Epitaffio: si è spento il lume della ragione

10 febbraio 2011

(Che non è quello della vergine, ma un altro)

Io vedo delle cose che succedono da vicino vicino, talmente da vicino che le vedrei benissimo persino senza occhiali, però non tutte le capisco.
Io vedo da vicino vicino espressioni unte e bisunte, mani parlanti truci, caviglie larghe, andature pesanti, pettinature antiche, culi inguardabili, labbra leporine, occhi piccolissimi e sguardi perplessi.
Però non tutto io capisco: mi rimane sempre la fessura dello sbigottimento e/o della titubanza, tipo una vagina. Che non conosco e non so se la capisco, neanche quella, fino in fondo.
Comunque.
In mezzo a tutte queste cose ho visto (dal di dentro, sguardo introspettivo) me medesima che inviavo una raccomandata con ricevuta di ritorno in Svizzera e poi ho visto nella mia cassetta postale una cartolina di uno schifosissimo giallo senape in cui mi scrivevano con timbri mal posti e grafia sciatta, “Vieni da noi in posta, c’è una raccomandata per te!” (non proprio così, ma il senso era quello).
In quell’istante ho pensato a tutto fuorché alle cose più probabili. Poi ho rettificato le pippe con un pensiero ansiolitico lucido e, preso atto che il numero della raccomandata finiva con IT, ho desunto che c’era la ponderata probabilità che arrivasse da fuori Italia.
E così fu.
Vado, anzi andiamo. Aspetto, anzi aspettiamo. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, e ancora e ancora. Una signorina ammutolita dall’imbarazzo aveva da spedire una pila di lettere che se mi ci sistemavo sopra in piedi diventavo una papabile giocatrice di pallacanestro.
Trombetta e fischietto, arriva il mio turno. Ma.
Non trovano la lettera.
Direttore chiede a dipendente: “E’ un avviso giudiziario?”
Ho sentito un brivido dietro la schiena e non era Dasp che mi faceva i grattini.
L’algida dipendente giovanissima con pelle da vegana risponde No e io riprendo a respirare.
La trovano.
E’ la mia lettera raccomandata, quella inviata in Svizzera. Ne sento di nuovo il peso tra le mani, come se.
Come se io stessa fossi andata all’ufficio postale di Chiasso, compilato il modulo A/R, pagato il servizio postale, tornata indietro a Bari, ritirato la lettera che mi ero spedita, firmato la ricevuta di ritorno e aspettato poi pazientemente che me la infilassero (la ricevuta) loro stessi nella buchetta di casa.
Con Matrix ho avuto molte meno difficoltà: era più intuitivo.

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6 Responses to “Epitaffio: si è spento il lume della ragione”

  1. ecudiélle Says:

    Non so se la tua vita ti interessa. A me tantissimo. Encore!

  2. Vaniglia Says:

    Sto giusto guardando Inception che fa concorrenza agli arrovellamenti Matrixiani (peraltro, secondo me, molto più reali di quanto immaginiamo) e fa l’occhiolino a te che credevi fosse tutto vero, ma invece era un sogno… (Magari!)


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