Ti ho sognato mi hai parlato mi hai spiegato ti ho capito mi hai guardato
ti ho creduto
Poi il tempo si è fermato senza un punto né un a capo
Avrei voluto cambiarmi l’anima ma lei non volle
camminava scalza con una sottana di seta lieve color panna
chiedeva solidarietà
Gliel’ho data
cellule rigenerate hanno votato all’unanimità: non c’è più motivo di battere ciglio
Mi cambio d’abito
prendo nuove transitorie forme
guardo lontano la traiettoria immaginaria di un punto che dirama luce dall’interno e disegna ipotesi senza contorni

Nei miei pensieri anche la Papua Nuova Guinea.
Sei lì?


Scusi, lei… sì, lei, scusi… devo darle del lei, no? Per quanto ancora pensa di fare lo slalom finto in lungo percorrendo il corridoio col capo sghembo, piegato di lato in quella posizione innaturale che manco un tacchino, gli occhi dietro gli occhiali che a volte sì a volte no, le braccia a fare da scudo attorcigliate ai fascicoli, l’andatura molleggiata ma veloce per accelerare la fugacia del percorso che parallelo si incrocia a quello dell’altro in quel battibaleno che aiuta ad evitare qualsivoglia contatto sia pure l’estemporaneo Buongiorno?
Perché, sa, lei non puzza, profuma persino; è un adulto di bell’aspetto con modi urbani, nonostante le fughe da blattella germanica inseguita. Timido, dicono. Lo so bene, è complicato, ma può superarla la timidezza, si fidi. Qui sembra di essere ne I sopravvissuti, l’equilibrio tra i generi (nel senso di gender, intendo) si è estinto: ci venga incontro almeno lei. Ma mica per la riproduzione dico, stia tranquillo. Per esempio, pensi che io ho lavorato con uno dei protagonisti di Ocean’s Eleven senza colpo infierire: quando spalancava la porta con il sole che lo illuminava, gli occhiali a specchio, la camicia bianca e mi apostrofava con il suo Ciao, stellina c’era da avere le fibrillazioni come un’adolescente davanti al poster del suo idolo che si fa carne. Ma io ce l’ho fatta, pensi che cogliona; ho una scala di valori coi pioli rotti tutta mia, che ci rimango sempre con i desideri furbi imbrigliati dentro.
Faccia così: porti pure sua moglie in ufficio oltre al casco, ma non si sottragga. Sia buono. Sennò ci rimane solo topo Gigio magro desquamato che quando ci si affaccia nella sua stanza si viene investiti dal muro odoroso senza possibilità di risarcimento danni. Timido. Pure lui.
Che poi, a ‘sto punto io mi chiedo: ma nelle mutande, voi uomini, vi ci guardate troppo, troppo poco o niente niente? Non dialogate manco con lui?
Boh.

Una doppia verità di Courtney Hunt


Protagonisti come manichini, Keanu Reeves un po’ imbalsamato, Bridget Jones cambiata, Bridget Jones è peggiorata; Gugu Mbatha-Raw, donna bellissima di sangue misto, unico personaggio dai contorni morbidi vivificati, non riscattati, all’ombra di un padre noto ignoto. Angolature amorfe per un finale loffio.

«Chi non si aspetta l’inaspettato non troverà mai la verità» (Eraclito)

Ma non se sei in una sceneggiatura di cartone.


L’aria è ferma a contare piano gli annunciati gradi all’ombra, camminiamo trapassando il caldo con la stessa determinazione con cui Ewan McGregor attraversa il muro nella scena finale de L’uomo che fissa le capre, pilotate dalla virtù della necessità. Quale giorno migliore per trascorrere il pomeriggio all’hammam?
Con lo scrub l’unica cosa che non mi è stata grattata via è la minchioneria: è in uno strato davvero troppo profondo.
Son fortune.

Porco Giuda ballerino

2 agosto 2017

Lavoro in un luogo in cui ci si aspetterebbe di carpire – quanto meno in alcuni dei corridoi – stralci di discorsi di un certo spessore e un minimo di intensità emotiva, considerazioni dotte, valutazioni sociali, filosofie dottrinali che nei momenti di pausa davanti alla macchinetta del caffè prendano anche delle derive inclusive, quelle che dal particolare microscopico della specificità del proprio lavoro, spazino allargando gli orizzonti fino ad includere cose più o meno banali che rientrano a pari merito nel tutto e trovino nell’ironia e in quella bellezza dell’intelletto scevra da egotismo il loro legante.
In un lasso di tempo tristemente breve il ci si aspetterebbe ha subito una duplice metamorfosi: dal mi aspettavo fino ad arrivare al mi aspetterei, sopra il quale ho poggiato fermamente un piede per evitare che mi sfuggano gli ultimi vitali aneliti di speranza nel genere.
Per cui oggi, ferma ad aspettare quel caffè macchiato che il Bianconiglio sputerebbe via schifato e indignato, ho percepito un brivido galoppare lungo la schiena quando ho sentito qualcuno del piccolo capannello appena formatosi alle mie spalle, pronunciare un esortativo e ironico: “Edulcora!”.
Mi rimane lo struggimento del non essermi voltata – consapevole della presenza del virgulto spilungo di sangue blu che non s’abbina tanto bene (e non per cromatismo) al mio sangue fucsia – per individuare la fonte vocale di quello spiraglio di luce e quindi capire se vi fosse qualcosa di realmente divino o solo l’ennesimo fake.


gio


E fanculo al t9.

Corpuscoli di Pacini

30 luglio 2017

Nothing personal di Urszula Antoniak


Lui l’ama, decide, muore. Lei avvolge lui e il suo amore in un lenzuolo, un fagotto bianco diventa feretro di un uomo e di un sentimento condiviso che si è solo sfiorato pur così profondo: unione ibrida al profumo di bucato. Un film nella terra di mezzo, che non inizia e non finisce. Una partizione della vita, malinconica e solitaria come il panorama irlandese, bianco latte virante al grigio e terra fertile in cui varrebbe la pena affondare le mani sino ai polsi.
Ci sono le aragoste e il fascino di quelle alghe di velluto. Però le aragoste sono in gabbia e da lì finiscono bollite. Buone, ma non se le hai viste vive prima.
La verità è che a quelle atmosfere languide e senza vie d’uscita preferisco la lente di ingrandimento sulle meraviglie che consente di partire dalle proprie solitudini, arricchirle, espandersi all’esterno, perché la casa “dentro” ha comunque pareti fuori su cui si poggiano sole, pioggia, vento, il suono delle parole, le immagini.
Quindi ho amato il documentario su Doisneau.


Robert Doisneau di Clémentine Deroudille


Attraverso le sue foto di certo si intravede l’uomo. Ma, conoscendo l’uomo, in quelle foto si può viaggiare molto più a lungo e sentirle addosso come una seconda pelle, che rende più liscia e soffice anche la propria.