Janis di Amy Berg


Il cavallo, sopravvissuto, continua a scalciare al ritmo del rock and blues all’ombra di quell’albero scomparso troppo presto di cui rimane la voce incisa in profondità sulla corteccia.
Chissà perché, nonostante le immagini, i ricordi, le testimonianze, la musica, seguissero con una certa delicatezza il percorso frastagliato eppure deciso di quella vita, mi rimane addosso la sensazione che comunque mancasse un pezzettino, piccolissimo ed impalpabile. Credo siano i 21 grammi dell’anima, un po’ difficili da rendere in maniera artificiale.

Una doppia verità di Courtney Hunt


Protagonisti come manichini, Keanu Reeves un po’ imbalsamato, Bridget Jones cambiata, Bridget Jones è peggiorata; Gugu Mbatha-Raw, donna bellissima di sangue misto, unico personaggio dai contorni morbidi vivificati, non riscattati, all’ombra di un padre noto ignoto. Angolature amorfe per un finale loffio.

«Chi non si aspetta l’inaspettato non troverà mai la verità» (Eraclito)

Ma non se sei in una sceneggiatura di cartone.

Corpuscoli di Pacini

30 luglio 2017

Nothing personal di Urszula Antoniak


Lui l’ama, decide, muore. Lei avvolge lui e il suo amore in un lenzuolo, un fagotto bianco diventa feretro di un uomo e di un sentimento condiviso che si è solo sfiorato pur così profondo: unione ibrida al profumo di bucato. Un film nella terra di mezzo, che non inizia e non finisce. Una partizione della vita, malinconica e solitaria come il panorama irlandese, bianco latte virante al grigio e terra fertile in cui varrebbe la pena affondare le mani sino ai polsi.
Ci sono le aragoste e il fascino di quelle alghe di velluto. Però le aragoste sono in gabbia e da lì finiscono bollite. Buone, ma non se le hai viste vive prima.
La verità è che a quelle atmosfere languide e senza vie d’uscita preferisco la lente di ingrandimento sulle meraviglie che consente di partire dalle proprie solitudini, arricchirle, espandersi all’esterno, perché la casa “dentro” ha comunque pareti fuori su cui si poggiano sole, pioggia, vento, il suono delle parole, le immagini.
Quindi ho amato il documentario su Doisneau.


Robert Doisneau di Clémentine Deroudille


Attraverso le sue foto di certo si intravede l’uomo. Ma, conoscendo l’uomo, in quelle foto si può viaggiare molto più a lungo e sentirle addosso come una seconda pelle, che rende più liscia e soffice anche la propria.

Elle di di Paul Verhoeven


Il film è quasi tutto nelle espressioni e negli sguardi della Huppert, più di 60 anni di materia affilatissima racchiusa in un corpo estraneo ai segni del tempo.
Un cyborg animato per una PS4, penetrazioni stilizzate e non, stigmate su corazze psichiche di metallo riprodotte in 3D, definizione 4k.
Un lombrico uscito dal piccolo foro del bruciatore di un fornello per trasformarsi, appena fuori, in un essere fallico molto più grande, molle, sporco di sangue, muso da drago nel suo ringhio, lingua biforcuta. Rettile? Velenoso? Videogame(te)?
Incubo flaccido di una mente grumosa, mosaici dell’anestesia affettiva di un’idea, fino all’abuso acuto dell’idiozia di un figlio.
Desertificazione grigia delle terre disseminate di arbusti d’acume.
Indi.
C’era il mal di testa, l’umore loffio, l’occlusione del pensiero. “Massì, andiamo, voglio uscire dalla mia sceneggiatura ed entrare in un’altra”, avevo detto.
Poi sono rimasta attaccata alla mia, con le sue alternanze – ritmi ludici, ritmi di piombo, toni in 4/4 – contenta come potrebbe esserlo una cozza avvinghiata al proprio scoglio e a tutte le altre cozze. Uno squiccio di birra ambrata, orata affornata – cedo la seppia ripiena, cedo tre olive – e melanzane aglio e prezzemolo ad alitare via le atmosfere di una cruenta e asciutta play station.

Il film all’aglio 

5 luglio 2017


Espressionismo scenico esacerbato, un cruento Full Metal Jacket emotivo, senza Kubrick. Eviscerati i corpi, ma non il senso. Non c’è focus in nessuna storia, né in quella dei tanti derelitti né in quella dei due, lei e lui. Nessuna centratura. La caratura dei protagonisti li rende inappropriati: che ci fanno lì, a interpretare, lì, la storia di un amore possibile non agito?
Se fosse un quadro astratto farebbe pensare, siccome è un film vago no: fa la bottiglia di cristallo di Boemia senza messaggio dentro.
E, niente, a pranzo avevo fatto il pieno d’aglio, piacere primitivo. Vuoi mettere le melanzane grigliate con lo spicchio odoroso e mosaici di pezzemolo verde? Ho provato a stare zitta per limitare i danni, il problema è che, vuoi o non vuoi, ho l’abitudine di respirare.

John Wick di Chad Stahelski.


Io i film truci non li posso vedere.
Che già cominciare un post con “io” non è elegante.
Se li guardo strizzo gli occhi e mi tappo le orecchie, quindi, se posso, evito.
L’effetto del trailer dai toni cupi e la prospettiva annunciata di un’«orgia mortale di piombo e violenza» mi hanno confermato che, rispetto al genere rape & revenge, il mio animus si ferma alle rape e non va oltre.

John Wick 2 di David Leitch e Chad Stahelski


Il trailer del secondo è di più ampio respiro: toni chiari, luci, colori, panorami, sembra tutto molto meno claustrofobico, ma è annunciato quasi peggio del primo: «carneficina efferata e violenza estetizzante».
Maddai c’è Scamarcio? Maddai c’è la Gerini?
Non lo so, ci penso. Da sola non lo vedo. Poi piove, è buio. Keanu Reeves non ha più il paltò di pelle alla Capitan Harlock e forse quello che del film era importante sapere mi è stato detto già.

Qui è altrove

26 giugno 2017

Pigs di Claudio Santamaria


​Il film è da vedere, l’economia da studiare, Friedman da dimenticare, Keynes da riattualizzare, Varoufakis da clonare.