Testa rasata china sul cellulare,
chissà passarti un dito contropelo sul collo;
non ci piaceremmo
Labbra da anatroccolo, occhi tondi
camicia blu semispalancata tirata sul pettorale gonfio, occhieggia il tribal tatuato
In alternanza geometrica optical minimale, i puntini bianchi e marroni della camicia, sulla spalla larga passano dalla forma tonda a quella ovale per catapultarsi poi come piccole biglie dentro i jeans
Sul culo sodo e stretto ride una piega che mima i Levi’s,
si scende a sigaretta aderente fino ai risvolti che in prossimità della caviglia non osano toccare il bordo delle sneakers arredate dal logo dell’omino a cavallo con la mazza da hockey pronta al colpo
Il pollice accarezza il cellulare sottile su e giù, le immagini scorrono, su qualcuna si sofferma e poi ritorna alla carezza compulsiva.
Rimpiazzata l’auto come estensione del pene, rimpiazzato il pene come estensione del sé.
Peccato.

L’uomo purga

25 luglio 2017


È quello che si è seduto accanto a me in treno.
Se sbuffa ancora una volta, lo sgonfio.

Sturm und Drung dadaista

24 luglio 2017


Il diario delle trasgressioni ha parecchie pagine bianche da un certo punto in poi. Ma il diario delle trasgressioni ha anche un sacco di pagine blu cobalto: basta spostarsi e giocare con la rifrazione della luce.
L’elenco delle tentazioni è una piantina di fragole di campo non mangiate, quelle dolcissime. Foglie sempreverdi e frutti sempre rossi.
– Cosa fai?
– Mi esercito: vorrei snocciolare una fragola.
– Le fragole non hanno il nocciolo.
– Una sì.
– E poi?
– E poi

Le relazioni non pericolose: come far comprendere al prossimo diverso da te stesso che se cane anche non bau se gatto anche non miao e se non capisci ciao.


Con gli artigiani, in questa era della mia vita in cui non avrei potuto (nonostante il desiderio intenso di) farne a meno, da subito, ho estirpato il problema alla radice. Esordisco con: “Lavoro, non posso delegare a nessuno, sono libera in questi orari e solo in questi pomeriggi, se vuole va bene anche il sabato. Quando può passare?” (Studiata anche la selezione del verbo).
Dopo il silenzio di rito di 5 secondi (quello che serve al pesciolino nella scatola cranica per capacitarsi e mettere a punto il tutto) si passa agli accordi.
Il problema grosso l’ho avuto con la sciantosa occhialuta delle Poste per farle entrare in quella testa maltinta (una pista da scontro per pesciolini) che in culonia a ritirare una raccomandata a causa di un loro disservizio non ci sarei andata, a maggior ragione perché non ne avevo i mezzi, il modo e il tempo.
– Lavoro, i tempi son stretti, non saprei quando andare.
– Prende l’auto e va.
– L’auto non ce l’ho. (Leggo l’incomprensione che le si rifrange nelle lenti) E comunque non è questo il problema: potrei prendere l’autobus come ho fatto le altre volte, ma non saprei quando andarci.
Strabuzza i cirri dietro gli occhiali da gatta:
– Non ci può mandare qualcuno?
– No.
– Un parente, un amico?
– No.
– Non può chiedere a nessuno di andare?
– Nooo! Lei a un gatto lo chiederebbe? Posso parlare con il direttore?
Direttore filiale Poste. Giovane, abito Lebole, occhialuto, meridionale, sposato, gentile come da corso di formazione labile sulla psicologia labile della clientela. Ha funzionato. Ci ho messo una settimana per ritirare una Raccomandata 1, ma non sono dovuta andare in culonia di Torino.
The end

* Pare che se scrivessi più spesso post a più alto indice di comprensibilità, potrei rischiare che mi si voglia un po’ bene. Roba da discuterne con Snoopy.


Le vacanze sono finite, non posso dire messa, non ho omelie, non ho buoni propositi: ho la mia casetta con le spighe, un materasso che sarà meglio cambiare, un letto contenitore che prende forma nel parco dei desideri insieme a un armadio più lungo e più stretto con le antine scorrevoli bisbiglianti in cui gatta cercherà di giocare a nascondino comodo; ho ancora un frigorifero che non funziona a cui mi sto pigramente affezionando perché alle scomodità e alle mancanze ci si abitua, polvere sulla pompa rossa dalla forma strana, i bisogni si prosciugano come si prosciugheranno le pozzanghere di questo acquazzone in goccioloni che mi hanno ricacciato in casa. Strizzi la spugna e quella fa finta di tornare sintetica e senza la vita dell’acqua. Hai sete lo stesso, il vino serve appena, la birra è troppo calda. Gatta ti dorme accanto sull’altro cuscino, la vedi con l’occhio notturno che si apre nel dormiveglia. Carezza. Miao. Carezza. Sonno. Sveglia.
Le sveglie suonano tutte più meno alle stesse ore, però sono mie. Sia quel che sia, le decido comunque io.
Il vento.
Il vento io lo amo.
Il vento era lì il giorno dell’arrivo e quello dopo, un dialogo poemico con tutti gli elementi intorno. Quando era altrove la mattina, tornava la sera e qualunque fosse la sua intensità, la percepivi piena come se fosse un amante esclusivo, senza esserlo. E’ tornato l’ultimo giorno, di nuovo più potente, il pentagramma del movimento delle foglie ne accompagnava il movimento. Ed ero lì dentro, con lui, il vento, in un abbraccio impagabile con una colonna sonora spontaneamente dedicata a convincermi che non sono una stupida folle: quella cosa esiste, da qualche parte. Lossò. Quello che non so è se sarò in grado di agire ed essere in modo da non esserne preclusa.

Elle di di Paul Verhoeven


Il film è quasi tutto nelle espressioni e negli sguardi della Huppert, più di 60 anni di materia affilatissima racchiusa in un corpo estraneo ai segni del tempo.
Un cyborg animato per una PS4, penetrazioni stilizzate e non, stigmate su corazze psichiche di metallo riprodotte in 3D, definizione 4k.
Un lombrico uscito dal piccolo foro del bruciatore di un fornello per trasformarsi, appena fuori, in un essere fallico molto più grande, molle, sporco di sangue, muso da drago nel suo ringhio, lingua biforcuta. Rettile? Velenoso? Videogame(te)?
Incubo flaccido di una mente grumosa, mosaici dell’anestesia affettiva di un’idea, fino all’abuso acuto dell’idiozia di un figlio.
Desertificazione grigia delle terre disseminate di arbusti d’acume.
Indi.
C’era il mal di testa, l’umore loffio, l’occlusione del pensiero. “Massì, andiamo, voglio uscire dalla mia sceneggiatura ed entrare in un’altra”, avevo detto.
Poi sono rimasta attaccata alla mia, con le sue alternanze – ritmi ludici, ritmi di piombo, toni in 4/4 – contenta come potrebbe esserlo una cozza avvinghiata al proprio scoglio e a tutte le altre cozze. Uno squiccio di birra ambrata, orata affornata – cedo la seppia ripiena, cedo tre olive –
 e melanzane aglio e prezzemolo ad alitare via le atmosfere di una cruenta e asciutta play station.

Èttardi

18 luglio 2017


Èttardi è quella parola che ti strangola,
un cordolo unico intorno al flusso della vita nei giorni
lo blocca, lo succhia, lo ingoia e non te lo risputa mai
Ti fa le briciole nel cassetto delle posate, nascoste laddove si sottraggono alla vista, a te
occhieggiano
Quando èttardi, non ci sei mai, sei sempre nella corsa
e correre è non essere da nessuna parte completamente
insegui il tempo che hai sfuggendogli
e lo sguardo non fa in tempo a contemplare la bellezza