La vita è fatta anche così, di conquiste e rinascite che non condividi, per esempio, perché pressoché nessuno sa dei più di vent’anni di piccole morti di cui uno strano miracolo psicologico, scevro da qualsiavoglia coinvolgimento relazionale altro da quello con te stessa che fosse ad esso collegato, ha decretato la misteriosa e naturale fine.
Allora torni a casa mentre a mille chilometri più giù, frizzi e lazzi distanti, un procuginetto nasce, un nucleo di affetti più o meno veri fa una festa comandata e non; ti bruciano gli occhi, hai quella piccola, recente bolla sul cuore in un punto che si è fatto grigio, il cervello pulsa in quel luogo che si è dipinto di rosso, le lacrime incastrate si adagiano tonde in un groviglio di sterpi sempreverdi che fanno ombra al desiderio ormai adulto, dimorante ora in quel luogo in cui risiedevano i pensieri cupi, migrati, satelliti rigenerati per le future notti di San Lorenzo. Cadranno fugaci, scintillanti si spegneranno illuminando una fettina di cielo. Li osserverà qualcuno con il naso all’insù, contento per quell’attimo foriero di novelle speranze o arrabbiato perché ai desideri espressi e poi avverati non ci crede o agnostico estatico che pensa Così è, va bene.
Quindi, piano, torno a casa piovendo, mi adagio riposando, asciugo i capelli soleggiando e leggo tisanando, il fruscio delle foglie al vento è calmo, l’aeroplano planando, la gatta mangiando, il cane abbaiando, la parete verdeggiando, Eva e Diabolik baciando, i colombi tubando, gli uccelletti cinguettando e le ali forte sbattendo perché ci sono punti dai quali, per spostarsi, non puoi fare a meno delle ali e del loro vigore lieve.
D’altronde credere fa rima con incedere.