Fessa implume

5 marzo 2010


E’ una lunga storia.
Semplice.
Che cominicia lontano e finisce vicino; portata con un francobollo, finita in una scatola e poi attaccata al frigo con su una macchia di caffé.
Che riparte da Terni a mi arriva nel telefonino.
E i miei sogni di notte mi raccontano di una vita nascosta nella schiena che vedo in trasparenza e riporto nella pancia.
Di un dialogo in cui ci sono parole che mi spaventano. Immotivati motivi.
Di un pianto primitivo; di una gallina in fuga che starnazza amore in una corsa forsennata sul posto.
Di una matrioska di decisioni a mezz’aria e di indecisioni pesanti.
Di un libro che ritorna.
Che Crudelia mi ha regalato, ed era il suo di compleanno.
Che se qualcuno passeggia nella vita, entra in una libreria, legge un titolo, pensa a te e te lo regala scrivendoci una dedica. Se qualcuno. Beh, è bello.
Che se qualcun altro cerca di confinarti in un spazio ristretto per ragioni che non t’appartengono, beh, non è bello.
Ma se per sfuggire da quella che chiamiamo società, rappresentata da un cumulo di omini Lego costruiti coi pezzi avanzati, hai bisogno di renderti invisibile, beh, non è bello.

   

 

«A volte so essere proprio intelligente, e altre proprio stupido. La maggior parte della gente non riesce a decifrare nessuno dei due atteggiamenti, nella loro forma estrema: ho imparato che la cosa più intelligente che può fare una persona intelligente è tenerla nascosta, questa intelligenza. Altrimenti qualcuno ti infilerà in un posto dove tu non possa essere d’ostacolo ai suoi obiettivi. Ritardato. Negro. Portoricano. Storpio.»

 


Se per sfuggire alle definizioni che ti si sono infilate inaspettatamente e tuo malgrado nel cavo orale mentre facevano l’aeroplanino per darti la pappa e poi sono finite giù giù in fondo, ti si sono appiccicate alle pareti dello stomaco inviando strani segnali al cervello, ti cancelli per darti un nuovo nome ogni volta, beh, non è bello. E non serve. Per lo stesso motivo per cui un non vedente rimane cieco; un diversamente abile, rimane portatore di handicap; un non udente, sordo.
Sì, per lo stesso motivo, credo.

  

 

«Dopo ogni cambio assaporo una certa sensazione di libertà: ogni volta esco dalla mia angusta scatoletta e respiro di nuovo. Ho un nome pulito, ricomincio da capo. Poi, al ventiduesimo giorno, puntuale come un orologio, scatta di nuovo il riflesso da coniglio, e ricomincia la tensione.» 

 


E se si è in due a giocare con la propria identità cercandone sempre di nuove, saltellando da una all’altra come Rocky Balboa con una corda immaginaria, beh, allora è un bel pasticcio, perché rischi che quella corda crei una strozzatura in corrispondenza dei ventricoli cardiaci; rischi di perdere quel caldo che sembra un bacio di Dio sulla pelle, sugli occhi e nei polmoni.
Ieri, ho fatto capolino dall’uovo tristissima e  picciosa. E tu eri lì. E sei rimasto lì, anche se sarebbe stato molto più facile filarsela a gambe levate.
Ed io ti amo anche per questo.
Così.
«“Ti amo” dissi. Ma non con la voce.»

.

 

 

    «Una volta ho detto a una ragazza che avrei voluto fare il contorsionista. Quando ero più giovane, in tv ho visto un tipo che piegava il suo corpo, lo torceva e lo accartocciava, e lo infilava in una scatola ermeticamente chiusa non più grande di uno zaino. Stava lì dentro per due ore, come se non avesse bisogno di respirare. Quando aprivano la scatola, quello usciva strisciando lentamente, come da una specie di uovo che si schiude, con tutte le ossa intatte e respirando normalmente. Non riuscirei a spiegarlo, ma è la cosa più simile a quello che faccio che io abbia mai visto.»
                        Il Manuale del contorsionista, Craig Clevenger

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2 Responses to “Fessa implume”

  1. no.snob Says:

    La voce vale meno delle emozioni, delle sensazioni e anche dei gesti inattesi. Credo.

  2. ms.spoah Says:

    Spesso, sì; credo pur’io.


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