Multietnicità, locus amoenus

12 luglio 2010

 


Il mio telefono senza fili era rimasto pure senza pile, da Velvet divelto nel corso di una delle sue scorribande da ipercinetic cat, finché non le fai le coccole non si calma. Le ho fatto le coccole e poi mi sono dedicata ad una non minuziosa ricerca spiaccicando le pappoccie per terra per occhieggiare pigramente sotto lo stereo, dietro il frigo, tra le doghe del divano.
Ho ritrovato la conchiglia dai fili dorati, il piccolo fabbricatore di bolle, ma la pila mancante è rimasta una desaparecidos su un foglio della mia mente con su scritto “Wanted”.
Ne ho comprate di nuove, le ho ficcate nell’apposito vano e ho rimesso in uso Bubu. Dopo un po’, però, lui aveva smesso di funzionare. Guardavo sbigottita lo schermo a bassa definizione che ci vedi i pixel a uno a uno, con su scritto «Avvertimento» e. Loquace misterioso silenzio.
Dopo aver scartato tutte le ipotesi poco plausibili, mi sono preparata con un certo friccicorio all’arrivo degli extraterrestri.
Non c’era altra spiegazione, mi son detta che, evidentemente, finalmente, si erano decisi ad orbitare sul mio terrazzino su cui avrebbero lanciato un fascio di luce o un cestino impagliato, nel caso di UFO sfigati – chennesai, magari tanti secoli luce fa si sono liberati di un altro pirla, cacciandolo nello spazio e quello ha mandato in bancarotta chissà quale pianeta -,  per tirarmi su e portarmi in giro nell’universo chiacchierando amorevolmente del più e del meno, loro a scrutarmi nei bulbi oculari, magari un po’ schifati, io a cercare di capire dov’è la faccia e dove il culo, ammesso che ce l’abbiano, inzuppando cosechenonsai in robachenonvedi.
Solo che poi. 
… Mestizia.
Ho dovuto togliere l’abitino dell’ufesta.
Perché.
Cenerentolando ho ritrovato la piccola dispensatrice di energia e ho tentato di far finta di niente quando ci ho letto su “rechargeable”, realizzando che quelle che avevo comprato io non erano rechargeable e quindi Bubu stava cercando disperatamente di ricaricare pile che non lo erano e quindi il sottotesto del suo avvertimento era “Piccolo genio, che cacchio mi hai infilato nel buco?”
Ho rimediato simulando nonchalance e mi sono preparata per il piano B: pantaloni, scarpe da ginnastica e giacca jeans ché a Locorotondo fa fresco.

Se ci fossero stati gli UFO, si sarebbero divertiti pure loro e avrebbero colto il meglio di cui gli essere umani sono capaci.
 

«(…) Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell’azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell’ingiusto, e così via. Nell’idea dell’armonia e del consenso universale, c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un’idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità (…)  si può essere davvero persone in tanti tanti modi e questa è una benedizione»
  (Zygmunt Bauman, intervista di Luciano Minerva – RaiNews24 – 2003, Mantova)  

(La trovate nel truculento agée, accompagnato con ciotoline di chips di bambini crudi o nel più celestiale sito di RaiNews24)  

  

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4 Responses to “Multietnicità, locus amoenus”

  1. evasoxcaso Says:

    Anni fa ci sono stato a Locorotondo. Solo che non ricordo a fare cosa. Però ricordo che faceva caldo. Ecco.

  2. ms.spoah Says:

    Giuro che faceva fresco… Che, non mi credi!?

  3. ms.spoah Says:

    SantaMariaVergine! Ma quei due si stanno baciando? Scambio di umori? Prepariamogli un plastico dell’Italia e che metta a posto quello, il cinno.


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