Sentita con le orecchie di questa faccia:
《Oggi code di due culometri.》
Sghignazzo sguaiatamente, l’amarezza diventa un budino, ha un sapore nuovo.

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Riassumendo.

La massima di Einstein: 《L’immaginazione è più importante della conoscenza.》

La massima della spoah:
《L’immaginazione è più importante del frigorifero pieno.》

Perdindirindina

9 settembre 2017

Ho visto, nell’ordine:
1) un Vollenweider alto alto e smilzo;
2) un Luca Zingaretti basso, tronfio e dallo sguardo sfuggente;
3) Jerry Lewis resuscitato in scarpe da ginnastica;
4) il sosia miope, professionista pulp real, di Varoufakīs con quella roba fastidosa e luccicante attorno al dito che si proietta nel mio cervello come ridondante simbolo di esclusione dai giochi, a prescindere.
Ho chiesto un parere a Velvet e, giustamente, ha detto: “Miaao!”

I desideri primari

7 settembre 2017


《Incontriamoci nel bosco dopo mezzanotte per raccontarci la storia delle nostre origini, rivelando i segreti che avevamo quasi dimenticato di avere. Cantiamo le canzoni che ci emozionavano tanti anni fa quando ci siamo innamorati per la prima volta della nostra vita. La luce delle stelle brillerà sui nostri antichi volti. La fragranza della terra grassa si insinuerà nella nostra voce come la pioggia che nutre le radici degli alberi. Sentiremo la Terra girare sul suo asse e il mormorio dei ricordi futuri che ci vengono incontro. Ci prenderemo per mano, vedremo i sogni negli occhi dell’altro e ci tufferemo alla profondità necessaria per trovare tesori nascosti.》(Brezsny)
Dove a spiegare non arrivo con tanta immediatezza – la bambina in me muta a mumblare in un angolo cerca le parole e i suoni come coriandoli – arrivano le stelle, sotto il mio segno, lette da un folle. Evviva.


Il frigorifero fa le fusa, io pure, Velvet non ne parliamo. Siamo oltre i 40 db, ma con discrezione.

A Ciambra di Jonas Carpignano


Lasciamo stare che c’è folla e la maschera è un signore scorbutico che blocca il passaggio grugnendo “Lei non è nella sala 3!”. Lasciamo stare che i più paiono abitanti da tempo immemore di un unico condominio affacciato tra via Roma e piazza Carlo Alberto. Lasciamo stare anche che il Lucky Luke con la “evve” moscia e il fazzoletto a triangolo attorno al collo intorti l’amico con ciliegie autocelebrative. Lasciamo da parte lineamenti, linee corporali e movenze del regista per quando ci chiederanno di ludici pensieri impuri. Lasciamo pure che al termine del film Lucky Luke intavoli una disputa sui sottotitoli a un dialetto che per sua stessa ammissione non conosce, insistendo con pervicacia come se gli stesse piovendo una pioggia fitta fitta di idiozia su un punto preciso della sua testolina di rapa. Lasciamo pure che la mistica in nero coi capelli disorientati e il fidanzato occhialuto muto, ci delizi con la condivisione del sentimento suscitatole dalla scena ics che ha cura di descriverci intervallando le parole a pause in cui suppongo contasse lentamente fino a dieci per riempire la sala di pathos e poi esordire con un “Bang!” onomatopeico della sua emozione esplosiva; cinque minuti dopo, sta andando via trascinandosi muto ancora più muto. Lasciamo stare il bimbetto neonato sul palco in braccio a un tatuaggio, quando poteva stare così tranquillo anche nel passeggino. Lasciamo stare tutto l’egotismo che a far girare un microfono in sala la riempie di sé come fosse un palloncino in cui rimaniamo intrappolati per minuti interminabili.
Non lascio stare, invece, l’impronta della protagonista rom che aveva gli orecchini tali e quali ai miei, solo di un colore più sobrio, perché quando ci penso sono di nuovo lì con E. e ridiamo di gusto come due fesse.
E non lascio stare neanche tutte le risposte in carne e ossa che il bel Jonas è stato in grado di dare a quelle domande di plastica, perché sono parte della bellezza del film.
Noi per loro siamo italiani e loro per noi rom. Le barriere sono come specchi, anche solo se lo specchio è sporco puoi cambiare colore, quindi forse è meglio non sputarci sopra. Forse, programmata la nascita, la nostra destinazione la decide il lancio di un dado poliedrico: puoi finire in Burkina Faso, in un campo rom, a Bari, a Posillipo, in Ammmerica chissà dove, che ne sai?
Dopo la fine di un film, invece, bene o male, testa o croce, così o pomì, si torna a casa.

La speranza non è «la convinzione che qualcosa andrà per il meglio, ma la certezza che qualcosa abbia senso, a prescindere da come andrà» (Václav Havel)

Questo vorrei ricordarmelo, perché oggi è settembre e settembre è il mio mese, e io lo so com’è il mio mese: con quella certezza dovrei farci la zuppetta a colazione.

*

 


Flutti, frutti
frangiflutti
frasi, note, disegni brutti
gabbie senza zoo
zoo senza guardiani
guardiani senza prigionieri
geometrie di tonalità
e tonalità in geometrie
spazi riempiti e riempitivi
cadute in libera frenata
pensieri in groppa
ed altri in scatola
punteggiatura
invadenza
crudescenza
scienza
scemenza
gattonare in piedi
saltare da seduti
guardare ad occhi spenti
le code dei serpenti
su cui il buio fa da luce
Tele
ragni
Dipinti
congiunzioni
Non è il sale quel che manca all’insalata
da una matta rivoltata