Clacsonite 

30 giugno 2017


Un modo garbato per farsi odiare dai più?
Rispettare i limiti di velocità su strada statale.
Se almeno il suono dei clacson fosse più melodioso, osservare con aria disincantata certe teste di rapa avrebbe lo stesso fascino aulico dell’opera.


Bocche tappezzate di lingue,
come fossero tante eppure due.
Sperimentazioni e risa,
avviluppati i sensi e i corpi,
nessuna ombra di lucchetti.
Ho sognato muscoli come cervelli, parole e cheratina.
Le vie di fuga erano di cartone e nessuno le percorreva.
Poi mi sono svegliata, ho guardato il mare e gli ho detto: va bene, arrivo.

John Wick di Chad Stahelski.


Io i film truci non li posso vedere.
Che già cominciare un post con “io” non è elegante.
Se li guardo strizzo gli occhi e mi tappo le orecchie, quindi, se posso, evito.
L’effetto del trailer dai toni cupi e la prospettiva annunciata di un’«orgia mortale di piombo e violenza» mi hanno confermato che, rispetto al genere rape & revenge, il mio animus si ferma alle rape e non va oltre.

John Wick 2 di David Leitch e Chad Stahelski


Il trailer del secondo è di più ampio respiro: toni chiari, luci, colori, panorami, sembra tutto molto meno claustrofobico, ma è annunciato quasi peggio del primo: «carneficina efferata e violenza estetizzante».
Maddai c’è Scamarcio? Maddai c’è la Gerini?
Non lo so, ci penso. Da sola non lo vedo. Poi piove, è buio. Keanu Reeves non ha più il paltò di pelle alla Capitan Harlock e forse quello che del film era importante sapere mi è stato detto già.


Un mito che non tramonta: come l’idiozia aiuta a rimanere vivi, circa.

Qui è altrove

26 giugno 2017

Pigs di Claudio Santamaria


​Il film è da vedere, l’economia da studiare, Friedman da dimenticare, Keynes da riattualizzare, Varoufakis da clonare.

Saturday night fever di john Badham


Non so com’è, che le cose del passato mi arrivano dal futuropresente.
Come se mi avessero lasciato il tempo di arrivarci, clementi col mio essere (stata) marmotta, non ancora pronta.
Come se mi avessero slacciato con gentilezza l’ologramma degli scarponi di piombo perché mi riappropiassi delle mie scarpette rosse, per aspettarmi finché non arrivassi qui, qui dove mi vengono offerti té e biscotti.
Non so com’è che non ricordo mai qual è l’accento per la e di té e caffè.

Tony Manero lo vedo in giro, uguale, 40 anni dopo. Depilato e con qualche problema alla cervicale per il reiterarsi della posizione china del capo sul telefono cellulare, magari; i pantaloni gravitazionali al ginocchio piuttosto che antigravitazionali tirati su sino all’ombelico. I muscoli che ambiscono all’arrotondamento, piuttosto che all’allungamento e addobbati con murales di stereotipata fattura. Ma questo è il trend lanciato dai tronisti, coriandoli di fuffa che si avvicendano a segnare le curve dei cicli storici: cazzate, alienazione, sbigottimento, desiderio di riscatto, discriminazione, buone intenzioni, scopate sì e scopate no, gabbie culturali e religiose sono rimaste uguali. E’ vero, sono andate in disuso spirale e diaframma, ma la famiglia Manero sembra uscita dalla penna di Matt Groening quando ancora giaceva sulla scrivania munita di tappo.
E stanotte ho sognato le api uscire da un buco nell’intercapedine della finestra, le api erano acqua, l’acqua era fresca come quella del rubinetto. Solo quella. Per il frigorifero nuovo c’è ancora tempo.

 

Climax

22 giugno 2017


Il caldo si è fatto materia e ci si cammina attraverso.