Verde haiku fuori porta

30 settembre 2016


Com’è buono il sushi all’aria aperta

prima del parrucchiere 

 nell’astigiano

su una panchina

 un vassoio sulle ginocchia

e dalla punta della lingua

 le lacrime da wasabi

Cos’è un figlio

28 agosto 2016


È quando un amore non finisce

quando il calore non è mai abbastanza eppure ne avanza

quando non hai bisogno di corse forsennate ed ore di palestra e l’ohm è sempre pieno perché il vuoto non è esistenziale, ma un germoglio creativo e conoscitivo da annaffiare

È quando ridere, aspettare, sentire, accudire, scoprire, dubitare, cantare, curiosare, insegnare, imparare, lasciare andare senza allontanareÈ quando un lui non è più così importante, anche se sì, perché è solo la metà di una metà che ti manca, ma è più facile rannicchiarsi dentro e sentire comunque il tepore di una mano umidiccia che ti cerca

È quando tutto questo non è detto e – se esiste – ha un senso enorme

altrimenti qualcosa è andato a ramengo

A ramengo scoppiano le bombe e le mine vaganti

Ciònetà

23 agosto 2016


Niente niente adesso arriva pure Nick Kamen, quello del 1985.

L'intestino felice di Julia Enders


Ciò che più mi è piaciuto:
la dedica,
il volto sorridente delle due sorelle Enders,
i ringraziamenti,
l’idea e i disegni,
il libro,
la passione pura e semplice che lo anima,
le saracinesche che apre con un fragore divertente sul nostro mondo interiore diversamente inteso.
E, se ci fosse un solo umano illuminato ad occuparsi della predisposizione dei programmi ministeriali, sarebbe il momento di delegare l’insegnamento della religione alla catechesi e fare finalmente spazio a qualcosa che ci permetta di tirare fuori il cervello e le budella dal sacco di tela chiuso da un cordino gesuita: un’ora alla settimana di intestinologia sarebbe un ottimo inizio.
D’altronde anche lui, l’intestino, lo mettiamo in croce spesso, con buona pace dei ferventi dediti al culto del senso di colpa.

«Senza la tua mente libera, razionale e curiosa, spesso sarei rimasta relegata in un mondo dove l’obbedienza e il conformismo sono più comodi del coraggio e della volontà di sbagliare in modo efficiente.»

(*) Dalla scala della cacca di Bristol, 1997; descrizione del Tipo 4, fabbricato a seguito di una digestione ottimale.

Lavanderia a gettone

20 agosto 2016


Quasi tutti e qualcun altro, qualcuno che scatti loro una fotografia o con cui destreggiarsi in un selfie,
i bambini,
la gita al mare,
il bacio sulla montagna,
il pit stop in campagna,
il sorriso dal muretto;
e poi lo scatto per Facebook, l’amante onnicomprensivo e universale che, se non ti sottrai con noncuranza, si scopa tutti gli aspetti dell’ego con appetito insaziabile concludendo con un pop up a sostituire la fumata iconoclasta a letto.
Nel mondo non ologrammato che brulica con brio o noia o scatti di rabbia secca o discorsi idioti e birra o noncuranza o risate e richiami o polemiche e amori ansimanti, sotto forma di voci, rimbombando le sere estive dalle finestre aperte sul cortile, è già tutto un po’ diverso: la patina delle foto confetto sembra quasi un tatuaggio fatto un po’ male, incollato sulla schiena della vita, laddove si giocano tutte le partite, anche quelle che vuoi celare.
Ma io adesso non ci posso tanto pensare: ho un coprimaterasso enorme da salvare.

 


Voltura del contratto di fornitura del gas.
Facile.
Chiami, racconti, enumeri, propongono, infinocchiano, decidi; disponi, per quello che puoi.
Arriva il contratto scritto in micron.
Rava, fava, privacy, tabelle, firme col piglio.
Lo invii,tipo, il 27 luglio, lettera vergata, raccomandata con ricevuta di ritorno. A Roma. Che già questo ti dà i brividi: immagini un edificio enorme, il postino in motoretta, il Tevere, il raccordo anulare straripante, gli uffici con la bolla al naso.
Al 18 agosto la ricevuta di ritorno non è ancora tornata. Si chiama “di ritorno”, ma poi che ne sai? Si può sperare nel ritrovamento in bottiglia nel Po.
In compenso la prima bolletta è già bella trulla che arrivata. All’indirizzo sbagliato. Mi va bene che ancora per un po’ avrò il dono dell’ubiquità concesso ai traslocandi.


Morale: l’incoerenza e la speranza giocano un’olimpionica partita. Chi delle due vince, sarà l’ultima a morire.

La pazza gioia di Paolo Virzì


Ieri ho realizzato di aver dimenticato La pazza gioia. Quando hai un cacchio da fare – a parte lavare un tot di cuscini e inscatolare utensili da cucina – capita che ti si affastellino pensieri, un dialogo continuo, un po’ come quello dei matti.
Appunto.
I matti, quelli buoni, li adoro. Mi fanno tenerezza, annichiliscono pompandosi l’ego come bambini o soccombono sotto una realtà che li sovrasta e a cui si sottraggono: tra i mille percorsi che l’istinto di sopravvivenza suggerisce non è dato sapere quale sarà il tuo.
Nel coordinamento tra Servizio Sanitario e aspetto giudiziario, la gestione dei pazienti nella vita reale temo sia ben diversa dalla relativamente idilliaca descrizione del film nel quale, una denuncia del fatto che non sempre Il Sistema abbia ben chiari i fatti prima di distorcerli, è comunque tra una riga e l’altra del registro di una sceneggiatura che ha conquistato tanti, me inclusa. Ed E., naturalmente, con la quale c’è una compatibilità tale che la constazione del non avere nessuna delle due scampo all’orientamento eterosessuale al quale – per natura – non riusciamo a sottrarci, porta sempre con sé una nota di divertito rammarico.
Entrambe siamo state conquistate da Beatrice e Valeria Bruni Tedeschi. Mi piace la sua “voce sporca” che si anima con sfumature infantili e gaudiosamente querule. Non credo che la caratterizzazione dei personaggi femminili sarebbe riuscita così bene senza il tocco estrogeno della Archibugi. Il testosterone da solo poco può nella descrizione del femminile se vuoi renderne la frizzantezza e alienarlo dai toni cupi della malinconia e della sottomissione a convenzioni sociali arcaiche, riscattandone la fresca ironia.
Nel femminile, vissuto a pieno, non c’è Rems che tenga. Tutto sta nell’imparare a conoscerlo e a viverlo, quel femminile.

(*)Mark Twain