Corpuscoli di Pacini

30 luglio 2017

Nothing personal di Urszula Antoniak


Lui l’ama, decide, muore. Lei avvolge lui e il suo amore in un lenzuolo, un fagotto bianco diventa feretro di un uomo e di un sentimento condiviso che si è solo sfiorato pur così profondo: unione ibrida al profumo di bucato. Un film nella terra di mezzo, che non inizia e non finisce. Una partizione della vita, malinconica e solitaria come il panorama irlandese, bianco latte virante al grigio e terra fertile in cui varrebbe la pena affondare le mani sino ai polsi.
Ci sono le aragoste e il fascino di quelle alghe di velluto. Però le aragoste sono in gabbia e da lì finiscono bollite. Buone, ma non se le hai viste vive prima.
La verità è che a quelle atmosfere languide e senza vie d’uscita preferisco la lente di ingrandimento sulle meraviglie che consente di partire dalle proprie solitudini, arricchirle, espandersi all’esterno, perché la casa “dentro” ha comunque pareti fuori su cui si poggiano sole, pioggia, vento, il suono delle parole, le immagini.
Quindi ho amato il documentario su Doisneau.


Robert Doisneau di Clémentine Deroudille


Attraverso le sue foto di certo si intravede l’uomo. Ma, conoscendo l’uomo, in quelle foto si può viaggiare molto più a lungo e sentirle addosso come una seconda pelle, che rende più liscia e soffice anche la propria.


Sto leggendo Pronoia di Brezsny. Superflua ogni considerazione critica sul punto – discutibili le scelte grafiche, il font, il formato del libro, la distribuzione patchwork dei contenuti, pessima la correzione delle bozze, d’accordo -, ci trovo comunque una descrizione della quarta dimensione come la intendo io e senza l’uso di droghe psichedeliche né di alcol. Seguendo i suoi passi astrusi in quella direzione, faccio la piccola esploratrice, incurante del fatto che non sono così piccola e gli anni che mi separano dalla menopausa non sono più così tantissimissimi come quando indugiavo, adolescente, in viaggi estatici nella carta da parati della mia stanza edulcorata ma mica tanto.
Nelle pagine del Manifesto dionisiaco l’astrologo capelluto elenca casi storici di gente illuminata da rivelazioni oniriche:
Harriet Tubman nel 1894 libera trecento schiavi traendo dai sogni le informazioni per riuscirvi;
il chimico Friedrich August Kekulé von Stradibutz, grazie all’immagine onirica di un serpente che si morde la coda, giunge finalmente a scoprire che gli atomi di benzene hanno una struttura ad anello;
Robert Louis Stevenson ha l’idea per mettere, nera sul bianco, la storia di Dr. Jekyll e Mr. Hyde;
il chimico Dmitrij Mendeleev individua il sistema per la classificazione degli elementi riportato nella Tavola Periodica;
Elias Howe progetta l’ago da cucito, cosa che lo condurrà, poi, fino all’invenzione della macchina da cucire;
il biologo Otto Loewi riesce a dimostrare che la trasmissione degli impulsi nervosi avviene chimicamente e non elettricamente;
uno dei figli di Dante Alighieri ritrova la parte mancante della Divina Commedia grazie al suggerimento del padre apparsogli in sogno;
il matematico Srinivasa Ramanujan trae le sue formule dai dialoghi notturni con una dea indù;
il naturalista Louis Agassiz riesce a cesellare una lastra di pietra in modo da estrarne il fossile di un pesce mai visto prima;
Jack Nicklaus mette a punto un manico nuovo per la sua mazza da golf;
il professore inglese Coleman Barks incontra il santone dello Sri Lanka grazie al quale diventerà traduttore del poeta mistico Rumi, in sogno prima che nella vita reale.
Ce n’è abbastanza per farmi venir voglia di stimolare il frullo onirico che, di per sé, non ha neanche bisogno di grandi sollecitazioni. Devo solo ricordarmi di annotare i sogni. O registrarli imprimemendoli con la mia voce assonnata, “sporca” ma senza stile e non ancora abbastanza matura.
Così accade: la rivelazione.
Sogno un figlio di una donna lì nei paraggi, un figlio di due; diventa un gatto che si trasforma in pesce, che non vuole essere pesce; io mangio quel piccolo pesce, quasi costretta e contro voglia, ma lentamente e non tutto (chissà Freud), continuo a pensare, a cercare il modo, il tempo, chi mi possa svelare come ripristinare per lui la forma umana mentre ancora mi guarda dal piatto con il suo occhio vivo e cristallino. Nessuno mi aiuta, nel piccolo mondo antico intorno, incastonato in una specie di baita moderna dai toni caldi, nessuno pare interessato. Quando ormai il cuore mi si stringe in quella disperazione che accompagna l’ineluttabilità della rassegnazione, il pesce rotola per terra e si trasforma in un gattino meraviglioso bianco e nero, ancora con il pelo bagnato in alcuni punti per la trasformazione, lo abbraccio accarezzandolo e piangendo di gioia.
Fine del sogno. Squilla telefono.
Uno squillo strano, che non riconosco, ma che non posso dire di non conoscere. Velvet è perplessa almeno quanto me. Mi guarda, la guardo, sono ancora stordita dal sonno. Immagino, ma non credo. Mi alzo e vedo. La resuressione del cordless è compiuta. E’ lì in carica, riesumato da una delle scatole della mia vita precedente a quella precedente a questa, dall’inizio di aprile senza dare alcun segno di vita. E ora funziona. Ho le prove. La resuressione è compiuta. Se mi esercito con le prodezze oniriche, prova che ti riprova, sai mai che trovi il Santo Graal.



Cammini dalle 15:56 e sono le 18:23. Hai tempo, una piazza ampia e la panchina all’ombra.
“Mi siedo”, ti dici.
“Levo le cuffie”, ti dici. “Sennò rimani fuori dal mondo nella tua bolla”, precisi, uscendo scalza da te stessa e osservandoti da fuori.
Hai vicini di panchina. Ascolti. Ascolti a destra, ascolti a sinistra. Cominci a macinare commenti silenti come chicchi di caffè da tostare ancora chiusi nel barattolo.
“Sei la solita impossibile rompicoglioni”, ti dici.
“Sarà. Fortuna sua, Alfonso Ferrero della Marmora è a cavallo sul piedistallo. Da lì, se non ha il vento a favore, almeno, non sente niente.”

Papille

26 luglio 2017


Può una fettina di carota annaspata nel miele avere lo stesso sapore di un’ape che, peraltro, non si è mai e poi mai assaggiata?
Può.


Occhiali da vista di metallo dorato traboccanti, una Magnum, P.I. femmina con taglio corto vagamente biondo da video dei Duran Duran, per fare una sua gamba devo aggiungere un braccio alla mia, pantalone largo lunghezza tre quarti, camicetta dai fiori tristi che manco mia nonna nei pomeriggi in campagna, si tormenta il labbro tra il pollice e l’indice fissando il cellulare. Squilla la suoneria che non sceglierei mai.

– Turudùtutùdudùtutù?
– Pronto, ciao, piacere di conoscerti
-…
– Mi spiace sapere poco di te, so solo che di certo sei una persona entusiasmante.

Wow, in diretta, l’inizio di una storia? Parole scambiate, abbinate a corpi che non si conoscono?

Ennò: crostificazione di dilemmi esistenziali di un amico comune, direi il tipo che lei sta frequentando, da quando? due anni; stile di vita e gradazioni delle cazzate, conseguenze, scoperte recenti, comportamenti complicati negli ultimi mesi.

– Tu di sicuro capisci e conosci quel mondo, cioè… credo…
– …
– Secondo te… poi magari sbaglio… mi immagino che foste un po’ nel giro… secondo te, il livello che aveva all’epoca di – diciamo così – bella vita era estremamente preoccupante?
-…
– Certo
-…
– Sì sì
-…
– Ti capisco perfettamente
-…
– Sì
-…
– No, non ti dico che abbiamo problemi di quel tipo adesso. Ti chiedo se un intervento di quel genere da parte della famiglia fosse giustificato o meno, all’epoca
-…
Si alza, si allontana.
– Spero non mi si spenga il telefono

Mannaggia, un’altra mezz’ora così e ci usciva un romanzo da ombrellone alla Patricia Cornwell.

Altoparlante, voce registrata:
– Siamo in arrivo iiin… Milano centrale.

Mi specchio nelle sliding door, pochissimo sliding, poco door e mi dico che sembro Heidi nella versione 2.0.
Campeggia coerente il mio zainetto fucsia e ho fame.


Testa rasata china sul cellulare,
chissà passarti un dito contropelo sul collo;
non ci piaceremmo
Labbra da anatroccolo, occhi tondi
camicia blu semispalancata tirata sul pettorale gonfio, occhieggia il tribal tatuato
In alternanza geometrica optical minimale, i puntini bianchi e marroni della camicia, sulla spalla larga passano dalla forma tonda a quella ovale per catapultarsi poi come piccole biglie dentro i jeans
Sul culo sodo e stretto ride una piega che mima i Levi’s,
si scende a sigaretta aderente fino ai risvolti che in prossimità della caviglia non osano toccare il bordo delle sneakers arredate dal logo dell’omino a cavallo con la mazza da hockey pronta al colpo
Il pollice accarezza il cellulare sottile su e giù, le immagini scorrono, su qualcuna si sofferma e poi ritorna alla carezza compulsiva.
Rimpiazzata l’auto come estensione del pene, rimpiazzato il pene come estensione del sé.
Peccato.

L’uomo purga

25 luglio 2017


È quello che si è seduto accanto a me in treno.
Se sbuffa ancora una volta, lo sgonfio.