Epistemologia di una salsa (o salsa epistemiologica)

25 giugno 2012


(Sottotitolo: c’era una volta una banda di alcolisti anonimi astemi)

Fratello si cruccia con l’infelicità innestata negli anni bisestili, io mi rendo conto di aver spadellato nell’oblio la consapevolezza di essere in un anno bisestile e viro seduta stante su Breszny in curiosa ascesa previsionale semi-inconscia. Lui scrive Se hai mai visto l’adesivo che dice: “Non credere a tutto quello che pensi”, adottalo come mantra.
Trovo formidabile la coincidenza con il mio intento di questi giorni, notti, ore recise come fiori a immaginare un momento che forse non esiste, canti, dubbi, letture, sogni, gioie, fissità, loop ma. Il problema che mi si pone, spontaneo virgulto della microscopica fontanella di saggezza che mi illumina in certi inafferrabili istanti, è: però, cos’è esattamente quello che penso? Dov’è il pensiero e dove il desiderio? Dove l’io ingrippato in anni di soppalchi di strutture protettive e dove la prima natura che ormai non bussa più ed è piuttosto lì a provare tutte le chiavi del mazzo ritrovato nella selva oscura per aprirsi la porta da sola, ché è meglio?
L’idraulica dei sensi non è chiara e l’empirismo felino che sottende l’ipotesi di una recherche aprendo tutti i rubinetti per capire qual è quello chiuso (ma perfettamente funzionante), può nascondere un trucco. Tuttavia – fa niente se mi scrosto le ginocchia -, forse attardarmi a gattonare può servire. A recuperare il pianto, l’urlo, l’addio e il ciao che non è un ciclomotore vintage, ma un saluto schioppettante alla natura ritrovata.
La natura vulcanica è ricca di sfumature, non disdegna muschi e licheni, ama i nero e il rosso e i loro diversi gradienti di calore e riflessi; è il dorso di una montagna liscia come quello di un cane a pelo corto o di una foca dai fianchi morbidi e possenti; è sequenza mutevole e ordinata di crateri profondi o superficiali nella sabbia o nella roccia; è successione di declivi e pianure che si incontrano col mare in un dialogo equo, poetico e solenne come un re bambino. E’ uno sbuffo di vapore dalla terra, forte e sornione, che non smette mai di sorridere.

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6 Responses to “Epistemologia di una salsa (o salsa epistemiologica)”

  1. middle Says:

    Ti giuro che a volte scrivi delle cose che mi spingono a desiderarti fisicamente. In certe occasioni ho l’impressione che tu abiti i recessi meno visibile della mia mente. Chi mi conosce da fuori magari non vede la similitudine. Ma io, che mi conosco da dentro, la vedo benissimo. E vorrei che avesse la stessa luminescenza che sai imprimerle tu.

  2. vipero Says:

    Mi ripeto: siete due diapason. Capaci di raccogliere gli impulsi e trasmettere le vibrazioni all’esterno.
    (poi capirle è una questione diversa, ma ognuno raggiunge il livello che può, o che merita).

  3. evasoxcaso Says:

    Lo sbuffo di vapore che non smette di sorridere è una bella immagine.


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