La prostituzione dello sfruttamento

24 giugno 2011


Perché essere mediamente idioti aiuta a non capire.

Ci sono quei giorni in cui ti prenderesti a ditate nel naso la lungimiranza nefasta, quella della sottoscritta suindicata CF nata il incazzata dal, che prevede una cascata di scassature di minchia e giramenti di balle per questo, codesto e quello o perché magari nel giorno prestabilito il conto corrente rimane in secca nonostante le piogge torrenziali, ché gli stipendi non piovono dal cielo ma da un dicastero che solo a nominarlo viene l’ossimorosi e dove, a quanto pare, non tutti sanno che i cedolini non sono confetti piccini e opzionali da distribuire eslusivamente nei giorni buoni, ma sono il corrispettivo minimo consentito che dia un senso alle levatacce mattutine, alle liti mediate con una fotocopiatrice che fa il fronte retro solo a manovella e se le reciti con voce soffusa paroline dolci in corrispondenza del tasto on-off e ai pomeriggi in cui, tornata a casa, scopri di avere un timbro tondo pure tatuato da chissà quando sull’avambraccio che guardi stranita mentre prepari lo sputo per cancellarlo. Poi ti ricordi della saponetta.
Ci sono quei giorni in cui ti dicono che per questo mese lo stipendio te lo scordi perché qualcosa e forse ti conviene cominciare l’allenamento all’inedia nel caso la situazione si procrastini per i successivi due mesi fino al raggiungemento del numero perfetto dei tre mesi (così sono contenti pure gli inneggianti alla trinità), sempre perché qualcosa, naturalmente.
Ci sono quei giorni che il giorno prima sei stata a una specie di convention di testimoni di Geova che invece era una festa di pensionamento in cui non conoscevi quasi nessuno, ma tutto sommato molti: intanto, la Fanny Lane in abito turchese e occhi sempre più piccoli, dai bulbi sempre più vicini e convergenti, er President in abito giuggiola a quadrettini, volto pelagico di matrice craxiana in versione brutta copia e espressione da idiota che che-me-ne-frega-in-fondo-a-me che sicuro si sarebbe, ondeggiante, fiondato volentieri pure lui ad Hammamet subito dopo l’ultimo sorso di barolo e il ruttino – ops! -, magari con l’Ursula ormai in pensione, in tranquilla flaccida analfabeta armonia, dopo aver reso anni di disservizi alla patria in sordina contumace e solidarietà in gelatina.
E come sempre in tutte queste feste, c’era il piccolo sputo cicciotto preso dalle categorie protette, lucido nella sua follia annebbiata dagli psicofarmaci, appallottolato un po’ qua un po’ là, appollaiato ora su un rustico, ora su una budino al cioccolato e poi di nuovo su una pizzetta e ancora su un bignè, relegato in cella di isolamento tra una centinaio di persone, invisibile turba sociale dalla forma bizzarra e dal seno imbarazzante – come se una bimba di cinque anni portasse una sesta di reggiseno – sotto una t-shirt Donald Duck.
Grappoli di vita come emorroidi o come uva acerba e poi dolce, tra lo sguardo del gatto e quello della volpe cerco la giusta modulazione di frequenza.
Un giro attaccata al tram, uno avvinghiata stretta con un morso sulle palle dei cattivi e un altro a passeggio su un tappeto d’erba dopo un temporale tropicale del sud ovest del BelPaese diretta in piscina: il corso di nuoto e imparare a respirare.

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6 Responses to “La prostituzione dello sfruttamento”

  1. vipero Says:

    non fate l’onda… non fate l’onda…

  2. middle Says:

    Ah, vedo che con il lavoro si va di bene in meglio…

    • ms.spoah Says:

      Funziona la regola Minaccia il tuo prossimo (almeno) come te stesso. Ho riscontrato che così capita di riuscire a ottenere qualcosa. Ma mai mollare la presa, mai (saicheppalle?… heee)


  3. un bellissimo post, peccato la realtà!

    • ms.spoah Says:

      Sei uno spettro elettromagnetico visibile dall’occhio umano molto gentile, grazie :-)
      E peccato, sì: peccato e oltraggioso pure, per certi versi.


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