Ardinagoy

28 novembre 2017


Vai a rovescio
torna indietro
piedi freddi
senti il polso
secondo dito
va il respiro
lungo il fianco
l’aplaknas bolle
sottotraccia
lacrime buie sotto la faccia
pensa a un piacere
la lingua, parole
scambiate
fughe repentine
fughe accidentate
il naso
schiacciato
contro una porta aperta
chiusa


Le ho spostate nella pagina insight.
Una gatta di velluto mi salverà.

Porta il cane che lo piscio

26 novembre 2017


È il must della domenica mattinamattina nella piazzetta sotto casa.
Poi il cane caga, anche.

Beurre fuchsia

24 novembre 2017


Al caldo lentamente si smussano gli angoli, basta una leggera pressione per lasciare un’impronta digitale addosso. Puoi? No, non vogsso! Allora correre, aprire il frigo e aspettare che il freddo ricomponga il mattoncino con cristalli di sale da rendere la superficie sufficientemente ruvida, solo per non fare cazzate.
Se sto ferma il mondo intorno non si muove o si muove molto meno. Ma dentro rimango così viva con i miei millemila miliardi di cellule affettuose e sensitive: nessuna è sorda, nessuna è cieca, nessuna è muta, il burro lo vorrebbero allo stato quasi liquido, ma le cellule stanno a guardare.

L’è dì

23 novembre 2017


Va bene capire, mediare, autoconsapevolizzare e autocriticare, lodare, aiutare, aspettare, non giudicare, aggiustare, sperimentare, non tormentare, pazientare ricucire, aggiustare, meditare.
Però anche vaffanculo.

Il punto Gì

17 novembre 2017


Il punto G non è importante,
capisci dov’è il tuo, lo sentono al piano di sopra, poi tutto passa,
rimane il ricordo, ma nessuna traccia del desiderio di quel singolo sparuto punto
perché da solo è una goduriosa curiosità che non richiama sé stessa per sé stessa,
non ti piagnucola una necessità insoddisfatta, un’occasione persa.
Dimentica di sè va in letargo ed è pur sempre sveglia, autosufficiente, un’esistenza onnipresente e universale. Come un corpuscolo unicellulare, si manifesta in tutta la sua grandezza solo se la osservi su quel vetrino di coltura che nel proustiano Swan peccava di ridondante noiosa pinguedine ed oggi, abusato e denaturato dall’intercalare “amo’” appare opaco come plastica trasparente di cattiva qualità che vuole imitare vetro cristallino, ma in molti casi è poco più di una patacca triste.


Ieri ho scoperto il bottone dell’anima. Sapevo già che era lì, ma non era ancora distillato il “verbo” che desse un nome a quel luogo fisico di concreta materia cellulare. Lì, in quel punto, si apre uno spazio enorme, al tocco si espande come un mare tiepido le cui onde si sviluppano con moti liberi dalla gravità. Affrontano il maschile e il femminile con una inconsueta equanimità: dei due fanno uno, acque che si mischiano pur rimanendo separate. Era l’amore, quello che ci abita e che releghiamo in crinoline di vetro opaco, quello che hai paura di toccare, quello che ci si sta lontani per paura di affondare.
Dal collo, poi, è germogliata la testa.

Il 5° novembre

1 novembre 2017


Abito la città dei coiti interrotti.
Affamata di godimento non ne approfondisce l’intima natura. Obnubilata da alterigia antica e pigra, si ferma sempre prima che qualcosa di veramente numinoso accada, tasselli si inceppano nel percorso clamorosamente annunciato e declamato. Non funziona e nessuno ci bada. Non c’è umiltà nel non riconoscere questa ignoranza del vero orgasmo. Va bene: se non lo si conosce, come riconoscerne l’assenza? Ma almeno, abbi dubbi.
Dell’anima operaia rimane solo l’aspetto museale, rinnovate rimembranze rese in arte contemporanea, resoconti didattici. L’anima sabauda tossisce caparbia annebbiata dalle polveri sottili.
Abito la città dei coiti interrotti e
dubito vivrò abbastanza a lungo da vederla trasformata, riscattata e ossigenata da grandi buchi in questo cellophane che sembra permeante.
È una città che amo eppure mi manca per questo suo riflesso condizionato dello sputarti via da lei. A volte mi viene voglia di riempirla di emiliani romagnoli a digerire ed annaffiare col lambrusco tutti gli intingoli indigesti, a resuscitarla con una risata colossale.
Mi vien voglia di tornare indietro, supina sotto l’affresco di via d’Azeglio, talloni proiettati in alto, indice e pollice incastrati tra gli alluci, spalle a terra e mente tuffata in quei punti di congiunzione tra il sentire e l’essere.
Quando i dialoghi col midollo spinale si fanno sinceri puoi abitare ovunque. Ma se quei dialoghi si espandono ai corpi vicini, quell’ovunque puoi abitarlo meglio.