E le giraffe stanno a guardare

18 febbraio 2014

Falso positivo, artefatto da manipolazione lo scenario politico: dal 16 settembre ho messo piede in un nuovo ufficio, nuova città, continuità con il precedente incarico pari a quasi meno zero. Mi appello al karma e faccio ammenda. Bandana e maniche pronte all’arrotolamento, conosco già l’iter; mi mancano solo i dettagli.
Fase Pippe scazzapallose degli scazzapalla su quanto sia stimolante cambiare lavoro (per te, che non sei loro): qualsiasi risposta stia facendo il salto della corda nel tuo cervello conservala per il futuro: è come se stessi parlando a un bombo sordo che vocalizza grazie a una cassetta pre-registrata, se gli togli quella riesce a fare solo bzzzzzzzz; inspira e conta fino a dieci, conserva le pallottole per quando avrai ben chiaro qual è il bersaglio.
Fase Conoscere i colleghi. Uno a uno. E leggere il futuro nelle palle dei loro occhi.
Come nei giochini dell’insiemistica si riesce quasi sempre a fare quello scioglilingua cerebrale di associazioni mentali per cui unisci i pallini dall’universo oggi ai sottoinsiemi dell’universo ieri per assonanza dei personaggi e delle casistiche.
Se cambi sede lavorativa ogni tre per due, ti ritrovi con un campione statistico talmente ampio da avere un che di numinoso, attira e crea quel terrore sottile sottile che all’inizio rende alcune delle tue notti insonni o agitate.

Superfantastico
Superfantastico è la prima ad avermi accolto nelle sue braccia, per erudirmi ed istruirmi su codici, prassi e adempimenti imprescindibili. E’ incastonata dentro una rigida struttura gerarchica fatta su misura per lei con le sue manine sante nella quale si è creata una teca ad hoc di 1.48 cm di altezza posta in cima a una scala di priorità inventate di cui lei è la reginetta indiscussa. Tacchineggiando nei corridoi sugli stivali nuovi, mentre la seguivo come una pulcina volenterosa, si imbelletteva di innate virtù, urlandomi le spiegazioni, soprattutto se eravamo nelle vicinanze di colleghi o avventori VIP che potessero apprezzare le sue doti sapienzali. Manipola come una prestidigitatrice situazioni e persone per ottenere ciò che vuole, sottoponendotelo in confezioni di pregio.
Se è malata è tanto malata. Se è in ferie è per qualcosa di irrinunciabile in cima alla scala dei valori di papa francesco (o chi per lui). Se tu non ti sei mai assentata per malattia è perché sei più giovane (avessi avuto un Pac-Man gliel’avrei lanciato contro perché le masticasse il lobo temporale come un chewingum per poi sputarlo in un tombino). Se parla per mezz’ora di fila è convinta che abbia avuto corso un dialogo. Se le fai notare, di punto in bianco, dolce dolce, così a secco: “Non abbiamo mica discusso: hai parlato solo tu tutto il tempo”, senti come un rumorino di una polpetta gommosa che le scende giù per la carotide seguito da Un silenzio di vari interminabili secondi, poi si dilegua con nonchalance. Tu gioisci e ridacchi dentro. Lei rielabora gli elementi su di te e appronta una nuova strategia da sfoderare alla prima occasione. La nuova strategia è la collaudatissima “Fregami dolce”. Alla prossima gentilezza gratuita bada bene, analizza, ti accorgerai che per lei – nonostante te la venda infiocchettata – è a costo zero e diffida. Al successivo sorriso mattutino sciorinato in un Ciao diamantino a bocca larga e sbattito di ciglia, conta fino a sei o sette e vedrai che il “Maaaaa, ti volevo chiedere…” non tarderà a sfondarti i timpani. Sii di poche parole e non abbassare mai la guardia; ogni tanto sorridi e fai ciao con la manina.

La capa
La capa è gggiovane. Due anni meno di me, una decina in meno di esperienza sul campo nella PìA(h). Usata come agnello sacrificale da dare in pasto a un rompicoglioni magistrale, che non ho avuto modo di conoscere, deve aver vissuto tempi difficili, ma l’impressione è che li abbia affrontati con la stessa grazia con cui la strega di Biancaneve ha vissuto le risposte dello Specchio-delle-sue-brame e le rivelazioni sullo scarto in termini di bellezza con la figlioccia. Avrei anche potuto sperimentare un’innocua vocalizzazione di “A, e, i, o, u”: sarebbe stata sufficiente per essere investita da un impasto di recriminazioni in toni acuti udibili fino al piano di sopra, perché la prima difesa è l’attacco; atteggiamento che – sei sei capa in un posto del genere – equivale a lanciare un acuto in un posto ovattato e pieno di neve in montagna: una valanga non te la leva nessuno. Ormai ero rassegnata a dover ognisantavolta riavvolgere il nastro fino alla parte in cui dicevo: “Mi fai finire di parlare?” Funzionava per i primi tre nanosecondi, poi riattaccava. Allora riavvolgevo il nastro e di nuovo “Mi lasci finire di parlare?”. Quando buttava bene bastava il secondo repeat, nei giorni più bui almeno il terzo non me lo levava nessuno. Al che si quietava. Non serviva comunque quasi a un cazzo in termini pratici, ma almeno non ti sfondava i timpani.
Amichetta pure di facebook, per educazione e non per virtù, di recente ha cominciato a pormi domande sospette sul mio passato lavorativo. Mi mimetizzo usando la tecnica da poco appresa (e ancora da perfezionare) della faccetta da lemure, sbofonchio una frase di senso compiuto in base allo standard corrente e me la cavo quindi con poco, mettendo in fila un numero di sillabe più o meno cave che non comportino un rischio per la mia incolumità.
Perché ho parlato di lei al passato: perché è previsto un cambio della guardia, annunciato senza preavviso, come una cometa a ciel sereno. Era stato uno dei miei primi auspici, forse formulato ancor prima di esser lì (se possibile) e realizzatosi più o meno nei termini che avevo ipotizzato parendomi una delle poche soluzioni possibili per porre termine a quel delirio. Sono ottimista sugli sviluppi.

Piccolobimbogrande
Piccolobimbogrande è il mio dirimpettaio di scrivania, non so fino a quando: ho idea che una delle principali ambizioni in quella Sezione sia avere la stanzetta per conto proprio, munita di etichetta stemmata e nome in calce e mi sa mi sa che anche Piccolobimbogrande accarezza questo sogno come fosse il suo orsacchiotto preferito.
L’identikit. Cinquantanni circa, ma non glieli daresti tutti, a ben vedere forse davvero non li ha neanche tutti: ho solo informazioni di seconda mano.
Stato di famiglia: figlio di anni sei, una moglie, genitori ancora in vita che prendono in carico il pargolo in caso di necessità. Sulla diletta e la di lei famiglia tabula rasa: nessuna notizia pervenuta ad oggi.
Lui è dottore – come Superfantastico è dottoressa – e non s’è mai visto che non lo si aggiunga a chiare lettere abbreviate prima del nome e del cognome. Italieni: il titolo che fa la differenza, dall’antica Roma ad oggi distinguere un capitello da un capitombolo non è da tutti. Mica cazzi.
Sospetto che in quell’ambiente, a fondamento della frustrazione dominante, ci sia l’omogeneità del titolo di studio che si dirama, però, in una gerarchia da regime feudatario. Per cui il principio laureato ergo sum, comunque diventa l’asso nella manica farlocco che però, a quanto pare, non rassicura fino in fondo neanche chi se lo ripete come un mantra dal primo caffè della mattina all’ultimo bip della timbratrice che continuerà a risuonare nell’orecchio fino al giorno successivo se non sganci l’ego dall’identificazione con il lavoro.
Voi immaginate due chiacchiere a un tavolo per un aperitivo tra colleghi, facevamo la conta di quanti fossero piemontesi d.o.c. – non ne abbiamo cavato uno dal buco su cinque che eravamo, naturalmente. Piccolobimbogrande racconta tutto trullo – forse sotto l’effetto dell’arneis – che suo padre è venuto sin quassù da non mi ricordo più quale laggiù per lavorare, e si fa scivolare dalla lingua come un eiaculatore terrorizzato dall’idea che la preda gli sfugga prima di raggiungere l’agognato orgasmo: “E’ ingegnere!”. E già, mica operaio, sai che onta… Quanti piccoli berlusconi vivono in questo mondo? E’ una forma epidemica convettiva di narcisimo su scala popolare insufflata nelle nostre vite tramite tubi catodici? “Signore, facci la grazia”, direbbe mia ZiaCamme’.
Se volessi rendere in un flow chart la mimica di Piccolobimbogrande per – che so – trasmutarla in un cartoon digitale, potrei rifarmi a John Travolta nella sua interpretazione di Staying Alive, perché Piccolobimbogrande da quando mette piede in ufficio, ripone la giacca sulla gruccia e il fantomatico zainetto nell’armadietto, dà seguito a una serie di movimenti in sequenza – accoppiati o meno alla masticazione di una gomma – che ripete poi in una sorta di loop che suppongo sia funzionale a rendere l’idea di un impegno costante e sollecito, tipo supererore della burocrazia forense: per cui volteggia, corre e scatta anche quando potrebbe semplicemente camminare, calca sulla tastiera come se ogni volta stesse scrivendo un editto che passerà alla storia, schiocca le dita ad ogni telefonata o apertura di una finestra sul pc o compimento di un verbale, a volte sbotta all’improvviso in esclamazioni condite da una specie di riso isterico amplificato; se gli chiedi di fare una cosa per piacere (perché tu materialmente non puoi, non essendo fornita dello strumento atto a) lui ti risponde con garbo zelante e affettato che lo farà appena può (poiché è oberato, sottinteso; sempre: c’hanno il codice genetico dell’oberazione là dentro, tipo forma preventiva apprescindere); poi magari, così, ad un tratto, tipo batman col suo mantello al vento dall’alto di un colle, di punto in bianco, può capitare che – mosso da un ascesso di bontà – ti inondi di dettagliate e ridondanti informazioni che non è che proprioprorpio ti servano e ti chiedi se la ratio è che non ha un granchécaz da fare o se sta abbeverando con la cannuccia una parte ferita dell’io, vai a capire quale.
E siamo al capitolo Gestione dello stress, risposte emotive, sintomatologia, istantanea in tempo di forte crisi: calcio alla sedia (senza piena convinzione), la sedia fa mezzo giro di valzer; corrucciamento bivalvolare fino alla lacrimazione, piagnucolamento in stile “Voglio mamma, voglio mamma”. Fatto vero. Occhei, lamentava qualche linea di febbre, ma a quel punto tanto vale startene a casa (ammamma) e tenere il termometro sulla lampadina fino all’arrivo del medico, piuttosto.
Insomma, dovesse cambiare stanza non sono sicurissima che mi mancherà.
Non so se è cattivo, anche no, comunque non mi fido.

Caschettobiondo
Caschettobiondo ha la stessa voce di Margie Simpson ed è una sorta di Tina Turner della Pubblica Amministrazione, con lo stesso tipo di correlazione età-aspetto fisico e persino la stessa andatura a scatti poco fulgidi, con inclinazione del busto dal lato del ciuffo caschettato. Ecco: se Matt Groening avesse voluto simpsonizzare Tina Turner l’avrebbe resa come Caschettobiondo (ma senza caschetto biondo, ovvio).
Va d’accordo con gli uomini che pendono dalle sue labbra delle quali poi si dimenticano in fretta: ho l’impressione che rivesta più il ruolo di consolatrice e consigliera che quello di amante; il gioco preda-cacciatore tra i sessi inevitabilmente c’è, ma pare lei lo releghi da qualche parte come sottofondo secondario. E’ generosa, ma ha modi spicci in tutte le cose, per cui su tre che ne fa ne sbaglia cinque. Lavora da un numero di anni più che sufficiente per sviluppare una collaudata strategia, di quelle perfette per tenere le briglia della generosità dentro i ranghi in modo da dare comunque priorità ai personali traguardi. Per quanto in linea di massima possa condividere l’obiettivo, sul modus ho qualche riserva, perché non è completamente scevro da quelle piccole meschinità dalle quali vien voglia di ripulire il mondo.

Campanellino
Campanellino arriva in ufficio canticchiando, con lo stesso sorriso delle casalinghe bene delle réclame pubblicitarie, quelle che spolverano o stirano o lavano i pavimenti danzando, che si illuminano ogni volta che il cane piscia in cucina, tanto c’è Mastro Coso che fa brillare tutto.
Vuoi perché tra una cosa e l’altra in ufficio ci passa il tempo un po’ libero, senza impegno. Sta lì per lavorare e lavora. Ma sempre nella prospettiva di un periodo soave in cui non sarà lì: il lavoro – in tutta semplicità – “é l’ultima cosa”. Solitamente alle sue ferie segue un periodo di malattia che oscilla intorno alle due settimane. Vero è che sono lì solo da cinque mesi, ma vero anche che nelle coincidenze non ci credo sempresempre e in cinque mesi è capitato tutte e due le volte. Prima era la schiena dolorante (che, di solito, in certi ambienti, consegue un punteggio a pari merito con la cervicale; alla prossima che mi dice “Ho la cervicale” tiro fuori uno scheletrino portatile e glielo spiego vertebra per vertebra finché non capisce che la cervicale ce l’abbiamo tutti).
Sono seguiti dei permessi per visita medica, dove nella categoria dei medici era inclusa anche la maga Circe e sue affiliate piemontesi.
La seconda era l’unghia incarnita. Per la prossima punto sull’alluce valgo o un callo sul nervo vago.
Va da sé che tutti i periodi di malattia sono consumati in Toscana dove vive a mezzo servizio e lavora il secondo marito (coniugi freschi di un anno) che fa di mestiere il Grisù capo (ricco) e in subordine il donatore indiscusso di ninnoli d’oro di ogni genere e specie che sbrillucciccano e ciondolano tutti sulla di lei mite figura, in cui l’unica nota un po’ aggressiva (per lunghezza) sono le unghie glam brillantinate e imbellettate con disegnini rosa da fatina del sesso in mutandina di raso col fiocchetto. E se ha perso un orecchino d’oro di un certo valore -“mannaggia!” – sghignazza civettuola ché tanto il marito gliene compra un altro la prossima volta. “Evabbè.” Peace and love.
Ad ogni modo le si può chiedere collaborazione senza doversi sorbire scenette patetiche ed è sua abitudine venirti incontro senza assumere l’aria di una che sia scesa dal Monte Atos per farti la grazia.

Bamboladiporcellana
Bamboladiporcellana è una donna di mezza età con due occhi azzurri grandi così, dal bulbo oculare leggermente prospiciente, che spiccano in un volto bianco e liscio al quale deve il nome aggiudicatole in questa sede. Si rammarica in moviola di tutti i disservizi dell’Ufficio che commenta sempre con un certo genuino stupore. Passa abitualmente a salutare tutti la mattina, stanza per stanza, e colpisce quella sua andatura da punto interrogativo perenne, con il capo e la spalla sempre leggermente ricurvi in avanti. Ride volentieri e spalanca gli occhi. E tanto mi basta.

Losfiduciato
Losfiduciato è andato in ferie nella prima metà di dicembre e non è ancora tornato. Ha moglie e figlie in Sardegna, relitto ormai esangue vittima di un’Amministrazione – di cui tengono le fila nella caput mundi – imbruttita da una burocratizzazione miope o semplicemente pigra, ad ogni modo idiota abbastanza da agire contro i suoi stessi interessi. Losfiduciato sopravvive facendo riserva di ferie e ore di straordinario che poi si gioca in un colpo solo per poter star via per lunghi periodi. L’ultimo è stato lungo nove mesi, da quel che mi raccontano. Su quello ancora in corso non faccio scommesse: il confine tra corretto e scorretto non esiste ormai più, cancellato dall’inerzia di chi sarebbe nella posizione di fare qualcosa.

Mascheracinese
Per immaginare Mascheracinese visualizzate una maschera cinese di quelle con un apparato gengivale importante, gli occhi stretti, la fronte larga. Capelli lisci appena sulle spalle. Occhio più che aggressivo, analgesizzato. Esempio vivente dello svuotamento che può causare una separazione vissuta male, tenuta a galla dagli psicofarmaci, esonerata su prescrizione medica dal contatto con il pubblico, lavora allo sportello sia pure con un orario ridotto. Ora, ditemi voi: dov’è il genio in virtù del quale vantiamo con arroganza superiorità sugli animali?
Quando riesco a strapparle un sorriso è come aver fatto tombola alla mensa dei poveri. Ed è già un buon risultato.

Chiosa zen
C’è sempre qualcuno pronto a darti in pasto ai leoni e qualcuno che invece non lo farebbe mai.
E il mondo che si specchia negli occhi di una giraffa è una strana, poetica giungla senza angoli.
Marius

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6 Responses to “E le giraffe stanno a guardare”

  1. Dantès Says:

    bellissimo. tu dovresti scrivere sul serio, tipo i libri che poi si comprano in libreria

  2. vipero Says:

    Ecco, m’associo. Una o due copie io le compro di sicuro.

  3. lupopezzato Says:

    Anch’io mi associo (anche se è più meglio leggerti aggratis). Comunque che ambientino. Però se sei sopravvisuta ai primi 5 mesi vuol dire che stai messa bene ad anticorpi anche se, mi dice Imene Hopen, “altri 5 mesi e sbiadirà perfettamente integrata nell’habitat. In poche parole diventerà pure lei come loro. Avrà la cervicale e allungherà le ferie con la malattia. E’ fisiologico”. E se non si integra? le ho chiesto. Mi ha risposto “finirà giraffa in pasto ai leoni che non sono più leoni ma leoni integrati che mangiano quello che gli danno e non quello che scelgono”. Queste cose mi ratTristano e Isotta.

  4. ms.spoah Says:

    Grazie, grazie, grazie a tutti (disse CettaLaQualunque, dal suo sgabellino a tre pioli trovato nella piola). Quindi: mando in stampa tre copie, per soli uomini, aggratis. Un sicuro successo commerciale. Il contrario di Trist’ano? Felice passera (passerà)


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