Èttardi

18 luglio 2017


Èttardi è quella parola che ti strangola,
un cordolo unico intorno al flusso della vita nei giorni
lo blocca, lo succhia, lo ingoia e non te lo risputa mai
Ti fa le briciole nel cassetto delle posate, nascoste laddove si sottraggono alla vista, a te
occhieggiano
Quando èttardi, non ci sei mai, sei sempre nella corsa
e correre è non essere da nessuna parte completamente
insegui il tempo che hai sfuggendogli
e lo sguardo non fa in tempo a contemplare la bellezza

Ció che è

20 aprile 2015


È un pio e pietoso desiderio, una richiesta né lecita né illecita, né opportuna né inopportuna. È un consiglio giusto o sbagliato. È una fantasia notturna o diurna. È un’idea che si districa dall’involucro incomprensibile della mente, un sentimento che irrompe e ti travolge. Non si conoscono le origini, i tempi e tutto il resto. Il peggio è che è un discorso che puoi preparare e agghindare con la retorica, con cui puoi nascondere e rivelare l’intento e la volontà. È qualcosa di informale, irregolare, anomalo e paradossale. Appartiene al mondo della scienza e della religione, non contiene un concetto né un significato.

Ed è meglio dell’enigmistica.

Tutta mio padre

17 aprile 2015

Ché se avevo qualche dubbio…
No, in realtà non ce l’avevo.


《Non è un pio né un pietoso desiderio. Non è una richiesta né lecita né illecita, né opportuna né inopportuna. Non è un consiglio giusto o sbagliato. Non è una fantasia notturna o diurna. Non è un’idea che si districa dall’involucro incomprensibile della mente. Non è un sentimento che irrompe e ti travolge. Non si conoscono le origini, i tempi e tutto il resto. Il peggio è che non è un discorso che puoi preparare e agghindare con la retorica, con cui puoi nascondere e rivelare l’intento e la volontà. Non è qualcosa di informale, irregolare, anomalo, nè paradossale. Non appartiene al mondo della scienza, né della religione, perché non contiene un concetto né un significato.
Nella prossima mail ti dirò ciò che è.》


Non so se siano le cazzate che sento o quelle che mi racconto.
O forse quelle che non mi hanno mai detto.

Il richiamo della foresta

25 febbraio 2014


Il telefono suona sempre due volte in odore di disgrazia. E per una strana alchimia, non so a voi, ma a me succede sempre quando non sono in ufficio.
Ma non importa chi sei ed è irrilevante dove tu sia. Conta solo il legame di sangue che ti investe se tuo padre viene investito: non prima, non durante, solo immediatamente dopo. Priva del mio mantello da verbalizzante – pipistrello goffo – sono dall’altro lato: parte civile un po’ offesa senza difensore. Fisso dentro il piatto vuoto, scruto il riflesso nella ceramica liscia per capire che fare. Nella sfilata che la mente mi propone scarto ad uno ad uno i volti delle persone che mi sono più vicine la cui distanza è dilatata dai chilometri come un chewingum, ma lo stomaco non vuol parlare con nessuno, stavolta pare voglia fare tutto da solo, niente attaccapanni a cui appendere considerazioni sull’assurdo, sgomento per l’indecisione, ricerche sul sito Raynair. Sono preoccupata per me o per lui o per me perché preoccupata per lui? Cerco di misurare il mio livello di egoismo come se fossi a una pompa di benzina all’incontrario e di scuotermi dalle anestesie difensive probabilmente già innescate. Mi chiedo se avrebbe un senso partire e quale il vero senso del rimanere, chiusa nella mia botola di considerazioni aperte. La mia faccia è in vetrina, ma non si vede il cuore; penso con l’ombelico e rido con la pancia; imparo a sillabare con gli addominali e poi mi chiedo aiuto. Mi dico Quali che siano le tue paure, non aver paura. Al di là della vetrina il mondo continua, perché così è.

Laccoglienza

11 dicembre 2013

Quarant’anni e uno suonati io e settantacinque sempre più acciaccati lei, ma.
– Cosa vuoi, azzia?
Ci penso, due per due col resto di uno, pinna di pesce, cuore di mozzarella, carota con l’aglio…
– La pasta al forno!

Al forno pasta

Perché così non la troverei in nessun altro luogo al mondo.

Constantin Brancusi


Ho fatto gli origami con le sinapsi per tutta la notte, urlato Bastardi!, vagliato il movimento sinuoso del serpente: ogni sonaglio un senso di colpa; pianto la paura che nonfratello morisse prima del giorno e pianto la rabbia per un’esclusione invisibile, abbracciato il cuscino e dormito con la mia statuina di Lakshmi: i piedi alla testiera del letto, il volto verso le piccole luci dei buchi della serranda; non amo le derive new age, ma non credo nel caso così ho ricucito le visioni, le impressioni, il sogno per cercare la trama e non disfarla e poi deciso di togliere la vite dai cardini di quel portone gigante perché il grosso albero si schiantasse definitivamente su quella vecchia malmessa ferraglia rossa a quattro ruote e poi cercato padri nuovi da guardare solo da lontano per trarne un incoraggiamento inconsueto, desueto, libero e fuori dagli schemi. Ho deciso che può succedere che la famiglia sia solo un’idea che fa male e non è necessario perpetrarla e usarla come cappio per soffocare se stessi; che i legami sono un’alchimia e che non voglio rinunciare alle magie dell’autenticità per adattarmi a chi si compensa trasformando la vita in un’interminabile via crucis in cui vince chi soffre di più e l’altro è solo un contorno disegnato per tenere ben saldi i propri.
E adesso dovrò solo trattenermi dal precipitare.

A ribbon of black


Chiacchierare con le piccole ipocrisie raggiungendo un accordo franco, ripulirsi scrostandosi come una cozza.
Triste e necessaria sfida la metabolizzazione dei rifiuti, difficilmente codificabili: c’è sempre una differenza sostanziale tra rassegnazione e accettazione.
Persone-oggetti non responsivi, tristezza a grappoli, ci faccio il vino.
Fratello non saluta, padre non ti cerca (e tu neanche, e tu neanche).
Madre si dice non è mai troppo tardi, ma mai tutto è detto per davvero. Occhiali a raggi ics per la visione notturna che non vedrai sui loro occhi, getti via una spugna gigante; strana pastina e io troppo formaggino.
Poche ossicina sul bordo del piatto, ossitocina.
Sommosse fluttuanti: l’idea che la riconciliazione esista e sia una possibilità è gravidanza isterica finita in aborto; i tentativi mai fatti e l’amarezza acerba di quelli falliti incappata nella rete di detriti da ingoiare.
Cerchi negli uomini la mamma? Eterosessualità deficiente, omosessualità insufficiente.
Nell’abaco dei sentimenti non riesco mai a fare i conti con tutte le palline. Certo, criceti che volano pare non esistano, ma sai mai.

Fratelli

20 marzo 2012


Ammaliati da un insano perfezionismo in vortici inconsulti, congelati i pensieri immobili in movimento, schiocchi, applausi e sassolini rotolano, si fermano.
Ignari attraversano la strada, occhi chiusi, ruote grandi, marciapiedi inciampati, fuoco. Fiamme.
Si ritrovarono ad un crocicchio che qualsiasi strada andava bene, si guardarono e sorrisero.
Si abbracciarono senza dirselo e continuarono nei loro percorsi così diversi e così simili senza mai perdersi di vista.

Ma volere o volare lo si doveva mangiare.

Storia di quando non sai a cosa punto il tuo dito di bimba dall’occhio luccicante che chiede, topo inebriato dall’odore, un pezzo di formaggio, però ti sembra che il tuo desiderio sarà appagato poggiando quel pezzo di latte di mucca sul palato.
Poi scopri che hai sbagliato, che lui è troppo salato e ti dici Vabbé con viso un po’ corrucciato. Il punto è che c’è qualcuno che agisce per orgoglio oltraggiato.
Così succede che l’errore poco saggio sul formaggio si trasmuta in punizione. Sofferto è ogni boccone da mandar giù per espiazione: a nulla vale il legittimo impedimento se proprio proprio non sei contento.
Sicché un bel giorno tu ti chiedi se per una qualche bugiarda astrusa alchimia, ad ogni sbaglio – o quel che sia – vero o finto, adesso, dopo, oppure mai, non abbini per solo imprinting il cilicio commutato in un grezzo eppur sincero automartellamento attualizzato.
Hey, sic!