He loves you Phillip Morris

6 aprile 2010

«Come fa una persona che non esiste ad esistere? Semplice: non lo fa.»
(I love you Phillip Morris, Glenn Ficarra & John Requa)

Divento di vento.
Poi risolidifichi e ti chiedi chisono-dadovevengo-dovevado e sono cavoli amari.
Nel frattempo, qualcuno che vuol decidere per te perché per sé stesso non è mai riuscito, colpo di forbice, ha già tagliato un pezzo di pellicola di un pezzo di storia di un pezzo di film che non sai se è perché c’è una scena di sesso, che non sai se è per il sesso o per l’ omofobia, che non sai che acciderba è l’omofobia e neanche te lo vuoi più chiedere; piuttosto passo il tempo a chiedermi perché i fagioli sono bianchi o beige piuttosto che supervioletto o perché sono a forma di fagiolo invece che di fava, beneamata fava… ha più senso.
Che poi il sospetto è sempre quello: l’attentato anche solo immaginato all’ingelatinato ordine (pre)costituito e – patapumfete – lavoratori solerti, puristi e fancazzisti, perfezionisti immaginari, inculatori di vacche chiusi in confessionale, innalzano la diga vip della censura, più scabrosa di ciò che vogliono nascondere e da cui scappano inorriditi (che, ci credete voi? tsè); e parole malmasticate ad illustrarne il senso. Che non è il sesto. E’ il menosenso, la teoria dell’antirelatività.
Il mio sospetto è che ciò che nella fattispecie più di tutto scuote l’animo del probofinto (che è il parente cattivo dell’ornito-rinco) e si incardina fino a farlo vacillare vergognosamente, sia vedere realizzato ciò che a sè stesso ha proibito-di e pubblicizzata questa possibilità: come vedere scritto sul grande schermo a lettere cubitali “TU SEI UN IDIOTA”. Che, diciamolo, Steven Jay Russel è l’antitesi dell’idiota medio: è un supermaxieroe che li fa fessi tutti. E tutti, nessuno escluso, fanno la figura degli imbecilli. E il problema di certi imbecilli è che viaggiano con il sidecar del cuore vuoto, assolutamente privo di senso dell’umorismo, che è il defibrillatore dell’anima, per esistere anche quando hai una paura gigante della morte. E, non so voi, ma io ce l’ho.
Poi non mi dite che non c’entra, ché quella c’entra sempre.
Buh!

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