Lourdes

16 febbraio 2010

E lo so… è una roba lunga… ma ormai è fatta. Se avete voglia lo leggete, sennò no.  


Suor G. Donna massiccia, vocione corposo, profumo da uomo. Scendeva le scale… o le saliva? Le saliva. Il mio collo allungato senza tensione verso la scalinata, polpacci visti dal basso, orribili scarpe da suora, la sua voce calata in un secchio annuncia qual è la sua meta più ambita: comprare una Mercedes. Io lì, dieci secondi a valutare se crederci o no. Mi giro verso la porta dell’ingresso dell’asilo che gestiscono – fabbrica di soldi assieme a tutto il resto –  e mi dico che, sì, sarà il caso di crederci.
Suor M. Viso pallido. Potrevi guardarci attraverso e vedere niente di niente. Niente vene. Occhi color acqu’azzurra-acqua chiara. Ghiaccio colorato. Sottile crisalide a metà. Di lei si raccontava che avesse il cuore debole. Mal d’amore. E quindi la scelta dei voti. Era il capo. Il nemico. La lamentosa fabbricatrice di divieti.
Lì si entrava con la raccomandazione di qualche prete e dovevi pagare sull’unghia, neanche poco. Non ricordo se ci arrivai anch’io con una letterina firmata su carta intestata di una qualche Diocesi. Direi di no, mi sembra alquanto improbabile. No. Il mio radiolone gigante e i jeans strappati furono un pessimo biglietto da visita: catalogata tra i “dissidenti”, fascicolo Tenere d’occhio. Ma quelle che trombavano erano le altre. Più furbe e navigate di me, andavano a messa senza fare storie e recitavano il Padre Nostro a bocca larga, mica rigide come me a far scena muta.
Suor M. non amava i rumori, le risate, niente che avesse sfumature ludiche. Non amava, aveva smesso. Ed io albergavo nella stanza giusto sotto la sua.
“Annalisa, hai fumato  in camera?”
“(E come cazz’?) No.”

“Ho sentito la puzza di fumo dall’areatore, nel mio bagno.”
Roteo gli occhi, prendo tempo ma ormai, brucerò nelle fiamme dell’inferno… “No.”
Smisi subito, un po’ mi dispiacque. Ma le sigarette non facevano per me. Non c’era verso.
Quel “pensionato” era orribile. Finestre anticorodal che si imperlavano di gocce di umidità d’inverno e facevano pozzanghere sul pavimento, si affacciavano su una strada non asfaltata, che se mettevi una telecamera sul davanzale, potevi girare un documentario sulle perferie urbane nel sud. Suddissimo: eravamo a Lecce.
Le suore erano talmente tirchie che d’inverno si riusciva a sentire freddo anche lì.
E d’estate talmente caldo che mi è capitato di dover studiare con pezze umide sulla fronte per non schiattare.
Su un corridoio lunghissimo si affacciavano le porte delle stanze.
Da un lato un altarino con Madonna corredato da lumino che la sera mi accelerava il battito per quanto era tetro… Ce l’avete presente lo sguardo sofferto di certe Madonne? Ecco. Di mattina ti viene voglia di darti una grattatina. La sera di chiuderti a chiave in camera e di controllare che sotto il letto e nell’armadio non ci sia nessuno. Cosa che nei weekend in cui rimanevo da sola, magari l’unica su tutto il piano, non mancavo di fare. E chi se ne fregava se mi sentivo un’idiota, almeno dormivo.
Strisciavo con flemma con pantofole a forma di tartaruga. “Stisccc-striscc-striscc…”, arrivavo di fronte alla porta delle mie amiche di giochi che manco dovevo bussare: mi avevano già sentita arrivare.
L. era quella sgobbona, fidanzata, in pole position per il matrimonio. Per ogni trenta e lode, il padre le accreditava un bonus di 1.000.000 di lire (e mica cazzi). Credo sia arrivata  alla laurea già ricca. Non sembrava particolarmente felice.
P., l’ansiosa. Una storia per sempre con un ragazzo. Infatti finì. Lei vomitò l’anima e perse non so quanti chili. Ai trentatrè, quando le telefonai per gli auguri di compleanno scoppiò in lacrime. Il problema? Era ancora zitella. Io sono un po’ più piccola e questa cosa mi terrorizzò parecchio. Mi dissi “No no, ai trentatrè festeggio. Tutte quelle lacrime per un compleanno, non se ne parla.” Adesso è sposata con l’Uomo Giusto. E ha un figlio. Ed è ancora ansiosa. Non sembrava particolarmente felice. E io ai tentatrè ho festeggiato, chè sono gli-anni-di-Gesù che, dicono, li ha passati appeso a una croce e se ci arrivi senza rimanerci secca c’è da stare solo allegri, altro che.
B., l’incasinata, la veterana. Tette da paura, che per dormire a pancia sotto ci volevano un discreto numero di minuti per sistemarle. Un po’ mi ha fatto da mamma, per quanto per l’allattamento ormai i termini erano scaduti. Siamo state nella stessa stanza per tre mesi, forse. O poco più. Poi ha deciso per la linea freakettona della condivisione di un appartamento con altri studenti/esse. Era allegra. E completamente inaffidabile, per certi versi. Ci vogliamo ancora bene.
G., quella bella, faccia d’angelo e fidanzato ricco. Il lunedì era il giorno in cui spadellava dal borsone i regali di lui, per lo più biancheria intima extra lusso. Lei non lo amava. E forse neanche lui amava lei. Ma era uno di quegli incastri perfetti, se la noia ti attira e gli status symbol ti sono sufficienti. Non le erano sufficienti. E – tra tutte – direi che era la più triste.
G., l’altra. Era bella, e non lo sapeva. Era buona, e non lo sapeva. Era brava, ma non lo diceva. Rideva e sorrideva senza parsimonia ed era dolce persino da incazzata. Portava cicerchie e pane fatto in casa che durava settimane ed era sempre buonissimo. Si innamorò di un ragazzo che lavorava lontano lontano. E lui si innamorò di lei. Sembravano i protagonisti di un romanzo d’altri tempi. E secondo me si amano ancora.
Poi c’era il filone puttanone. Lo so, non si dice. E’ peccato. Ma mica era una cosa brutta. Non per tutte, almeno.
C., era quella che s’era scelta l’amica col nome strano e un po’ bruttina apposta. Se la faceva coi militari, che là vicino le caserme non mancavano. Solo con quelli graduati, però. Che si portavano a casa le forme di parmigiano giganti (e chi vuoi che se ne freghi se poi i ragazzi che fanno il servizio di leva mangiano brodaglie puzzolenti?) e che sembravano usciti da un film un po’ osé, tipo quelli con Alvaro Vitali, per intenderci.
Poi c’era S., l’artista. Lei si dedicava ai suoi coetanei un po’ underground. Il che la rendeva decisamente più interessante. Faceva cose truci, tipo togliersi la peluria sopra il labbro col silk épil e non aveva alcun controllo delle sue emozioni. Era morbida e vulnerabile, dentro e fuori. Piangeva spesso, ma scoppiettava anche in risate fragorose.
Poi c’era La Soprannominata. Di lei si raccontava che fosse omosessuale. Voci di corridoio, comunque non ci badava nessuno. Abbigliamento da suora laica, alta e smilza, carnagione chiara, capelli incolti e occhiali, studiava chimica ed era una delle più grandi. Ho ritrovato una sua cartolina nella scatola dei ricordi. Era stramba e simpatica. Se non superavi certi limiti, che avevano a che fare con il suo mondo (quello che ognuno ha il proprio ma, di alcuni, magari non lo intravedi neanche), con lei c’era solo da divertirsi. 
A., io. La descrizione è completamente inutile.
A. ieri è andata a vedere Lourdes. E’ per questo che è saltato fuori questo post. Gli anni domini 1991, 1992, 1993 eruttati tutt’insieme. Lava, carboni e magma in parole, opere e omissioni. Carta da regalo, fiocchetto, scotch.
Il ritmo; lento scandito da musica sacra. Qualche meschinità (s)consacrata. L’eterno dilemma delle istruzioni per l’uso della vita che non sono mai state rilegate: sono andate a passeggio, svolazzando, col vento del monte Sinai. Tutto sommato, basterebbe un bignami coi punti fondamentali.  Hanno scritto una Bibbia e ci si sono messi pure in tanti.
Il fatto è che in alcuni punti del film mi sembrava di osservare un minuzioso (mi è tornato in mente il protagonista cattivissimo de Gli amabili resti) dedito alla riproduzione in piccola scala dell’umano microcosmo: una sedia piccola piccola qua ed un’altra là; tavolo minuscolo, finestra lillipuzziana con le tendine. Tutto sistemato con cura maniacale. Anossia?
Foto di gruppo dei pellegrini, e la Chiesa sullo sfondo mi rimanda allo stile architettonico del logo cinematografico di Disney World.
In altri punti, pareva un film sugli alieni, gli umani in ostaggio in un ambiente ovattato in cui tutti i rumori anche quelli forti sono lontanissimi. In realtà senza rumore, perché sulla vita qualcuno ci ha messo un coperchio. Rimpicciolita e tirata su con la cannuccia per alimentare un alambicco alieno. Una specie di Cocoon rovesciato in cui i vecchi non sono per niente arzilli e rimangono vecchi ed alcuni molto meno vecchi pure.
E allora, tutti si chiedono “Who Is It“.
“Dio è libero”, dice il prete.
Noi no?
Eddaaaai!

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6 Responses to “Lourdes”

  1. evasoxcaso Says:

    Questo è un bel post, devo dire. Che quando sono arrivato alla fine, ho pensato: già finito? Niente. E’ un bel post. Ed hai ragione: le suore hanno sempre quelle orribile scarpe da suora. Scarpe tristi.

    • ms.spoah Says:

      Grazie, Evaso :-)
      Per quanto riguarda le scarpe in auge nell’ambiente clericale… mi sa che promuovo i francescani e boccio tutti gli altri, anche perché, secondo me, i francescani sono dotati di super poteri per riuscire a tenere i piedi scoperti pure d’inverno. Mi stupisco sempre.


  2. Incredibilmente devo scrivere lo stesso identico commento di evasoxcaso. Bellissimo, bellissimo post. Mi ci sono persa dentro per qualche minuto, davvero bellissimo. Grazie.

  3. lupopezzato Says:

    L’avevo detto che ti riescono tante cose. C’è gente che colleziona i post belli. Forse perchè è più economico di collezionare chi li scrive.

    • ms.spoah Says:

      Ma… per collezionare i post… bisogna sputarci su e appiccicarli da qualche parte come con i francobolli? :o))
      … Chi è che colleziona scrittori di post… Un Barbablù? :o)


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