Le vacanze sono finite, non posso dire messa, non ho omelie, non ho buoni propositi: ho la mia casetta con le spighe, un materasso che sarà meglio cambiare, un letto contenitore che prende forma nel parco dei desideri insieme a un armadio più lungo e più stretto con le antine scorrevoli bisbiglianti in cui gatta cercherà di giocare a nascondino comodo; ho ancora un frigorifero che non funziona a cui mi sto pigramente affezionando perché alle scomodità e alle mancanze ci si abitua, polvere sulla pompa rossa dalla forma strana, i bisogni si prosciugano come si prosciugheranno le pozzanghere di questo acquazzone in goccioloni che mi hanno ricacciato in casa. Strizzi la spugna e quella fa finta di tornare sintetica e senza la vita dell’acqua. Hai sete lo stesso, il vino serve appena, la birra è troppo calda. Gatta ti dorme accanto sull’altro cuscino, la vedi con l’occhio notturno che si apre nel dormiveglia. Carezza. Miao. Carezza. Sonno. Sveglia.
Le sveglie suonano tutte più meno alle stesse ore, però sono mie. Sia quel che sia, le decido comunque io.
Il vento.
Il vento io lo amo.
Il vento era lì il giorno dell’arrivo e quello dopo, un dialogo poemico con tutti gli elementi intorno. Quando era altrove la mattina, tornava la sera e qualunque fosse la sua intensità, la percepivi piena come se fosse un amante esclusivo, senza esserlo. E’ tornato l’ultimo giorno, di nuovo più potente, il pentagramma del movimento delle foglie ne accompagnava il movimento. Ed ero lì dentro, con lui, il vento, in un abbraccio impagabile con una colonna sonora spontaneamente dedicata a convincermi che non sono una stupida folle: quella cosa esiste, da qualche parte. Lossò. Quello che non so è se sarò in grado di agire ed essere in modo da non esserne preclusa.

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Signora moglie mi saluta: Non posso stare al sole – è la sua litania -, tra un po’ vado via.
Rispondo Salve, sorrido e mi butto in acqua.
Il marito, a mollo, gioca a dama con gli scogli e il mare; aspetta che faccia capolino dalle sue parti e mi chiede dei ricci: Come si prendono?
Glielo spiego. Gli dico Non tutti sono pieni, però, sa?
Corruga la fronte, strabuzza gli occhi: Ah no?
Ennò.
Poi lo vedo, un riccio, a portata di mano nel piccolo incavo di uno scoglio, basta una pietra per staccarlo da lì. Faccio piano, è sulla mia mano.
– Ma lei ha le mani d’acciaio!
– Ma no, non punge – guardi! – se lo tiene così.
Lo tengo, così, sul palmo. La teca sferica prende vita, gli aculei cominciano una danza, la lanterna di Aristotele pulsa, spuntano due dentini, diventano quattro: c’è vita in questo marte.
E(mi in)chino(all’)idea, l’unica possibile: riprendo la mia strada dopo aver restituito lui alla sua.


Prenditi la mano
tastati il polso
urla
ma fallo piano
sennò ti pentirai
Chiediti,
ma fallo spesso
altrimenti, con più probabilità, non ti capirai
Non chiudere gli occhi sui sogni infranti, non strizzarli come pezze al sole,
lasciali umidi, evaporeranno scegliendosi il loro ritmo
Parlati, anche di notte,
quando ti infarini rotolandoti sulle sensazioni
Friggiti i difetti,
fanno male al fegato
ma alcuni possono anche essere saporiti
lascia i peggiori sul bordo del piatto
Dai l’orgoglio in pasto ai buoi se ti tiene al giogo su un percorso accidentato di gaffes che non vale la pena compiere
Assorbi i rimpianti
che ti tappano le orecchie
con dei cotton fiocc
La rabbia sputala nel lavandino
insieme al dentifricio,
i denti rimarrano puliti più a lungo
E – soprattutto, sopra ogni cosa – non dimenticarti mai di guardare gli altri negli occhi
È lì che troverai l’acqua:
dolce o salata che sia
assieme all’idrogeno porta sempre con sé almeno un atomo di ossigeno

L’anno della formica

10 luglio 2017


In fila indiana
ordinate come i pensieri
– i pensieri prima di quel suono –
nere e gli spazietti bianchi sul muro;
poi, come i pensieri quando manifestano in piazza cervello, ti si infilano dappertutto in lotta con quella che sarebbe la deroga più veloce della luce se non la si tenesse ancorata al suolo con un sacchetto di sabbia chiuso da un fiocchetto:
imbelletto la ratio, crudele ma senza spigoli che pungano
Poi metto il piede su un riccio Ahi

Famiglie di pesci mi invitano sotto, sul loro scoglio bitorzoluto
Sono tanti
sono allegri
sono a casa

Libeccio

3 luglio 2017


Ms, descrivimi il movimento delle onde.
Vengono da lontano, si arrotolano, baldanzose fanno la schiuma, si tuffano sulla spiaggia, la stropicciano, la salutano affettuose e tornano indietro.
Ma il loro movimento orizzontale è un’illusione. Fissa un punto qualsiasi di un’onda.
Fisso un punto qualsiasi di un’onda. È sempre lo stesso e cambia di continuo. È come osservare il vento al di là di ciò che muove.


Maria cammina scalza,
ha grandi occhi nocciola
che si spalancano dietro la montatura archimede nera,
tette grandi nella maglietta punteggiata di macchie da casacampagnaemare,
pelle olivastra
Non è sposata
e ormai è abbastanza tardi per
Quindi lei può occuparsi di una mamma anziana, nemesi.
Arriva da Milano
dove presumibilmente non tornerà più
E d’estate va bene, ma l’inverno che ci fa quaggiù?
Si passa una mano sulla fronte
seguendo la linea dei capelli
che il vento le scompiglia
Quelli sì, ma i pensieri no


Contiene sabbia di Maiorca (polvere alla polvere e sabbia alla sabbia).
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Quel che rimane, insieme ad altro ancora.