Baby boat

7 marzo 2011

 

Insomma c’era lui, costui. Voleva gli accarezzassi gli stivali, quasi fossero un’estensione romantica del pisello.
“Va bene”, acconsento distratta.
Ma sono perplessa. Naturalmente mica per la faccenda degli stivali sensibili. E’ che:
“Mi manca la memoria di noi”, gli dico. “Di te, di noi non ricordo niente. Chi sei, chi siamo? Non ricordo la nostra storia.”
Non mi crede.
Insisto: “Ricordo tutto il resto, tutto il resto della mia vita, ma di te e me niente. E’ un’amnesia?”
Allora comincia a credermi. Gli uomini sono strani: ci mettono un po’ a capire le cose, a volte.
In quel momento arriva Fazio, Fabio. Tutto contento, accoglie le mie perplessità. Come se le poggiasse in un oshibori, con la sua pacatezza sorridente mi offre latte per dipanarle.
Latte alla ciliegia?
Però devo aspettarlo a berlo, mi dice. Devo prima finire di guardare il filminio del matrimonio dei miei.
Così scopro che mia madre si è sposata in ganzitudine. Intanto, incurante delle blande raccomandazioni, bevo latte alla ciliegia da un biberon.
Cosa sarà successo poi? Sembrano le nozze di Paul Newman al tempo della new economy. E poi?
Poi non so, poi c’era un grande camion in una stazione di metano non ufficiale, esistente ma dimentica di sé: metano solo per pochi intimi. Passeggiavo lungo la rete e avevo un po’ paura del botto. Ho sempre un po’ paura del botto quando sento odore di metano.
Rockit?

 

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