Se ho visto il mare

25 dicembre 2010

Vuol dire che ho due occhi che guardano. E vedono.
Se ho visto le onde d’inverno, bianche nel buio, e sono schizzata sull’altro marciapiede vuol dire che distinguo il caldo dal freddo, la pioggia umida e la terra arsa.
Se ho parlato per rispondere e ti ho zittito per quei dieci minuti ripetuti per tre che ti sono serviti per ritrovare il tuo appiglio, il lucchetto di un’anima vulnerabile costretta sotto vuoto spinto, tu che ti ostini a ruggire nella tua gabbia e io a cercare di darti una mano perché ti decida ad uscirne, vuol dire che ho bocca e lingua e pensiero e idee che possono anche cambiare. Come gli aquiloni che seguono il vento, per lasciarsi andare devono essere più leggeri, leggeri.
Se con il buio e poi col sole non ho avuto il bisogno di premere il piede sull’acceleratore, né di passare con il rosso in una strada deserta, sgranocchiando serena un biscotto insipido dopo una cena consumata a giocare uno strano pippaiolo gioco del silenzio vuol dire che per essere vivi basta così poco, meno di niente, corto circuito come stelle filanti.

E’.
Giocare alla corda con un vecchio calzino odore borotalco e poi inciamparci quando ormai è solo idea obsoleta introiettata da un esterno-altro che non ci, non mi apparteneva, anche se sono libera dalle briglie (ciascuna delle due redini attaccate al morso) di chi l’ha fabbricata a proprio uso e consumo, intrappolato nelle frustrazioni partorite con cecità difensiva e offensiva dall’inseguimento monco delle tracce di quel codice penale che è un antico arcaico testamento a cui il tempo forse cambia il nome ma non l'(ovvia) innaturalezza.
Credo.
Ace or base?

Era ieri

3 novembre 2010

Città con la br, mi manca solo Brera.
Arrivo da una città con la br, passo da una città con la ba ed ora sono in quest’altra città con la br che conosco appena. Nella prima città con la br c’era il sole ma faceva più freddo poi il cielo s’è fatto grigio ed è scesa una pioggia sottile sottile, continuava a scendere quando ero in fila per salire sull’aereo. Voci attendibili mi dicono che ancora non ha smesso la sua danza, lieve ticchettio in do-re. 

Nella città con la ba c’era caldo, un caldo insolito a dispetto delle giacche sfoggiate dagli autoctoni. Il calendario prevale sul buon senso e se il calendario dice che è novembre non ci sono cazzi, pure se c’è scirocco devi far finta di niente e vestirti da novembrino.
Nella città con la ba ci ho dormito due notti e ho fatto gli incubini (incubi di media stazza) prima da addormentata e poi da sveglia mentre il vento giocava con le mattonelle e lo stendino sul balcone: sciaff, ptrac!, tumb. Ci ho visto pure un film che mi è piaciuto.
Poi mi sono svegliata in un’alba grigioazzurra per prendere servizio come fornitrice di automezzo, dog sitter, cambiatrice di canali dell’autoradio, presidiatrice di bed and breakfast, scaricatrice di bagagli, consolatrice di cagnetta sola.
La mia carta d’identità è tornata utile; il Garmin anche, lo ammetto.

Fuori da questo posto ancora assolutamente vuoto di gente seppur ammobiliato ci sono strade che non so, mura abbandonate ricoperte di scritte spray adolescenziali – disperazione e/o un pizzico di tenera idiozia – mentre colà depositati in attesa in corridi celestini i due aspettano: fratello affetto da mammite alternata a picchi di stupidite e genitrice affetta da egoistite.
Credo che come il papa disapproveranno la mia reticenza alla mariamaddalenite, non ho neanche l’abito e il pizzo nero, né le sopracciglia inarcate nell’iconografica sofferenza che tutto obnubila.
Peccato?

Era ieri, il giorno di un diluvio ragguardevole se pur non universale.
Oggi c’era il sole, io e cagnetta siamo state a zonzo, siesta in un piccolissimo parco lei a brucare l’erba, io a brucare un libro.

«La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così.»
(Caino, José Saramago)

Noi però facciamo ancora in tempo.

 

1-1=tanti

30 settembre 2010

Mollata l’auto ad almeno millecinquecento metri dall’ufficio per ridurre il rischio di multe (eliminarle – assodato – è impossibile, tanto è scemo-chi-legge) dopo il girotondo di isolati e lo slalom per evitare i divieti di transito che sbucano come funghi nella Murgia irrorati dalla pioggia, catenaccio contro i malviventi a-piede-libero-special-mente che la mia Giulia non è appetibile se non per ladri di polli e i polli (quelli piumati, intendo) non si è capito se esistono ancora (e poi chissà se è nato prima l’uovo o la gallina), però non si sa mai. Radio sotto il sedile (no, zitti, non ho il frontalino estraibile), parasole sul vetro (sì, sì, c’è ancora il sole, tra una folata di vento e l’altra), chiudo, clac clac (mbeh, almeno la chiusura centralizzata), dopo passo uno, passo due, passo tre, domanda di rito Ma ho chiuso?, risposta contingente Sì ho sentito clac clac, infilo le pasticche bianche coi buchi dell’ipod nelle orecchie per evitare il rumore del traffico e vado.
Il cielo, la strada, persone che sfilano come in un video. Scale, cartelli, ponte, sottopassaggio, luce gialla, smog, suola di gomma, abbigliamento a strati e… in every river that might flowlallà-lààà!… la spalla si muove, fa l’onda alla sinistra, la testa oscilla, il passo scandisce il ritmo e m’invento che devo aver vissuto in un quartiere nero, tipo un bronx americano, forse in un sogno, in un’idea, in un libro, in un pensiero, non in un’altra vita  perché le atmosfere sono contemporanee a meno che non si possano vivere le altre vite nello stesso Tempo. E poi mi torna in mente  fratello, che mi chiede di ricondurre i comportamenti e l’essere a equazioni logiche e matematiche per validarli e renderli comprensibili e inconfutabili. Vuole che spieghi in formule…
Insomma, ho capito, ma proprio capitocapito, che è matematicamente impossibile. 

Non ne ho la più pallida né abbronzata idea. Per ora.

Però gesù, davvero, ti ringrazio per avermi fatto scema, sennò sarebbe stato addirittura peggio.

E così non sia,
‘men

Random acts

19 settembre 2010


Bambini nuovi nascono
ricordi riaffiorano
acquetta sgorga zitta zitta
gatta dorme sul tappetino del terrazzino
vento sciaborda l’aria
agita la tenda giallo-arancio coi tulipani strani
musicante dello scacciapensieri appeso sull’uscio della cucina
Mi tocca fare un biglietto trenitalia
che mi costerà sei ore – se va bene, fatti salvi seri dubbi
noia mortale e fastidio
un libro mi racconterà
cose
pensieri
azioni
animi
amabile danza alternativa all’altra che amo

Train for… years
Dance for… minutes
Live for… seconds


Cinque giorni di sogni e un film che ti ficcano in un tritacarne, poi stai lì mezza attonita mezza allertata e ti fai pepe in grani in un contenitore trasparente; ore da sveglia su chaise-longue velluto rouge a due passi da un pianoforte a coda e a venti passi da un corridoietto tappezzato di specchi e un legume fresco brizzolato che canta; camicia rosso mattone per lui e blu notte per Guccini; passeggiata astigiana con bicchiere al collo e sublimazione Ikea finita sulle pareti di una casa; dentifricio quasi finito, saponette agli sgoccioli, gatto di legno (niente cuore di stagno) e spezie in offerta speciale. Forse, non si sa, uno zerbino a forma di mucca.
Sicché, la frittura delle olive, sorge quasi spontanea.

Per individuare i dati anagrafici dell’ingrediente principessa ci son voluti fantasia e ingegno, poiché nella lingua di mia zia, mutuata da un dialetto secolare, le olive si tuffano in padella convinte di chiamarsi annolica. Solo che le olive annolica non esistono. Google brancolava nel buio e non forniva alcun suggerimento, per cui l’unica era procedere per tentativi fonetici. E mi sa che sono approdata all’origine corretta: ecco qua.

1. Ricetta di zi’ Ca-aa-rmè, donna arcaica, eunuco al contrario, se mio padre fosse un po’ femmina sarebbe lei se lei fosse un po’ più maschio sarebbe mio padre; ricettario ambulante di sapone e sapori fatti a mano, ginocchia valghe, pollici verdi, crema nivea nel barattolo di latta o glicerina offerta speciale; contro lo spreco a prescindere, ché un tempo l’ecologia non l’avevano ancora inventava ma viaggiava nel DNA come il ferro sull’emoglobina. Lungo tavolo di fòrmica chiaro, soffitto alto e i rintocchi del pendolo due stanze più in là. Foto incorniciate di chi è stato e non è più e ricordi leggermente modificati. Finestre di legno e gelosie verdi.

Ce l’hai un frusci-icch? No? Io dico che sì.

Il frusci-icch è la padella antiaderente; quelle vere nero-pece che resistono ai secoli nei secoli non esistono più, quindi dovrai accontentarti di una padella timorosa del cucchiaio d’acciaio, ché se lui si avvicina loro si graffiano. In alternativa si può usare un cuginetto grande del cucchiaio appena citato: il padellino d’acciaio.

Ingredienti (oltre alle olive, nolca):

– 5/6 pomodorini ciliegini freschi che possibilmente siano più buoni di quelli che ho trovato io alla Coop (la quantità – ça va sans dire – è puramente indicativa e dipende dalla quantità di olive che intendi cucinare… in che rapporto i due ingredienti siano tra loro, non è dato sapere)
– olio
– un po’ di sale

Quindi.

Tagliare i pomodorini in due, metterli nel tegamino nel quale si è fatto riscaldare un po’ d’olio e fargli il solletico col sale magro.

Quando cominciano a fare le bollicine per la contentezza, aggiungere le olive dopo averle sciacquate sotto il getto di chiare e fresche acque e lasciarcele a chiacchierare con i pomodorini per circa 5/7 minuti. “Le olive quando si cucinano cominciano ad aprirsi.” Sì, insomma, pare che per gli ortaggi la padella sia l’equivalente di un lettino da psicanalista; bisognerebbe avvisare Woody Allen… magari funziona pure con lui, vai a sapere.

Fine della ricetta numero uno.

Ah, ci inzuppi il pane, ci fai la scarpetta. Un bicchiere di vino ci sta bene, se ti piace. Sennò ti lecchi i baffi a secco.

2. Ricetta di mia madre. A bassa voce e con poco entusiasmo. Però ci puoi condire la pasta.

Ingredienti (oltre alle olive, che qui sono da snocciolare):

– olio
– pomodori ciliegini freschi o in scatola o pomodori a pezzetti, sempre in scatola
– aglio
– (capperi, se li vuoi)
– (prezzemolo, se lo vuoi)

(Mi spiace, il basilico che a noi ci piace tanto, non è contemplato; però chissà.)

Far cucinare e insaporire i pomodorini (o quel che l’è).

Col sugo si condisce la pasta.

Insomma, ricetta senza poesia. Però ce la si può inventare, la poesia, così come un mucchio di altre cose.

«Lascio Sisifo ai piedi della montagna. Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo ci insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Quest’universo, ormai senza padrone, non gli appare più sterile nè futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta fine a se stessa può riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.»
(Albert Camus)

Bisogna immaginare Sisifo felice.

Voglio un’alchimia per trasformare i vostri macigni in biglie o il dolore sarà troppo grande.
In alternativa, ho già pronto il piano B: la macigno mobile.