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17 gennaio 2014


The Butler di Lee Daniels - locandina

Che ci fossero Lenny Kravitz e Maria Carey me ne sono resa conto solo leggendone i nomi nei titoli di coda; sto persino ancora cercando di capire quali personaggi interpretassero.
Vanessa Redgrave è stata riconosciuta da Mr Cì in esclamatio motu proprio del nome in una delle primissime scene; mi sono limitata a corrugare gli occhi nell’espressione scema del più scemo di scemo più scemo.
All’apparizione di Jane Fonda mi sono detta La conosco, poi la capigliatura mi ha ricondotta all’immagine di mia zia che, alta la metà, pur portava con orgoglio una pettinatura impalcata uguale; le sinapsi, con la lentezza delle lampadine a basso consumo scariche, si sono illuminate di immenso solo alla sovraimpressione del nome in lettere cubitali sullo schermo a fine proiezione.
Ma… Il miglio verde c’entra? No, non c’entra.
In diversi momenti mi sono chiesta in cosa abbia sbagliato dio – inventore degli uomini – in fase di progettazione, realizzazione ed assemblaggio dei pezzi: tra gli abominevoli in veste di persecutori di ebrei e quelli – incappucciati o meno – persecutori dei neri, la sovrapposizione in termini di disumanità è priva di sbavature; la coerenza è un optional e il delirio è legge. Di sicuro c’è qualcosa che ci sfugge dei passaggi nella linea evolutiva, come se ci fosse un anello saldamente incardinato a un elemento ancestrale, un Moloch imponente dalle fauci spalancate.
Poi c’è la famiglia, quella roba che qui da noi pare ci si debba o stare dentro con la catenina di gesù appesa al collo e le mutandine di cotone beige – fatta salva la possibilità di trasgredire con giarettiere glam da appendere al pisello di un lui del quale si promette sicura estensione ed ostensione – o completamente fuori in grazia di dio, lontani dall’inettidudine dovuta all’analfabetismo sociale sul tema. La via di mezzo è come le lucciole (quelle col culetto luminescente, intendo). Le famiglie in color ebano sembrano avere lo stesso calore e colore dei gospel. Ma poi che ne so: sono un’ignorante viso pallido chiusa nel mio mondo bianco.
E i registi dei serial “di colore”? (…) “Tu sei sempre tutta sola così?” (…) “Come arrivo a Porta Nuova?” (…)
Imparo?
Nell’insieme tutto sommato molto politically correct. Il finale mi ha fatto un poco prugna, tipo il coronamento happy end di una storia Reader’s Digest a sostegno dei Democratici e di Obama in vista delle elezioni di metà mandato 2014. Però magari ci sta.
“Per Porta Nuova? Con la metro? Guarda, lì c’è l’ingresso della metro, devi scendere giù giù…”
“Grazie.”
“Prego.” Ognuno lo fa a modo suo.

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