I buchi sono ovunque, a volte hanno i film intorno

14 agosto 2016

The Zero Theorem di Terry Gilliam


Avrei scritto che non mi è piaciuto,
avrei scritto  che a un certo punto della visione mi ero accorta che mi stavo annoiando (ed è vero),
avrei scritto “meglio Tim Burton con La fabbrica di cioccolato” (il diodelcinema solo sa, percorrendo quali associazioni mentali  ho fatto incontrare i due film a danzare in coppia su un palcoscenico senza astanti),
avrei scritto che Gilliam ha reso il problema del secolo  rendendolo in 3D senza costringerci a ricorrere alla necessità di indossare scomodi occhiali in sala,
che ciò che più mi ha colpito è il modo in cui, schivo, schiaffeggia forte il mondo scoperchiando la distruttiva distopia del quindicenne, figlio del capo folle, uomo sterilizzato da un egocentrismo asettico e privo di un qualsiasi tipo di umanità.
Poi c’è.
Poi c’è che continua ad apparirmi  – ad intermittenza – l’ espressione di Christoph Waltz, quegli occhi incassati in uno sguardo perso e disorientato in un’attesa primitiva, gotica e naïve.
E quindi.
E quindi c’è questo: una recensione che trovo perfetta per capire (tanto lo so, le mie – se recensioni vogliamo chiamarle – a capire non servono di certo quasi mai), potete leggerla qui.

 

Il piano di Maggie di Rebecca Miller.jpg

Greta Gerwig nel ruolo di quaqquera a tratti diabolica senza esserlo, è godibilissima. La regia della Miller ricalca le orme di Allen a due spanne dal suolo, deformandole con toni al femminile ed epurandole dalle eculubrazioni cerebrotiche, lasciando le citazioni colte a quella fetta di borghesia americana di cui ritroviamo manie, incongruenze e pacificazione zuccherina e un po’ stolta.

 

In nome di mia figlia di Vincent Garenq

Film tratto da un fatto vero. Se interessa il fatto vero, suggerisco il libro, piuttosto. Non l’ho letto, ma dubito sia peggio del film: il doppiaggio non mi convinceva, la recitazione neanche, la sceneggiatura men che meno.
Nessun approfondimento su motivazioni, angolazioni, neanche un accenno alla psicologia delle luci e delle ombre di un percorso che – vista la ricerca furiosa e cieca in cui si immerge il protagonista, pur io consapevole che una tragedia simile è una stele infilata nel cuore, impossibile da estirpare – sembra fare l’eco al contrario all’aforisma di Nietzsche: Quello che non mi distrugge mi rende più forte si trasforma in Quello che non mi distrugge mi uccide; e non è bello.

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