Ciònetà

23 agosto 2016


Niente niente adesso arriva pure Nick Kamen, quello del 1985.

L'intestino felice di Julia Enders


Ciò che più mi è piaciuto:
la dedica,
il volto sorridente delle due sorelle Enders,
i ringraziamenti,
l’idea e i disegni,
il libro,
la passione pura e semplice che lo anima,
le saracinesche che apre con un fragore divertente sul nostro mondo interiore diversamente inteso.
E, se ci fosse un solo umano illuminato ad occuparsi della predisposizione dei programmi ministeriali, sarebbe il momento di delegare l’insegnamento della religione alla catechesi e fare finalmente spazio a qualcosa che ci permetta di tirare fuori il cervello e le budella dal sacco di tela chiuso da un cordino gesuita: un’ora alla settimana di intestinologia sarebbe un ottimo inizio.
D’altronde anche lui, l’intestino, lo mettiamo in croce spesso, con buona pace dei ferventi dediti al culto del senso di colpa.

«Senza la tua mente libera, razionale e curiosa, spesso sarei rimasta relegata in un mondo dove l’obbedienza e il conformismo sono più comodi del coraggio e della volontà di sbagliare in modo efficiente.»

(*) Dalla scala della cacca di Bristol, 1997; descrizione del Tipo 4, fabbricato a seguito di una digestione ottimale.

Lavanderia a gettone

20 agosto 2016


Quasi tutti e qualcun altro, qualcuno che scatti loro una fotografia o con cui destreggiarsi in un selfie,
i bambini,
la gita al mare,
il bacio sulla montagna,
il pit stop in campagna,
il sorriso dal muretto;
e poi lo scatto per Facebook, l’amante onnicomprensivo e universale che, se non ti sottrai con noncuranza, si scopa tutti gli aspetti dell’ego con appetito insaziabile concludendo con un pop up a sostituire la fumata iconoclasta a letto.
Nel mondo non ologrammato che brulica con brio o noia o scatti di rabbia secca o discorsi idioti e birra o noncuranza o risate e richiami o polemiche e amori ansimanti, sotto forma di voci, rimbombando le sere estive dalle finestre aperte sul cortile, è già tutto un po’ diverso: la patina delle foto confetto sembra quasi un tatuaggio fatto un po’ male, incollato sulla schiena della vita, laddove si giocano tutte le partite, anche quelle che vuoi celare.
Ma io adesso non ci posso tanto pensare: ho un coprimaterasso enorme da salvare.

 


Voltura del contratto di fornitura del gas.
Facile.
Chiami, racconti, enumeri, propongono, infinocchiano, decidi; disponi, per quello che puoi.
Arriva il contratto scritto in micron.
Rava, fava, privacy, tabelle, firme col piglio.
Lo invii,tipo, il 27 luglio, lettera vergata, raccomandata con ricevuta di ritorno. A Roma. Che già questo ti dà i brividi: immagini un edificio enorme, il postino in motoretta, il Tevere, il raccordo anulare straripante, gli uffici con la bolla al naso.
Al 18 agosto la ricevuta di ritorno non è ancora tornata. Si chiama “di ritorno”, ma poi che ne sai? Si può sperare nel ritrovamento in bottiglia nel Po.
In compenso la prima bolletta è già bella trulla che arrivata. All’indirizzo sbagliato. Mi va bene che ancora per un po’ avrò il dono dell’ubiquità concesso ai traslocandi.


Morale: l’incoerenza e la speranza giocano un’olimpionica partita. Chi delle due vince, sarà l’ultima a morire.

La pazza gioia di Paolo Virzì


Ieri ho realizzato di aver dimenticato La pazza gioia. Quando hai un cacchio da fare – a parte lavare un tot di cuscini e inscatolare utensili da cucina – capita che ti si affastellino pensieri, un dialogo continuo, un po’ come quello dei matti.
Appunto.
I matti, quelli buoni, li adoro. Mi fanno tenerezza, annichiliscono pompandosi l’ego come bambini o soccombono sotto una realtà che li sovrasta e a cui si sottraggono: tra i mille percorsi che l’istinto di sopravvivenza suggerisce non è dato sapere quale sarà il tuo.
Nel coordinamento tra Servizio Sanitario e aspetto giudiziario, la gestione dei pazienti nella vita reale temo sia ben diversa dalla relativamente idilliaca descrizione del film nel quale, una denuncia del fatto che non sempre Il Sistema abbia ben chiari i fatti prima di distorcerli, è comunque tra una riga e l’altra del registro di una sceneggiatura che ha conquistato tanti, me inclusa. Ed E., naturalmente, con la quale c’è una compatibilità tale che la constazione del non avere nessuna delle due scampo all’orientamento eterosessuale al quale – per natura – non riusciamo a sottrarci, porta sempre con sé una nota di divertito rammarico.
Entrambe siamo state conquistate da Beatrice e Valeria Bruni Tedeschi. Mi piace la sua “voce sporca” che si anima con sfumature infantili e gaudiosamente querule. Non credo che la caratterizzazione dei personaggi femminili sarebbe riuscita così bene senza il tocco estrogeno della Archibugi. Il testosterone da solo poco può nella descrizione del femminile se vuoi renderne la frizzantezza e alienarlo dai toni cupi della malinconia e della sottomissione a convenzioni sociali arcaiche, riscattandone la fresca ironia.
Nel femminile, vissuto a pieno, non c’è Rems che tenga. Tutto sta nell’imparare a conoscerlo e a viverlo, quel femminile.

(*)Mark Twain

The Zero Theorem di Terry Gilliam


Avrei scritto che non mi è piaciuto,
avrei scritto  che a un certo punto della visione mi ero accorta che mi stavo annoiando (ed è vero),
avrei scritto “meglio Tim Burton con La fabbrica di cioccolato” (il diodelcinema solo sa, percorrendo quali associazioni mentali  ho fatto incontrare i due film a danzare in coppia su un palcoscenico senza astanti),
avrei scritto che Gilliam ha reso il problema del secolo  rendendolo in 3D senza costringerci a ricorrere alla necessità di indossare scomodi occhiali in sala,
che ciò che più mi ha colpito è il modo in cui, schivo, schiaffeggia forte il mondo scoperchiando la distruttiva distopia del quindicenne, figlio del capo folle, uomo sterilizzato da un egocentrismo asettico e privo di un qualsiasi tipo di umanità.
Poi c’è.
Poi c’è che continua ad apparirmi  – ad intermittenza – l’ espressione di Christoph Waltz, quegli occhi incassati in uno sguardo perso e disorientato in un’attesa primitiva, gotica e naïve.
E quindi.
E quindi c’è questo: una recensione che trovo perfetta per capire (tanto lo so, le mie – se recensioni vogliamo chiamarle – a capire non servono di certo quasi mai), potete leggerla qui.

 

Il piano di Maggie di Rebecca Miller.jpg

Greta Gerwig nel ruolo di quaqquera a tratti diabolica senza esserlo, è godibilissima. La regia della Miller ricalca le orme di Allen a due spanne dal suolo, deformandole con toni al femminile ed epurandole dalle eculubrazioni cerebrotiche, lasciando le citazioni colte a quella fetta di borghesia americana di cui ritroviamo manie, incongruenze e pacificazione zuccherina e un po’ stolta.

 

In nome di mia figlia di Vincent Garenq

Film tratto da un fatto vero. Se interessa il fatto vero, suggerisco il libro, piuttosto. Non l’ho letto, ma dubito sia peggio del film: il doppiaggio non mi convinceva, la recitazione neanche, la sceneggiatura men che meno.
Nessun approfondimento su motivazioni, angolazioni, neanche un accenno alla psicologia delle luci e delle ombre di un percorso che – vista la ricerca furiosa e cieca in cui si immerge il protagonista, pur io consapevole che una tragedia simile è una stele infilata nel cuore, impossibile da estirpare – sembra fare l’eco al contrario all’aforisma di Nietzsche: Quello che non mi distrugge mi rende più forte si trasforma in Quello che non mi distrugge mi uccide; e non è bello.

Sottotitolo: Quando una bozza viene alla luce circa un anno dopo ed hai una lampadina fulminata.

Quando c'era Marnie di di Hiromasa Yonebayashi


Il bus numero sessantotto attraversa la città da qui a là, fino al cinema, uno di quelli più belli – è bello ciò che è bello ed è bello anche perché piace – situato in un corso che, a parte il nome, del Belgio non ha proprio niente se non, forse, il cinema. Ma io in Belgio è pur vero che non ci sono mai stata, quindi chissà.
Per il bus numero sessantotto (e qui scrivo facendo l’eco a Giuseppe Culicchia), ci vorrebbe un post a parte. Ad ogni modo è importante che proprio con lui (il bus, quel bus) sia arrivata alla meta, allegra come una bimba in vacanza, con la borsa resa obesa da tutti gli indumenti che, indispensabili coi quindici gradi o forse diciotto del mattino, giunti ai 33 gradi delle 15:17, interpretavano, appallottolati, piuttosto il ruolo di un’accozzaglia raccattata da una pazza disperata.
Mi sto dilungando, compenso la statura diversamente alta.
A ben guardarlo, una delle cose più belle di Quando c’era Marnie è il poster, sintetizza perfettamente anche l’influenza Hitchcockiana. Marnie. Marnie in un cartone animato, e ragazzetta Anna a farle da specchio. Con quel taglio di capelli un po’ così.
Non ci si potrà stupire se, ad un tratto, mi si vedrà andare in giro con un fermaglietto blu (ce l’ho già da tempo, d’altronde) a tenerne le onde anomale sulla fronte.
Ho pianto. Gli altri astanti in sala no: ne ho dedotto che i bambini non hanno cuore. Poi ci ho pensato e ho riso, ma zitta zitta.

Una nuova amica di François Ozon.


Ricordo ancora il brio entusiasta che accompagnava il sorriso che accompagnava il piede che mi condusse fuori dalla sala cinematografica. I risvolti dell’ambivalenza coraggiosa, divertita e ironica sono sempre geniali. E’ in quelle pieghe desuete che il cervello smette di annoiarsi e dà il meglio di sé.
Avevo annotato:
François Ozon
Romain Duris
ma i ricordi sono sfumati come la vista di una talpa fuori dalla tana.

Anime nere di Francesco Munzi


Anime nere l’avevo visto con mio padre.
Faceva un caldo boia.
Il film lui lo ricorda ancora, gli piacque molto e a ragion veduta.

Teneramente folle - Infinitely polar bear di Maya Forbes


Ero con E.
Quindi l’analisi fu tutta al femminile, di quelle sintetiche, roba che gli intellettualoidi ci spicciano casa.

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