nuove vestigia.
Tizio per sé non vuole la periferia, ma solo il centro. Il centro di tutto. E – non so – solo quello, di tutto?
“Dammi un figlio”. Donna glielo pretese, lui lo chiese, lui lo prese?
Tizio sarebbe in un altro girone se questo fosse un purgatorio, più in alto del mio, più vicino a Dio. Ma dio non è solo nell’alto dei cieli.

Cortometraggio

21 luglio 2011


Lei, dondola ma non tentenna: “Buon appetito.”
Tu: “?… Grazie.”
Lei: “… Ah, scusi, lei non è la psicologa PincoPalletta?”
Tu: ” Eh no… ”
Lei: “Scusi, scusi, è che… l’avevo scambiata per la psicologa PincoPalletta… Ma… Lei ne capisce di psicologia e tribunali…?”, fa un passo verso di te sempre dondolando, mai tentennando.
Tu cominci a pensare all’onirismo e all’ufologia, ai presagi astrali e alle comiche. Però rispondi: “Ehaem… no, direi di no, mi spiace.”
E quindi lei si accomoda accanto a te sulla panchina con il sedere in punta e poi si spinge fino alla spalliera, ma senza mai poggiarsi, rimane diritta nel suo vestito a figure geometriche che mimano fiori neri su sfondo bianco; cinta in vita e vita sottile. Sottilissima.
“Perché, lei, mi dica… un parere, così… mica uno può decidere per te, in tribunale… che ne sa… deve chiedere, perché lui che ne sa… se non hai mai fatto niente… non ho mica rubato, no? né ucciso; non ho rubato, non ho ucciso… no? come fanno a decidere?”
E tu, dove sei? Un po’ con lei, ma non abbastanza: “Sa, il giudice ascolta i testimoni, ascolta lei…”
“Sì, giusto, io mi devo difendere. Se io glielo chiedo, deve dare il rinvio!”
“Sì, certo, ma deve essere l’avvocato, il suo avvocato, a presentare un’istanza per il rinvio e il giudice, se lo ritiene opportuno, può darglielo.”
“Ecco, sì, giusto, l’avvocato TizioMinchio: è facile, lo capiscono tutti. Perché se uno non ha mai fatto del male: non ha rubato, non ha ucciso… Io non ho mai rubato, non ho mai ucciso… Solo bevo un po’… Ma a loro che importa? Non ho mai fatto male a nessuno, tutt’al più faccio male a me stessa… Lei non ne capisce di psicologia e tribunali? Però sono cose che capiscono tutti, queste… He, va bene…”
I suoi occhi azzurri mi fissano, capelli mossi rossicci un po’ tinti un po’ no; gli occhi non sfuggono ma sono leggerissimi e mobili; fissano il passato cercando con disillusione da bambina affatto stupida, complici nel presente. Mi vede, ma forse si dice, bisbigliandoselo e un po’ borbottando, che non capisco, che non posso aiutarla, che posso saperne, io?
Tentenna il tempo di una foglia che rimane sospesa nell’aria prima di proseguire il suo cammino dall’albero in là, ma poi si alza, mi chiede scusa per avermi importunata e continua per la sua strada parlandosi ancora.
Mi lascia indietro la scia della sua vita, che mi sedie accanto prepotente, adesso che lei non c’è più.

Sposta, pulisci, chiudi, scotch!, spazza, lava, butta, deposita.
A un certo punto mi sono fermata. Per forza: si è bloccato l’ascensore. Con dentro una circondata da buste bucate e manicotti di pezze.
Toh!
Mentre fuori da quel quadrato bianco panna con pavimento nero e controsoffittatura a quadrettini argentati il mondo (muratoreimbianchino tirasesso e mater agitata) cercava una soluzione, io facevo il suggeritore spingendo la voce al di là delle fessure dei due più due sportelli rimasti chiusi a minchia fritta.
Poi mi sono distratta.
A pensare perché mai con tutta la gente che soffre di claustrofobia, proprio io avrei dovuto privarmi di un pochetto di panico, io “Signorina bloccata nell’ascensore”.
Allora mi sono concentrata per vedere se mi veniva paura.
“Finisce l’aria”, mi sono detta “stramazzerai al suolo stordita dalla mancanza di ossigeno!”
“Tsk, ci sono i buchi, li vedi?” mi sono risposta.
E quindi ho cominciato a ciaccolare con mia madre attraverso la lunga fessura più stretta su e più larga sotto: l’asimmetria causa dell’impiccio.
“La luce del neon fa schifo, ti girerà la testa e perderai conoscenza come nei film di fantascienza.”
“Sì, ma c’è uno specchio grande.”
E allora mi sono guardata il gonfiotto all’altezza della pancia – ché sono un paio di giorni che non faccio una cacca come si deve – e poi mi sono trastullata stupidamente con un ponte all’indietro ma solo per metà, ho tirato il fiato e mi sono fatta le smorfie.
Nel frattempo, mentre facevo l’Alfredina fortunata e blasfema, lì fuori il mondo era in movimento per salvarmi.
“Signorina, non esca!”
“Ma se sono chiusa dentro!”
Sarò incappata nell’ennesimo idiota?
No.
“Quando si aprirà, lei non esca.”
“Occhei.”
E sono stata brava.
Mentre sgambettavo sana e salva lungo il vialetto, il prode muratoreimbianchino mi ha chiesto “E’ uscita, eh? E’ lei la signorina dell’ascensore, no?”
Gli ho fatto un sorriso da rana dispettosa riconoscente e gli ho detto “Sì, grazie!” proseguendo poi spedita per portare a compimento la mia missione: raggiungere bidoni di spazzatura differenziata che forse finirà tutta quanta, per beffa o per pigrizia-naja haje, in una normalissima discarica.
Ci sono cose a cui comunque è bene credere, a dispetto di tutto.

Tu

30 aprile 2011

Tu con quella faccia da enrico mentana e quel profumo che chissà, sa di qua ma anche di un là che, chissà.
Smalltown boy già grande, catapultato dagli anni ottanta, transitato dai novanta e arrivato qui in un treno 2011 carrozzeria 15-18 rimessa a nuovo per finta. Spingi il carrello indolente, labbra gravide di pensieri che esprimi in altri luoghi, chissà. Mi saluti con il garbo di un pianeta che non è questo e mi chiedo dove sei mentre mi auguri buon viaggio. Se mi vedi oppure no. No, sono un passeggero, le mie calzette fucsia non attraversano neanche l’iride dietro i tuoi occhiali: uno, dieci, cento, duemila seduti in fila indiana e tu, chissà. Spingi avanti la giornata come fai con il carrello. Voce soffusa: “Servizio mini bar!”, dici, attraversando le carrozze come si fa con gli specchi, immagini opache di vetri non più nuovi. E fuori il sole, fotogrammi di paesi – pausa, buio, galleria – e il mare.