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14 aprile 2011


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Nella tua analisi ci leggo due te: una, l’intellettuale, che capisce le cose, le sa, le sa spiegare e ti sa proporre un’alternativa e poi l’altra te che pare incazzarsi per motivi tutti suoi personali. Siccome poi le due si confondono, non riesco a capire dove finisce l’una e comincia l’altra. Però in realtà sei tutt’una e io sono anche solita farmi delle pippe.
Ora ti dico perché ho letto quel libro. Ho letto quel libro perché lo avevo preso chissà quando da Mr. Cì e volevo restituirglielo: fa parte della logica dell’impacchettamento-da-trasloco e rientra in una mia personale forma di psicosi dell’ordine (potrei anche chiamarla compensazione). L’ho letto anche perché è breve e scritto non troppo piccolo e perché credo (ma poi mi è sorto il dubbio, ed è una cosa la cui veridicità mi riservo di appurare) che ci sia stato consigliato da una persona che mi piace parecchio. In altre circostanze è abbastanza improbabile che mi sarei sciroppata un testo di sociologia (posso chiamarla così, no?) che disquisisce di globalizzazione. Dai miei (pochi) approcci con la sociologia è scaturito un interesse scialbo per una materia che considero per lo più sterile e che mi sembra si limiti a condensare certa fenomenologia in definizioni chiave, che possono fornire degli input per evolvere altrove e in altro modo (ciascuno trovi il proprio) ma che personalmente non mi sembrano in sé particolarmente costruttivi e – soprattutto – sono completamente scevri da una qualsiasi componente emotiva. Nella sociologia mi sembra non ci sia passione e una materia “umanistica” priva di passione a una come me è difficile che piaccia.
Detto questo, in quel libro ho trovato alcune cose che mi hanno fatto riflettere, concetti che sono solo un trampolino di lancio per esplorare territori altri coi miei pensieri: non è abbracciare una filosofia in toto o farle i salamelecchi. Giddens non lo conosco. Quello che ho trattenuto della sua disquisizione sulla globalizzazione sono alcune considerazioni storiche e altre che assomigliano più a un “fare il punto della situazione” che mi sembra(va)no utili per mettere una specie di ordine nell’idea della trasformazione del mondo, è una sorta di schematizzazione (non la stalattizzazione di concetti e pensiero), con tutti i limiti che uno schema comporta. Eppure credo che se a livello nazionale e politico quelle spesso teste di rape che governano, riuscissero a fare davvero il punto della situazione e decidere per algoritmi piuttosto che secondo la logica del profitto (sempre e solo secondo quella) avremmo qualche speranza in più di allungarci la vita e viverla – a livello transnazionale e personale – meglio. C’è una sottile linea di confine tra utopia e possibilità di realizzazione; su quella linea ci tocca fare del funambolismo e, a volte, trovare appigli “nozionistici” può essere utile.
Dare nomi alle cose è un limite nella misura in cui non si lascia campo d’azione alla capacità di discernimento.
Giddens introduce certi concetti che descrivono fenomeni noti e che in una certa misura li fissano e li chiariscono. Il punto è non congelarli.
Quando parla di “colonizzazione alla rovescia” e la spiega, io per la mia esperienza, la riconosco e ora so anche chiamarla per “citarla in giudizio”. Idem quando parla di “istituzioni guscio”, quelle che portano i nomi di sempre ma sono necessariamente svuotate delle loro peculiarità originarie. Quando scrive della “democrazia delle emozioni” sembra un po’ Alberoni ma, epurata, quell’espressione può essere fruibile, per lo meno in certi ambiti. Persino l’auspicata realizzazione di una “cultura civica progressista”, porta con sé il germe di qualcosa che non mi torna ma solo nella misura in cui lo percepisco come un concetto politico ipocrita. Però questo dipende dal fatto che l’ipocrisia la fa da padrone: è il peggiore inquinante.

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