Non c’è più niente da dire e molto poco da fare

14 luglio 2013

Constantin Brancusi


Ho fatto gli origami con le sinapsi per tutta la notte, urlato Bastardi!, vagliato il movimento sinuoso del serpente: ogni sonaglio un senso di colpa; pianto la paura che nonfratello morisse prima del giorno e pianto la rabbia per un’esclusione invisibile, abbracciato il cuscino e dormito con la mia statuina di Lakshmi: i piedi alla testiera del letto, il volto verso le piccole luci dei buchi della serranda; non amo le derive new age, ma non credo nel caso così ho ricucito le visioni, le impressioni, il sogno per cercare la trama e non disfarla e poi deciso di togliere la vite dai cardini di quel portone gigante perché il grosso albero si schiantasse definitivamente su quella vecchia malmessa ferraglia rossa a quattro ruote e poi cercato padri nuovi da guardare solo da lontano per trarne un incoraggiamento inconsueto, desueto, libero e fuori dagli schemi. Ho deciso che può succedere che la famiglia sia solo un’idea che fa male e non è necessario perpetrarla e usarla come cappio per soffocare se stessi; che i legami sono un’alchimia e che non voglio rinunciare alle magie dell’autenticità per adattarmi a chi si compensa trasformando la vita in un’interminabile via crucis in cui vince chi soffre di più e l’altro è solo un contorno disegnato per tenere ben saldi i propri.
E adesso dovrò solo trattenermi dal precipitare.

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