Andante ma non troppo, ha un effetto metronomo: dopo un po’ vuoi che smetta.

Quello in cui è finito.


di un film.
Accorsi è pessimo, veste solo camicie bianche, si muove come fosse uno starnuto bloccato, sorride finto.
Se Castellitto e Mazzantini fanno sesso come costruiscono i film, aiutoaiuto.
Insomma, la nostra marmellata di arance è venuta molto meglio, pur senza pectina e senza agar agar.

A Ciambra di Jonas Carpignano


Lasciamo stare che c’è folla e la maschera è un signore scorbutico che blocca il passaggio grugnendo “Lei non è nella sala 3!”. Lasciamo stare che i più paiono abitanti da tempo immemore di un unico condominio affacciato tra via Roma e piazza Carlo Alberto. Lasciamo stare anche che il Lucky Luke con la “evve” moscia e il fazzoletto a triangolo attorno al collo intorti l’amico con ciliegie autocelebrative. Lasciamo da parte lineamenti, linee corporali e movenze del regista per quando ci chiederanno di ludici pensieri impuri. Lasciamo pure che al termine del film Lucky Luke intavoli una disputa sui sottotitoli a un dialetto che per sua stessa ammissione non conosce, insistendo con pervicacia come se gli stesse piovendo una pioggia fitta fitta di idiozia su un punto preciso della sua testolina di rapa. Lasciamo pure che la mistica in nero coi capelli disorientati e il fidanzato occhialuto muto, ci delizi con la condivisione del sentimento suscitatole dalla scena ics che ha cura di descriverci intervallando le parole a pause in cui suppongo contasse lentamente fino a dieci per riempire la sala di pathos e poi esordire con un “Bang!” onomatopeico della sua emozione esplosiva; cinque minuti dopo, sta andando via trascinandosi muto ancora più muto. Lasciamo stare il bimbetto neonato sul palco in braccio a un tatuaggio, quando poteva stare così tranquillo anche nel passeggino. Lasciamo stare tutto l’egotismo che a far girare un microfono in sala la riempie di sé come fosse un palloncino in cui rimaniamo intrappolati per minuti interminabili.
Non lascio stare, invece, l’impronta della protagonista rom che aveva gli orecchini tali e quali ai miei, solo di un colore più sobrio, perché quando ci penso sono di nuovo lì con E. e ridiamo di gusto come due fesse.
E non lascio stare neanche tutte le risposte in carne e ossa che il bel Jonas è stato in grado di dare a quelle domande di plastica, perché sono parte della bellezza del film.
Noi per loro siamo italiani e loro per noi rom. Le barriere sono come specchi, anche solo se lo specchio è sporco puoi cambiare colore, quindi forse è meglio non sputarci sopra. Forse, programmata la nascita, la nostra destinazione la decide il lancio di un dado poliedrico: puoi finire in Burkina Faso, in un campo rom, a Bari, a Posillipo, in Ammmerica chissà dove, che ne sai?
Dopo la fine di un film, invece, bene o male, testa o croce, così o pomì, si torna a casa.

La speranza non è «la convinzione che qualcosa andrà per il meglio, ma la certezza che qualcosa abbia senso, a prescindere da come andrà» (Václav Havel)

Questo vorrei ricordarmelo, perché oggi è settembre e settembre è il mio mese, e io lo so com’è il mio mese: con quella certezza dovrei farci la zuppetta a colazione.

*

 

Il successo obliquo

24 agosto 2017


Nel volto di Soko scorgevo tratti che mi ricordavano Scamarcio e vabbe’.
Nella dilatata chiazza di ruvidezza c’era un filo su cui mi appariva scritto, ad intermittenza, “The Company”.
Nel romanzare le vite altrui si perdono inevitabilmente i passaggi invisibili o forse se ne rendono alcuni in maniera rude.
Come una cicca di sigaretta spenta su un polso, o una canzone roca che non sai dire se fa male per le note accatastate e suonate strane o per quella piccola porta che apre su una strada deserta in cui l’espressione di te, espansa, si accompagna all’isolamento emotivo.

«La verità deve abbagliare gradualmente
O tutti sarebbero ciechi.» (Emily Dickinson)

Però, più che obliqua, la preferirei a raggiera.


Quella ruota dentata che gira nella testa non colpisce dritto al petto ma può prenderti a morsi l’anima e rimpicciolirla infinitesimamente. Per visualizzarla ci vogliono occhi grandi così; per sentirne il cigolio ruvido e roboante, orecchie da elefante senza cerume; per affrontarne gli effetti, un corpo fisico che abbia un istinto di sopravvivenza più audace e forte delle trappole autodistruttive della mente, tanto da insegnarle a vivere e crescere in altre direzioni. Si scioglie piano la smorfia di un sorriso in un sorriso.

In sala eravamo pochini pochini: il capellone brizzolato le cui dita rimanevano imbrigliate nella capigliatura sciatta ogniqualvolta mimava il gesto disinvolto dell’allontanare le fibre di cheratina dalla fronte, la fricchettona agée (si sono spiati, ma poi anche ignorati) e altri cinque o sei militi ignoti over 50 plus plus, tre dei quali sono andati via con piglio da socialista di destra a neanche metà dell’opera.
In effetti non dico no, può essere che sentiate come delle punes sotto il culo, ma se avete pazienza di aspettare fino alla fine prometto che non vi taglierete le vene; forse uscirete con la consapevolezza maturata e commossa che i sassolini nelle tasche sono molto più difficili da gestire di quelli nelle scarpe.

Janis di Amy Berg


Il cavallo, sopravvissuto, continua a scalciare al ritmo del rock and blues all’ombra di quell’albero scomparso troppo presto di cui rimane la voce incisa in profondità sulla corteccia.
Chissà perché, nonostante le immagini, i ricordi, le testimonianze, la musica, seguissero con una certa delicatezza il percorso frastagliato eppure deciso di quella vita, mi rimane addosso la sensazione che comunque mancasse un pezzettino, piccolissimo ed impalpabile. Credo siano i 21 grammi dell’anima, un po’ difficili da rendere in maniera artificiale.

Una doppia verità di Courtney Hunt


Protagonisti come manichini, Keanu Reeves un po’ imbalsamato, Bridget Jones cambiata, Bridget Jones è peggiorata; Gugu Mbatha-Raw, donna bellissima di sangue misto, unico personaggio dai contorni morbidi vivificati, non riscattati, all’ombra di un padre noto ignoto. Angolature amorfe per un finale loffio.

«Chi non si aspetta l’inaspettato non troverà mai la verità» (Eraclito)

Ma non se sei in una sceneggiatura di cartone.

Corpuscoli di Pacini

30 luglio 2017

Nothing personal di Urszula Antoniak


Lui l’ama, decide, muore. Lei avvolge lui e il suo amore in un lenzuolo, un fagotto bianco diventa feretro di un uomo e di un sentimento condiviso che si è solo sfiorato pur così profondo: unione ibrida al profumo di bucato. Un film nella terra di mezzo, che non inizia e non finisce. Una partizione della vita, malinconica e solitaria come il panorama irlandese, bianco latte virante al grigio e terra fertile in cui varrebbe la pena affondare le mani sino ai polsi.
Ci sono le aragoste e il fascino di quelle alghe di velluto. Però le aragoste sono in gabbia e da lì finiscono bollite. Buone, ma non se le hai viste vive prima.
La verità è che a quelle atmosfere languide e senza vie d’uscita preferisco la lente di ingrandimento sulle meraviglie che consente di partire dalle proprie solitudini, arricchirle, espandersi all’esterno, perché la casa “dentro” ha comunque pareti fuori su cui si poggiano sole, pioggia, vento, il suono delle parole, le immagini.
Quindi ho amato il documentario su Doisneau.


Robert Doisneau di Clémentine Deroudille


Attraverso le sue foto di certo si intravede l’uomo. Ma, conoscendo l’uomo, in quelle foto si può viaggiare molto più a lungo e sentirle addosso come una seconda pelle, che rende più liscia e soffice anche la propria.

Elle di di Paul Verhoeven


Il film è quasi tutto nelle espressioni e negli sguardi della Huppert, più di 60 anni di materia affilatissima racchiusa in un corpo estraneo ai segni del tempo.
Un cyborg animato per una PS4, penetrazioni stilizzate e non, stigmate su corazze psichiche di metallo riprodotte in 3D, definizione 4k.
Un lombrico uscito dal piccolo foro del bruciatore di un fornello per trasformarsi, appena fuori, in un essere fallico molto più grande, molle, sporco di sangue, muso da drago nel suo ringhio, lingua biforcuta. Rettile? Velenoso? Videogame(te)?
Incubo flaccido di una mente grumosa, mosaici dell’anestesia affettiva di un’idea, fino all’abuso acuto dell’idiozia di un figlio.
Desertificazione grigia delle terre disseminate di arbusti d’acume.
Indi.
C’era il mal di testa, l’umore loffio, l’occlusione del pensiero. “Massì, andiamo, voglio uscire dalla mia sceneggiatura ed entrare in un’altra”, avevo detto.
Poi sono rimasta attaccata alla mia, con le sue alternanze – ritmi ludici, ritmi di piombo, toni in 4/4 – contenta come potrebbe esserlo una cozza avvinghiata al proprio scoglio e a tutte le altre cozze. Uno squiccio di birra ambrata, orata affornata – cedo la seppia ripiena, cedo tre olive – e melanzane aglio e prezzemolo ad alitare via le atmosfere di una cruenta e asciutta play station.