Signora moglie mi saluta: Non posso stare al sole – è la sua litania -, tra un po’ vado via.
Rispondo Salve, sorrido e mi butto in acqua.
Il marito, a mollo, gioca a dama con gli scogli e il mare; aspetta che faccia capolino dalle sue parti e mi chiede dei ricci: Come si prendono?
Glielo spiego. Gli dico Non tutti sono pieni, però, sa?
Corruga la fronte, strabuzza gli occhi: Ah no?
Ennò.
Poi lo vedo, un riccio, a portata di mano nel piccolo incavo di uno scoglio, basta una pietra per staccarlo da lì. Faccio piano, è sulla mia mano.
– Ma lei ha le mani d’acciaio!
– Ma no, non punge – guardi! – se lo tiene così.
Lo tengo, così, sul palmo. La teca sferica prende vita, gli aculei cominciano una danza, la lanterna di Aristotele pulsa, spuntano due dentini, diventano quattro: c’è vita in questo marte.
E(mi in)chino(all’)idea, l’unica possibile: riprendo la mia strada dopo aver restituito lui alla sua.


Prenditi la mano
tastati il polso
urla
ma fallo piano
sennò ti pentirai
Chiediti,
ma fallo spesso
altrimenti, con più probabilità, non ti capirai
Non chiudere gli occhi sui sogni infranti, non strizzarli come pezze al sole,
lasciali umidi, evaporeranno scegliendosi il loro ritmo
Parlati, anche di notte,
quando ti infarini rotolandoti sulle sensazioni
Friggiti i difetti,
fanno male al fegato
ma alcuni possono anche essere saporiti
lascia i peggiori sul bordo del piatto
Dai l’orgoglio in pasto ai buoi se ti tiene al giogo su un percorso accidentato di gaffes che non vale la pena compiere
Assorbi i rimpianti
che ti tappano le orecchie
con dei cotton fiocc
La rabbia sputala nel lavandino
insieme al dentifricio,
i denti rimarrano puliti più a lungo
E – soprattutto, sopra ogni cosa – non dimenticarti mai di guardare gli altri negli occhi
È lì che troverai l’acqua:
dolce o salata che sia
assieme all’idrogeno porta sempre con sé almeno un atomo di ossigeno