Nasciturlo

6 agosto 2013


L’acqua scorreva fresca dal rubinetto e il detersivo faceva le bolle nella piscina inox dei piatti come i nostri discorsi a squash, quelli che quando sei piccola ti dici Per carità, mai e poi mai! e poi invece ci inciampi con destrezza rincorrendo ostacoli come un puledro impazzito mentre cerchi di megafonare all’altro stati d’animo che ancora non hanno quella limpidezza necessaria e mentre, con una piccola quota di disperazione a tinte pop, speri e sai che l’unica soluzione è che li acciuffi e li capisca da solo per la Magia del Caso Mai Completamente Fortuito.
Il serpente dormiente cominciava a srotolarsi nello stomaco spingendo come un feto prepotente contro l’ombelico e già si affacciava l’idea sul bordo del balcone della mente, quindi si è fatta viva, in abito da sera, la cognizione del bisogno soffocato per necessità sociali – anche in agosto, persino adesso che le strade sono spopolate come sul set de I Sopravvissuti – mentre mi schiumavo sotto la doccia ed asciugavo la vasca e spargevo borotalco alla lavanda (che non odora più di lavanda) per casa, mentre sceglievo slip leggeri nonostante di pesanti non ne abbia, mentre giocavo a sperimentare l’accento spurio del mio linguaggio interiore, alla ricerca delle soluzioni possibili.
Gambe all’aria sulla testata del letto e posizione improba di lettura serale, alternative possibili me ne si sono prospettate solo tre – abitacolo di auto in corsa, stadio per sfogo emulativo alla Candy Candy, camicia di forza nel caso optassi comunque per l’impopolare grido nei campi – per lanciare quell’urlo ormai maturo che mi tocca ingoiare ogni volta perché non trova (o non gli offro) la sua autostrada espressiva per mere complicazioni logistiche. Quello che se uscisse – mi dicevo dal didentro – esploderebbero i vetri, vibrerebbe fortissimissimo l’asse terrestre e per un attimo la terra girerebbe più veloce, si fermerebbero gli animali ad ascoltare stupiti, esploderebbero tutti i vetri del pianeta ma senza fare rumore; nessuno si farebbe male, forse qualcuno rimarrebbe perplesso ma poi dimenticherebbe in un battibaleno come si fa persino con le più brutte tragedie, ma io finalmente sarei libera e conserverei a lungo il ricordo di quell’energia a sonagli suonata dall’anima con vigore tale da trascinare in processione entusiasta ogni singola cellula e piccolo minuscolo atomo e minuscolissimo sotto quark in una matrioska di fuochi non artificiali come in un trenino impazzito di note stonate reintonate e illuminate.
Poi è successo che ho continuato a leggere La stanza del vescovo, l’ho finito, ci ho pensato un po’ su, ho annotato luogo e data per conservarne il ricordo quando (e se) sarò vecchia e ancora più rincoglionita, mi sono ricomposta in una postura più idonea alla fase ROM, REM e strange beat e mi sono addormentata. E qui poi non so chi ci ha messo lo zampino, fatto sta che c’erano spruzzi di sangue da qualche parte e poi nella fessura delle antine dell’ascensore – che mi portava su o giù? – mentre si chiudevano o si aprivano e qualcuno che minacciosamente mi brandiva un coltello contro e io che UrloImageUrlo scrittourlavo.
Stamattina mi sono accorta che stavo già un po’ meglio. Ergo, ecco a me ed ecco a voi, la quarta possibilità: quella che anche se tizi di tutti i piani e dei palazzi vicini vi sentono, tanto voi che ne potete?
Ma vale comunque la pena cercare un modus più liberamente fruibile di catarsi esplosiva.
Mentre mi cimento, intanto ringrazio Morfeo.

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