Contiene sabbia di Maiorca (polvere alla polvere e sabbia alla sabbia).
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Quel che rimane, insieme ad altro ancora.


Gigantografia di un rossore coatto, collana arancio e pantaloni a righe come in un cartoon arguto: consegna a mani del nuovo passaporto minchiadigitalizzato da uomo gulliveriano che arrivava dritto dritto da un ufficio da film, un ufficio con la D maiuscola. Son cose da raccontare ai nipotini che non ho, poi chissà, la vita ha le sue curve, pendii, cime e la luna è piena di crateri come una spiaggia di Cipro Nord, ci si può nuotare dentro come con ali di tartaruga marina, affogare, finire in un buco, risalire o decidere di rimanere lì.
Sarebbe bello potervi mostrare come vola sott’acqua una tartaruga marina, ma non sono brava con i file multimediali, mi imbruso, mi ci vuole tempo, mi-ce-ne vuole tantissimo e c’è un problema fondamentale, ovvero che il lavoro non nobilita l’uomo: semplicemente – appunto – gli sottrae un sacco di preziosissimo tèmpo. Dovrei studiare meglio le sottrazioni: sono un quasi un portento in quelle loffie e un disastro in quelle beatverybeat.
Avrei voluto scrivere un post comprensibile, giuro, era nelle mie intenzioni. Ma ho la psiche sconquassata, ho la psiche sconquassata da quando ho messo il primo alluce a terra dopo l’ultimo gradino della scaletta appoggiata dall’Italia fino all’aeroplanone Turkish Airline, la linea aerea dai pasti più gustosi della stratosfera e della homemade lemonade alla menta che ti resuscita le papille.
Quindi, siccome ho la psiche sconquassata, lascerò spazio alla catarsi dei deliri ad scribendum.
Sto meditando per trasformarmi in un baco da seta riscaldato in una boccettina messa tra le mie stesse tétte, ma è una cosa complicata, perché tra le mie tétte c’é un mucchio di spazio e il buco nella boccettina è davvero piccolo per ficcarmici dentro.
Brezsny dice che secondo lui romperò meno di otto uova prima di superare la mia prova di equilibrio. Gli voglio bene per questo: perché mi dà sempre un sacco di fiducia, anche se non mi conosce, sento che dice sul serio, che la sua è una succosa attendibile follia.
Mi sottometto volentieri alle voglie di Velvet, faccio da poltrona Frau per gatta, prendo decisioni ferme che traballano in colpetti di tosse dell’io. Se non sei sincero con te stesso inevitabilmente rischi di tradire l’altro. Mh. L’incoerenza lastrica come buccia di banana ogni singola giornata e spesso mi ritrovo a scegliere percorsi in isolamento in spazi aperti e troppo silenziosi che fanno puzza di paure bruciate.
Tutta la mia vacanza, sia quella per conto mio che quella in condivisione nella terra scissa dalla buffer line del 1974, è stata splendida, piena di gente da cui ho imparato pezzettini del vivere.
E’ stato splendido anche Mario che qui, una volta rientrati, ci ha insegnato a fare il formaggio, i plin, i tajarin, la focaccia, la pappa al pomodoro, lo sambajon con il marsala, la salsa di pomodoro fresca più buona dell’universomondo che ciuccerei con la cannuccia. Mi ha insegnato che l’entusiasmo e la passione sono gli ingredienti più importanti in qualsiasi cosa, senza i quali sei cera senza stoppino, senza fiamma, fai il buio dentro e non illumini fuori.
Così continuo a sconquassarmi e gioco a trovare l’equilibrio nei miei modus sperando di non rompere troppe uova ché sarebbe un peccato.
Ho preparato il formaggio, ho fatto l’Heidi senza caprette, e mi son chiesta se abbia senso stabilrmi qui, metter su casa, annaffiare questa talea astrusa che sono diventata. Da un po’ ormai meno po’ abito in una città che mi piace anche tanto, che mi emoziona sempre con la sua bellezza, ma sono circa infilata in un tubo come un pupazzo del calcio Balilla, piazzata qui arrivataci seguendo un percorso tutto strano in cui ogni elemento “umano” che ha partecipato all’evento è rigidamente posto a debita distanza e non è un difetto di fabbrica: sono le regole di quello che è stato il gioco. Ora da pupazzo del calcio balilla miro a sfilarmi dall’asta in acciaio, raccattare tutte le mie cose per trasferirle altrove, tutte insieme, con me; ma voglio buttare via i dadi delle scelte fatte a caso. Fare uno sforzo giocoso per cambiare qualcosa che hai sempre pensato di non poter cambiare
L’onda lunga del profumo del raki servirà.

Caretta caretta

Luci verde fucsia

15 giugno 2013

Luce verde fucsia


Allenta un po’ la presa. Allento. Leggo. Dormo. Mi sveglio. Trovo il sole. Cerco il mare e il costume nuovo. Presentefuturo.
Potrebbe fare troppo caldo. Fa niente. Ho il cappellino, farò due chiacchiere con l’ombra di tuttociòqualsiasi che apparecchi il mondo naturale delle cose.
Penetra più a fondo. Rivelazione cult? Mi sa che la grafia mi fa una specie di sesso.
Mr Cì mi scrive Sei, come profondità d’analisi, l’unico interlocutore possibile! C’è da dire che non conosce la Middle. Tuttavia. In allineamento simbiotico con l’oroscopo di quel matto di Brezsny, personalizzo con sfumatura pastello e tratto la gratitudine non come un’emozione, ma come un sentimento che ha la stessa valenza della gioia: e sento la differenza che c’è tra il fiume e il mare.
Vabbè, insomma, oggi parto per le vacanze. Brevilinee, ma tanto care.
Poi torno.
Credo.

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Il cervello ciocca, i circuiti saltano, gli orari ballano la rumba, il cuore batte il ritmo, il cervelletto scrive, qualcuno spia, la gente mormora, i vestiti animati coprono in sordina o facendo chiasso, vi ci infiliamo come nella cruna di un ago; crocco la ciotola, acquo la bacinella, spengo il gas già spento, schiocco la valigia, bacio il sacco a pelo, dindlo le chiavi, abbasso la saracinesca del pensiero (luci soffuse), mi accompagna l’ascensore, accelero il pedale, parcheggio le ruote, cammino nel riflesso verde dell’ombrello nelle pozzanghere, non sbaglio il binario, mi aspetta il treno giusto, riconosco il cielo, gli sbuffi del bianco stagliati nel celeste vivo, le fantasie di nuvole, mi perdo serena nell’incontro con il mare altrove, le profondità che mi attirano e quelle che mi spaventano, i picchi bianco-scuri che fanno il solletico al cielo e il bacio della sincronia con la stabilità, tento il sonno in questo frastuono buono.
La presbiopia è quella modificazione dello sguardo per cui per non avere una visione sfocata, le cose devi allontanarle da te: ci si arriva dopo un po’.
Faccio lo tsunami-anatroccolo, all’orizzonte grandi onde: lasciate andare spazzeranno via rami secchi del passato.
Quelle cose che non sapendo bene quale delle due fare tanto vale farle entrambe.
Ho freddato la mamma cyborg che con la sua sottile voce metallica cercava complicità abietta ed è rimasta senza voce da trasmettere da quell’altoparlante freddo come Hal.
Come disegnare una linea per terra e dire Fin qua ci sei tu e da qui in poi io e – come vedi – le due aree non si intersecano.

Pesce rosso

11 luglio 2012


Valigie troppo grosse e musi annoiati per l’infamia di non poterle rimpicciolire seduta stante come per miracolo, grugno con canotta, baffo, braccia scure, idioma aperto;
stretti corridoi del mercato rionale,
magliette e vestiti colorati ad euro sei;
caldo torrido e siepi di gelsomino da annusare,
culi bassi e andature da teppistelle in periferia, orecchino al naso e fidanzatino sottobraccio,
lagne strascicate e mozzarelle;
mare caldo, sempre più caldo,
zucchine con le patate e vino rosato con ghiaccio, scandalo al sole per i palati fini.
Un anno, un mese e dieci giorni dopo
qualcosa è cambiato
e qualcos’altro no,
e mi sento un pesce rosso contento
fuori dalla boccia.

Lay, lady, lay


Lo stile libero è da perfezionare.
Lo stile rana mi viene naturale.
Il delfino non mi viene neanche artificiale.
Trasposizioni metaforiche, meglio evitare.

Kronos e Kairos

15 maggio 2011


Gamberetti croccanti annegano in una vellutata di zucchine, unica zattera un crostino di pane di Savelletri. Bocconcini di pollo imbellettano le ventose con coccarde di verdura. Le melanzane scivolano sui cicatidd che fanno lo slalom su pezzi di pesce spada. Mippì zittisce un camerire già zitto parlandogli a zig zag con un commento che dovrebbe raggiungerlo dopo aver attraversato il timpano di Mr. cì. Ma quell’uomo già zitto e sornione, rimane zitto, sornione e guadagna qualche punto in senzapallaggine. Il vino sbuca dal cestello con malizia timida, bianco sarebbe stato troppo chiaro, rosso troppo scuro, rosato ci accompagna con discrezione, sapore cald’allegro. Lieve scirocco muove il mare, occhiali scuri per riposare gli occhi dal sole. Si parla di rapporti di coppia, compromessi; innominato, l’amore, non so se ce lo siamo scordato. Il fatto è che non sai mai bene se nel tuo Ṛtú l’altro è disposto ad entrare. Poi ti dici: Non chiudertici dentro e non scappare, anche quando c’è quel qualcosa che, per un motivo o per un altro, fa male.

The great elsewhere