“Sono meglio gli uomini degli animali”, diceva. Il cane pelo corto color prateria di birra fulva, gli occhi languidi, palpebre mobili, pupille negli angoli di quelle due pozzette interrogative, ma miti.
“Da quando ho avuto una grossa delusione d’amore, basta, parlo solo con lei. Abbiamo litigato per dieci euro! Si può litigare per dieci euro?”
Il guinzaglio fa le bizze con sé stesso, si attorciglia, il movimento di una coda, quattro zampe, ancora quello sguardo da bordo campo.
“La gente mi prende per pazzo, ma io con lei ci parlo, ci faccio i discorsi”.
Qualche sedile più in là una voce del popolo in pantaloni comodi e spossatezza da fine giornata gli risponde. Come un flauto stonato si sposta, cambia tono, si avvicina alla signora-amante-dei-cani trasformatasi da uditorio in interlocutrice. Il cane è il piede di porco con il quale aprire gli squarci in cui ficcare dialoghi frammentati di vita spiaccicata. Come riflettersi in uno specchio in frantumi e vedersi riflessi interi.

Ma chi, Greta?

8 luglio 2014

«Epperché ci sono pensieri negativi che uccidono la salute, he!» (cit. il mio medico di base)

Sento le voci, dal corridoio.
E penso,leggo,penso (proprio così, senza spazi tra le virgole): Occhèi, d’accordo, però stavolta dovrai prescrivermi tutte le cosine come si deve, ché non c’ho voglia di tornare ancora, sebbene star qui equivale a guardare un video improbabile su youtube. E se vuoi ti regalo anche uno shampoo, ne ho uno solido fan-ta-sticazzi&co.
Poi entro: Buonasera, Ciao cara, come va, allora che ci fa qui?
La rava (ma la rapa quella rossarossa?), la fava (quelle fresche? sì, va’ che è circa estate), L’HDL, i conticini per l’LDL, la creatinina, (la cretina), il potassio, il magnesio che è il fratellino, l’acqua che devo bere (amo i torèt, ma mi tocca il rubinetto), e quasi quasi pare che – tira e molla – abbia ragione lui: per ora siamo piantati a questo traguardo di routine con l’SSN e andare oltre non ha senso. Pace.
Le vacanze? Sì, lì, qua, vediamo. Allora, si diverta. Arrivederci. Arrivederci.
Però un po’ di saponetta shampoo gliela porto lo stesso prossima volta: anche perché mi sono dimenticata una cosa. Gira e rigira la rincoglionita son sempre io e non è niente bello.
In chiosa, naturalmente, mi scappa la pipì.


SiPregaDiTirareLaCatenina

“Picasso diceva: «Faccio sempre quello che non so fare per imparare a farlo». Come commenteresti questa frase?”

Ms la commenterebbe così: Eh, lo so, lo faccio anch’io, ma per me è sempre un gran casino.


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Pablo Picasso

David Bowie style

17 gennaio 2014

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My face is a mess

Bugie al bar

23 novembre 2013


Barista, fronte corrugata e occhi indagatori: “Ti vedo stanca… ”
Ms, in tuta e palato-lingua al latteecaffé: “È il sonno… ”
Barista, occhi spalancati e fronte appianata: “Ah, è sonno quello… ?”
Ms bofonchia strano come una gatta appena nata e sprofonda nel divano a scrivere un post scemo.


Mezz’ora di attesa alle prime luci del mattino, babele di voci in fila – donne di colore uscite da un fumetto francese, la signora disegnata da Jacovitti sfuggita dalla striscia – vagheggiano in discussioni su chi sia arrivato prima, qualcuno sorride, qualcun altro sghignazza: saranno quelli vaccinati con inoculi di pazienza. Osservo, sorrido, scambio due parole, aspetto e basta, mi esercito sull’importanza dell’ “e basta”. Si spalancano le porte che ingoieranno l’orda e vengo dirottata al primo piano, spoglio, linoleum nero il pavimento, muri lisci smaltati ambulatoriali, sedioline lucide per culo a ventosa. L’accoglienza pazienti è affidata a un operatore sanitario spilungo con le braghe alla caviglia e spalle leggermente ricurve sui suoi circuiti affettivi; programmato per ripetere le indicazioni come in un loop che ricomincia all’arrivo di ogni nuovo paziente; devoto ad una missione conferitagli da un qualche dio maggiore, parla come se stesse celebrando messa e dopo un po’, a sottolineare la propria autorevolezza, precisa che sua madre ha un disturbo bipolare e che lui è l’unico a lavorare tra un nugolo di figli la cui storia è affidata ai puntini di sospensione lasciati a riempimento della frase.
Segue infermiera passo strascicato svelto che mi liquida malamente perché la formulazione della mia prescrizione medica è nell’elenco nero di quelle che da loro non possono essere evase.
Non te l’ha detto nessuno? Cavoli tuoi: La prossima volta si informi, prima. Mi sono informata. Non gliel’hanno detto? Beh, io non so con chi ha parlato lei.
Anni di lavoro nella Pubblica Amministrazione italiana e manco quasi t’incazzi più, pensi solo Che culo fare la comparsa in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Poi ti avvii alla volta di un cappuccino e un biscotto.


Le aspettative riposte si ingigantiscono nascoste
si rivoltano svelandosi
non si riconoscono schierandosi.


Hanno scoperto che l’Ilva inquina Taranto.
Ma va?
Non hanno ancora scoperto che le cozze nere del Mar Piccolo già si tramandavano la notizia di bisso in bisso da generazioni e generazioni.

Alla fiera estiva delle ovvietà, bariste finte in interviste disinventate prese dallo sfinimento, tracollano imbeccate con commenti sul caldo del tipo Iclientibevonomenocaffèepiùbibitefresche.

Costituzione della Repubblica italiana – Principi fondamentali – 3. [I]
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»

Suprema Corte e Corti di merito.
Reiteratamente hanno riconosciuto che il convivente more uxorio non ha alcun diritto nei riguardi del proprio convivente e dei suoi eredi in quanto «la convivenza concretizza una situazione di fatto, caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale, cui non si ricollegano diritti e doveri se non di carattere morale.»

Soluzione praticabile: cambiare il tempo del verbi.
Idee: il presente condiziona(bi)le.

Mmg! (Inanna)

25 luglio 2012

C’è un tizio che si chiama Serio, produce borse; poi le vende.
Ci sono le mestruazioni che arrivano all’improvviso come fanno i terremoti annunciati che poi spaccano l’asfalto in due: la ragione di qua, quello che sei, imprescindibilmente, di là. La ragione barcolla, la pressione si abbassa, fuori fa caldo, la sedia è mediamente ergonomica, ma la senti scivolare sotto le chiappe sebbene sia ferma e le chiappe pure.
A casa scopri che il vino bianco fresco, d’estate, è il miglior antidoto nei giorni in cui – la tradizione insegna – non ti tocca fare la maionese e un mucchio di altre cose; ma, sai, tutti ormai se ne fregano, perché le tradizioni in galleggiamento (più o meno cool) sono, alternativamente: le braghe calate su mutande firmate o il cappello di paglia poggiato su una testa che non vorrebbe di essere di minchia, ma viene comunque trattata come se lo fosse.
Scopro la mia faccetta un po’ disperata immortalata per un futuro immemore stampato nella prima pagina de La Stampa provinciale; da un altro punto cardinale, nella cornetta, nell’orecchio, ho la voce vescicale di un giornalista in preda al niente che mi chiede dati di cui farà un uso glabro.
In tutto ciò l’unica cosa che conta è Inanna.
Nessuno sa chi è, eppure tutti.

Pesce rosso

11 luglio 2012


Valigie troppo grosse e musi annoiati per l’infamia di non poterle rimpicciolire seduta stante come per miracolo, grugno con canotta, baffo, braccia scure, idioma aperto;
stretti corridoi del mercato rionale,
magliette e vestiti colorati ad euro sei;
caldo torrido e siepi di gelsomino da annusare,
culi bassi e andature da teppistelle in periferia, orecchino al naso e fidanzatino sottobraccio,
lagne strascicate e mozzarelle;
mare caldo, sempre più caldo,
zucchine con le patate e vino rosato con ghiaccio, scandalo al sole per i palati fini.
Un anno, un mese e dieci giorni dopo
qualcosa è cambiato
e qualcos’altro no,
e mi sento un pesce rosso contento
fuori dalla boccia.