olo

11 dicembre 2016


Forse sono in un file, col mio nome, uno simile o un alias.
Un record che non emette alcun suono, alcuna eco, solo un numero di serie di un motore sconosciuto. 
Dentro fuori, dentro fuori, dentro fuori,
Dentro dentro dentro 
Fuori del tutto  
Un mondo intero che non conosci brulica. Troppo rumore. 
E così vivi in un documentario dentro fuori con la passione senza linfa di un film porno. 

Senz’acme

10 dicembre 2016


Il fucsia spalmato sul letto e
“A che serve?”, si chiedeva.
Nessuno rispondeva.
La conchiglia ammutolita non faceva neanche “Mmmoah”.
La scritta incisa sulla sabbia si rifletteva sulla pietra,
l’unica era aspettare l’onda che l’avrebbe lavata via.

​La luce rifletteva albume e cicoria, fuori non pioveva e forse nessuno guardava, nonostante tutto.
Il cielo bigio ovattata il battito, qualcosa sfrigolava e qualcosa si asciugava addosso.
Le orecchie in pausa, gli occhi aperti altrove, la gatta chissà dove.


Devo togliere l’olio dalla mia padella così la smetto di friggere come una cogliona. 
Mi ci vuole Schulz. 


Come la prima volta al pianoforte:
gli accordi melodiosi e poi stonati,
le dita fluide che si inceppano sui tasti,
il ritmo che funziona a tratti, poi lo perdi, poi vi ambisci;
la fronte dritta e corrugata,
la schiena che si tende e poi si curva,
lo spartito finisce spiegazzato,
il metronomo campeggia un po’ smarrito
E il pubblico sei tu,
con qualcuna delle tue bucce ancora addosso.

Miniplot

3 dicembre 2016


Ricordo una notte sul declinare di novembre, ed era già dicembre. Liscia cheratina, occhi asciutti, letto soffice e bitorzoluto, cervello stropicciato, due yogurt bifidus attivi con schegge di cereali, mani poggiate sul cuore un po’ in pappa. Sognavo smeraldi e masticavo noccioline notturne.
Una lanterna mi si abbarbicava e faceva le fusa. 

Ombre feline

30 novembre 2016


Orecchie di leopardo
sotto un guscio d’ovatta
cerchi concentrici di sé
adombrati dal fogliame
e a terra piovono parole
da un cielo memore eppure libero
la notte ci dà tregua
le ombre sono altrove
noi solo qui, sotto l’albero

Esercizio di scrittura 107 (come una sinfonia)


Il passato guarda il futuro con lungo sguardo mimetico, lanciato sempre più in là di quanto venga immediato immaginare. Un lungo, impercettibile filo di nylon su una canna da pesca flessibile più di un giunco, aggancia all’amo gli eventi che saranno, il mulinello dei giorni che girano e si susseguono li porta fino a noi per trasformarli nel presente. Nel frattempo, altri lanci esplorano senza sosta, ma anche senza fretta, l’acqua. Cerchi e risonanze fanno l’eco al mondo come in un puzzle che si completa senza necessità di schemi.
Sono in un’altra casa, in un’altra pagina, quella scritta con l’inchiostro simpatico.
La vista si poggia sulle mattonelle rosse e i profili Liberty del palazzo di fronte alla camera da letto che le tende che non ho, non occultano; un piccione occhieggia equilibrista sul filo della luce di strada.
Rumori ovattati del quartiere che si sveglia; poche auto perché è presto.
I muscoli della schiena, tesi dagli ultimi tragitti da traslocanda con zaino in spalla, mi chiedono tempo per lasciarsi andare, in sincrono con i tempi di Velvet e dei suoi sommi turbamenti da disorientamento.
Dal lato cortile cinguettano in un coro scomposto, come tanti piccoli, puntuali Bilāl, gli uccelli, tra le fronde dell’albero minareto che, sin da primo giorno, dall’alto del suo tripudio mite e maestoso di foglie, occhieggiando dal balcone con un fruscio allegro e fluida resina, mi ha lasciato l’impronta delle sue venature nell’iride, che rapire può.