Hai ku?

17 ottobre 2020

Nel cambiamento

mutevoli le stanze,

flemmatici i ruoli,

da conquistare la stima,

pesca e mela l’affetto.


Il frigorifero fa le fusa, io pure, Velvet non ne parliamo. Siamo oltre i 40 db, ma con discrezione.


Il passato guarda il futuro con lungo sguardo mimetico, lanciato sempre più in là di quanto venga immediato immaginare. Un lungo, impercettibile filo di nylon su una canna da pesca flessibile più di un giunco, aggancia all’amo gli eventi che saranno, il mulinello dei giorni che girano e si susseguono li porta fino a noi per trasformarli nel presente. Nel frattempo, altri lanci esplorano senza sosta, ma anche senza fretta, l’acqua. Cerchi e risonanze fanno l’eco al mondo come in un puzzle che si completa senza necessità di schemi.
Sono in un’altra casa, in un’altra pagina, quella scritta con l’inchiostro simpatico.
La vista si poggia sulle mattonelle rosse e i profili Liberty del palazzo di fronte alla camera da letto che le tende che non ho, non occultano; un piccione occhieggia equilibrista sul filo della luce di strada.
Rumori ovattati del quartiere che si sveglia; poche auto perché è presto.
I muscoli della schiena, tesi dagli ultimi tragitti da traslocanda con zaino in spalla, mi chiedono tempo per lasciarsi andare, in sincrono con i tempi di Velvet e dei suoi sommi turbamenti da disorientamento.
Dal lato cortile cinguettano in un coro scomposto, come tanti piccoli, puntuali Bilāl, gli uccelli, tra le fronde dell’albero minareto che, sin da primo giorno, dall’alto del suo tripudio mite e maestoso di foglie, occhieggiando dal balcone con un fruscio allegro e fluida resina, mi ha lasciato l’impronta delle sue venature nell’iride, che rapire può.

Vivi come nuoti

25 aprile 2015


L’istruttore di nuoto fico – quello che all’inizo “Muah, tutti quei muscoli che ci fa?!”, poi ti capita di osservarlo durante la lezione ai bambini, incappi in un paio d’occhi calamita che ti spiegano con cura cosa fare e ti va in pappa il cervello, gli ormoni sprizzano come bollicine di acqua frizzante stappata senza precauzioni mentre ridi sola e cogliona pensando che quella voglia che ha sulla tempia non sarà mai voglia di te – è tornato dalla vacanza fiesta-sesso-alcol-e-rock-and-roll (che vorrei vedere) e ieri era inaspettatamente lì a bordo vasca. Un barbatrucco ed ora almeno dopo il fischio urla anche il mio nome, impartiva indicazioni sullo stile libero.
Stile e libero.
Nella scatola cranica qualcosa ha fatto “tin!” mentre tra l’ovattato dentro subacqueo e il fuori in splash, cercavo di star dietro a quanto, tirando fuori la voce dal tatuaggio sull’addome, mi diceva: “Annalisa, manda fuori l’aria, non tenerla tutta per te. Respira, respira, prendi aria, non così poca: di più! E allungati, non stare chiusa su te stessa, allungati bene!”
E mi son detta: “Cazzo, è esattamente tutto quello che di sbagliato ho fatto nella vita fino ad ora.”

Toni, Thony e toni

11 dicembre 2014


Dopo un dialogo pragmatico con la coscienza cheratinosa e un sogno in struttura quaternaria in cui sfoggiavo una lunga chioma in stile fidanzatina di Capitan Harlock, individuata la foggia a cui protendere, munita di tre santini stampati in bianco e nero – foglio A4 – dell’acconciatura nell’iconografia suggeritami dalla prode È., mezz’ora di passi lunghi (gambe corte) dopo, ero all’officina dei capelli capitanata da Toni con la testa reclinata tra le mani di una brava shampista.
Seguiranno dialoghi surreali.
Per non sottrarre energie alla crescita dell’io sperimento l’haircut. Perché a quanto pare la ricerca passa anche attraverso queste sacrosante minchiate.
Poi sono andata a vedere Giselle, ma questa è un’altra storia.


L’autobus è una babele di voci, l’italiano declinato nei suoi diversi accenti. Qualcuno in piedi, occhiali grandi in osservazione pigra o imbarazzata.
Seduta, faccio da bersaglio al getto dell’aria condizionata, perché se il freddo non lo porta l’autunno ce lo fabbrichiamo da noi, doppio scacco al cambiamento climatico, palla al centro e mani sui coglioni. Una linea sottile e affilata di pensieri scende dalla cima del cranio per seguire il profilo della mascella sinistra serrata sul senso e i controsensi. L’orologio digitale in cima, a destinazione, illumina l’assurda me, passo giallo svelto e silenzioso, in mise da rockettara sgarrupata lontana dall’interesse dei tablet.

“Mi trovo in una situazione di rottura e le conseguenze – che si fanno sentire direttamente sul plesso solare – fanno fuggire gli eroi. Adesso comincia nel mio cuore la battaglia tra la quiete della statistica e il furore della rivoluzione.” (Beatriz Preciado, La coppia statistica)

Il viaggio continua.

Le eteree sculture

2 ottobre 2014


La piscina fa da hammam, dal toro mi abbevero, la strada la sbaglio, l’autunno è già estate e canto il Natale, la luna la vedo. Lassù.

Mai femili

11 settembre 2014


Siamo, in ordine sparso:
– io,
– gatta Velvet,
– un LG già vintage che mi fa da radio e sveglia di seconda linea,
– in affiancamento un Galaxy Note 3 trentarateizzato eterointrocaptatore di pensieri ed opere con il quale sto testando e implementando la mia capacità di imparare il nuovo.
Infilo gli occhi nelle mie serrature troppo strette per renderle altro da anfratti clinici piazzati in spazi aperti in sospensione scenica e spio una soluzione con i miei tre compagni d’avventura.

Outside the box ad occhio di pesce

Voglio essere ottimista, ce la possiamo fare.
Cominciamo da qualche aggiustamento della visuale a spalmare le idee tutt’intorno sino a renderle manifesti attuativi interiorizzati.

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Gigantografia di un rossore coatto, collana arancio e pantaloni a righe come in un cartoon arguto: consegna a mani del nuovo passaporto minchiadigitalizzato da uomo gulliveriano che arrivava dritto dritto da un ufficio da film, un ufficio con la D maiuscola. Son cose da raccontare ai nipotini che non ho, poi chissà, la vita ha le sue curve, pendii, cime e la luna è piena di crateri come una spiaggia di Cipro Nord, ci si può nuotare dentro come con ali di tartaruga marina, affogare, finire in un buco, risalire o decidere di rimanere lì.
Sarebbe bello potervi mostrare come vola sott’acqua una tartaruga marina, ma non sono brava con i file multimediali, mi imbruso, mi ci vuole tempo, mi-ce-ne vuole tantissimo e c’è un problema fondamentale, ovvero che il lavoro non nobilita l’uomo: semplicemente – appunto – gli sottrae un sacco di preziosissimo tèmpo. Dovrei studiare meglio le sottrazioni: sono un quasi un portento in quelle loffie e un disastro in quelle beatverybeat.
Avrei voluto scrivere un post comprensibile, giuro, era nelle mie intenzioni. Ma ho la psiche sconquassata, ho la psiche sconquassata da quando ho messo il primo alluce a terra dopo l’ultimo gradino della scaletta appoggiata dall’Italia fino all’aeroplanone Turkish Airline, la linea aerea dai pasti più gustosi della stratosfera e della homemade lemonade alla menta che ti resuscita le papille.
Quindi, siccome ho la psiche sconquassata, lascerò spazio alla catarsi dei deliri ad scribendum.
Sto meditando per trasformarmi in un baco da seta riscaldato in una boccettina messa tra le mie stesse tétte, ma è una cosa complicata, perché tra le mie tétte c’é un mucchio di spazio e il buco nella boccettina è davvero piccolo per ficcarmici dentro.
Brezsny dice che secondo lui romperò meno di otto uova prima di superare la mia prova di equilibrio. Gli voglio bene per questo: perché mi dà sempre un sacco di fiducia, anche se non mi conosce, sento che dice sul serio, che la sua è una succosa attendibile follia.
Mi sottometto volentieri alle voglie di Velvet, faccio da poltrona Frau per gatta, prendo decisioni ferme che traballano in colpetti di tosse dell’io. Se non sei sincero con te stesso inevitabilmente rischi di tradire l’altro. Mh. L’incoerenza lastrica come buccia di banana ogni singola giornata e spesso mi ritrovo a scegliere percorsi in isolamento in spazi aperti e troppo silenziosi che fanno puzza di paure bruciate.
Tutta la mia vacanza, sia quella per conto mio che quella in condivisione nella terra scissa dalla buffer line del 1974, è stata splendida, piena di gente da cui ho imparato pezzettini del vivere.
E’ stato splendido anche Mario che qui, una volta rientrati, ci ha insegnato a fare il formaggio, i plin, i tajarin, la focaccia, la pappa al pomodoro, lo sambajon con il marsala, la salsa di pomodoro fresca più buona dell’universomondo che ciuccerei con la cannuccia. Mi ha insegnato che l’entusiasmo e la passione sono gli ingredienti più importanti in qualsiasi cosa, senza i quali sei cera senza stoppino, senza fiamma, fai il buio dentro e non illumini fuori.
Così continuo a sconquassarmi e gioco a trovare l’equilibrio nei miei modus sperando di non rompere troppe uova ché sarebbe un peccato.
Ho preparato il formaggio, ho fatto l’Heidi senza caprette, e mi son chiesta se abbia senso stabilrmi qui, metter su casa, annaffiare questa talea astrusa che sono diventata. Da un po’ ormai meno po’ abito in una città che mi piace anche tanto, che mi emoziona sempre con la sua bellezza, ma sono circa infilata in un tubo come un pupazzo del calcio Balilla, piazzata qui arrivataci seguendo un percorso tutto strano in cui ogni elemento “umano” che ha partecipato all’evento è rigidamente posto a debita distanza e non è un difetto di fabbrica: sono le regole di quello che è stato il gioco. Ora da pupazzo del calcio balilla miro a sfilarmi dall’asta in acciaio, raccattare tutte le mie cose per trasferirle altrove, tutte insieme, con me; ma voglio buttare via i dadi delle scelte fatte a caso. Fare uno sforzo giocoso per cambiare qualcosa che hai sempre pensato di non poter cambiare
L’onda lunga del profumo del raki servirà.

Caretta caretta


La si fa.
Però c’è da respirare molto, molto profondamente;
e lasciar perdere l’hortus conclusus.
Il senso intellegibile