Quelli che gli animali domestici meglio sterili o castrati
19 luglio 2011
Dopotutto siamo noi.
La coerenza mi sfugge di mano come un’anguilla. Si ferma un attimo su un fiore e poi fa un guizzo che sembra la Campanellino di Peter Pan, quella che non gliela darà mai. O chissà.
I vestiti stesi invece che asciugarsi si bagnano.
Gattonumerouno e gattonumerodue, invece di leccarsi e annusarsi si rincorrono con soffio felino e zampa armata.
Nell’era dell’annunciata digitalizzazione della Pubblica Amministrazione l’accesso a internet fa il verso a un bambino cybernetico mai nato che dispone di meno di un quinto delle sue facoltà internautiche. Ho accesso a un elenco di siti istituzionali che hanno più o meno l’utilità di una ragade su un seno da ciucciare.
La statistica è un vezzo, un gioco, un imbroglio apparecchiato per guadagnare – o in alternativa fustigare – di più piuttosto che per lavorare meglio. Nello specchio d’acqua, cerchi concentrici si allargano intorno a un sasso: ideologia fascista vestita da maestrina elementare con figa di legno e cuore di stagno: burattino.
E se la Coop sei tu e una delle filiali di colei che sarei io, a portata di carrello – anzi, secchiello rosso con le rotelle – è putacaso uno dei supermercati con consuetudini commerciali di vendita talmente poco trasparenti da essere al limite della truffa, allora l’ Apparteniamo a un generis autofottente? diventa una specie di domanda-boomerang che ti insegue, ti insegue, ti insegue, finché non trovi chiare fresche acque in cui annegare i cattivi pensieri. Puntualizzo: non sono quelle dell’acquasantiera le fresche acque.
I vestiti stesi invece che asciugarsi si bagnano.
Gattonumerouno e gattonumerodue, invece di leccarsi e annusarsi si rincorrono con soffio felino e zampa armata.
Nell’era dell’annunciata digitalizzazione della Pubblica Amministrazione l’accesso a internet fa il verso a un bambino cybernetico mai nato che dispone di meno di un quinto delle sue facoltà internautiche. Ho accesso a un elenco di siti istituzionali che hanno più o meno l’utilità di una ragade su un seno da ciucciare.
La statistica è un vezzo, un gioco, un imbroglio apparecchiato per guadagnare – o in alternativa fustigare – di più piuttosto che per lavorare meglio. Nello specchio d’acqua, cerchi concentrici si allargano intorno a un sasso: ideologia fascista vestita da maestrina elementare con figa di legno e cuore di stagno: burattino.
E se la Coop sei tu e una delle filiali di colei che sarei io, a portata di carrello – anzi, secchiello rosso con le rotelle – è putacaso uno dei supermercati con consuetudini commerciali di vendita talmente poco trasparenti da essere al limite della truffa, allora l’ Apparteniamo a un generis autofottente? diventa una specie di domanda-boomerang che ti insegue, ti insegue, ti insegue, finché non trovi chiare fresche acque in cui annegare i cattivi pensieri. Puntualizzo: non sono quelle dell’acquasantiera le fresche acque.
L’involucro
3 marzo 2011
Ieri involucro camminava come al solito, come se niente fosse.
Io, dentro, dormivo sveglia in preda alla narcolessia senza capacitarmi bene di come involucro riuscisse a trascinarmi dentro di sé affrontando l’intera giornata, intrepido e sprezzante del pericolo.
La partitura del pericolo era poggiata su un leggio di giunco, vibrava col vento a tratti solido a tratti pericolante e faceva una strana musica, melodiosa, inconsapevole, rockettara, pop, metal jacket, classica senza o con poesia. Un sacco di note, tutte mie senza esserlo, perché non c’è possesso al mondo che regga in questa terra che è l’unica che (non) si conosca.
Io e involucro ci siamo infilate sotto le coperte tra quelle lenzuola di prato coi fiori arancioni e turchesi alle ore 21:02 e alle ore 21:03 eravamo già sprofondate in un sonno tranquillo e sincero, con la colonna sonora delle fusa di Velvet nel collo.
Stamattina ho riaperto gli occhi negli occhi di miciagatta che come un soldatino peloso mi guardava fissa dall’angolo del letto a cinque centimetri dalla mia faccia con un’aria interrogativa gattese: Ma come, le galline sono sveglie già da un pezzo e tu fai suonare la sveglia tre volte? (miciagatta sa contare!)
Oggi involucro potrà contare su di me un po’ di più.
Ciao, sono annala
due parole su di me
Nasco bianca e coi capeli lisci
Tempo mi fa da parrucchiere,
i capelli mi diventano quasi ricci
tempo si fa pittore,
il colore vira al fucsia
ora mi chiamano anche msspoah
Sono un po’ qua un po’ là
in realtà né qui né altrove
chi mi cerca non mi trova
chi mi trova non mi cerca
vivo di notte
dormo di giorno
quando morirò sarò salva, come tutti
e non mi chiederò più chi sono
pattinerò veloce tra le nuvole
le piroette scalderanno il cielo
oppure no
Se mi dici che mi cago in mano, so cosa risponderti:
“No che non mi cago in mano, ho un vasino a forma di paperella.”
Io, dentro, dormivo sveglia in preda alla narcolessia senza capacitarmi bene di come involucro riuscisse a trascinarmi dentro di sé affrontando l’intera giornata, intrepido e sprezzante del pericolo.
La partitura del pericolo era poggiata su un leggio di giunco, vibrava col vento a tratti solido a tratti pericolante e faceva una strana musica, melodiosa, inconsapevole, rockettara, pop, metal jacket, classica senza o con poesia. Un sacco di note, tutte mie senza esserlo, perché non c’è possesso al mondo che regga in questa terra che è l’unica che (non) si conosca.
Io e involucro ci siamo infilate sotto le coperte tra quelle lenzuola di prato coi fiori arancioni e turchesi alle ore 21:02 e alle ore 21:03 eravamo già sprofondate in un sonno tranquillo e sincero, con la colonna sonora delle fusa di Velvet nel collo.
Stamattina ho riaperto gli occhi negli occhi di miciagatta che come un soldatino peloso mi guardava fissa dall’angolo del letto a cinque centimetri dalla mia faccia con un’aria interrogativa gattese: Ma come, le galline sono sveglie già da un pezzo e tu fai suonare la sveglia tre volte? (miciagatta sa contare!)
Oggi involucro potrà contare su di me un po’ di più.
due parole su di me
Nasco bianca e coi capeli lisci
Tempo mi fa da parrucchiere,
i capelli mi diventano quasi ricci
tempo si fa pittore,
il colore vira al fucsia
ora mi chiamano anche msspoah
Sono un po’ qua un po’ là
in realtà né qui né altrove
chi mi cerca non mi trova
chi mi trova non mi cerca
vivo di notte
dormo di giorno
quando morirò sarò salva, come tutti
e non mi chiederò più chi sono
pattinerò veloce tra le nuvole
le piroette scalderanno il cielo
oppure no
“No che non mi cago in mano, ho un vasino a forma di paperella.”
Enter here
13 febbraio 2011
Io sono quella che abità lì, in quella casa senza inferriate alla cui finestra sgargiantoneggia il pareo freakettone a mo’ di tenda, giallo e arancione coi tulipani rossi dalle foglie verdi qua e là.
Io sono quella che la macchina di nuovo non le parte, quella che hai visto armeggiare inutilmente con il cofano, richiuderlo e andare via mugugnando noiosa come una verruca.
Sono quella che ha il cordless farlocco che non funziona e si interroga sulle proprie vite precedenti per capire il karma di questa e si risponde che il karma è qui, in questa vita.
Nei miei tempi e nei miei sogni, nei miei errori. E’ in alcune delle cose che butterò via e in alcune che terrò, non perché ne valga la pena, ma solo perché non sono in grado di liberarmene.
Sono quella che si dice che non vuole rimanere in quell’ hula hoop, e poi.
Poi cerco le risposte nelle pupille di gatta che si allargano e si restringono nel tondo verde. Mi spiega in una sorta di alfabeto morse dei suoi spazi e dei miei, di come si intersecano e si fanno vicinissimi fino a toccarsi per farsi le fusa. Mi spiega la naturale analogia tra i nostri battiti, il suffit de passer le pont.
Que siti
8 novembre 2010
1. Se Velvet continua così mi diventa gatta con gli stivali: ha fatto fuori 4 mosche e dire che io ne avevo intercettato solo una. Il mio dubbio è: ma poi gli stivali glieli devo comprare io?
2. Se hai progettato un sito internet di un’azienda che fornisce un pubblico servizio (fa niente che c’è la postilla S.p.A., è la solita presa per il culo), si pregia dei propri servigi così come tu probabilmente ti pregi del fatto che ti sia stata commissionata la progettazione del sito internet, come cacchio ti salta in mente di scegliere caratteri celesti su sfondo senape?
3. Il mio medico continua a ricordarsi il mio nome proprio di persona e a sorridermi, salutandomi con l’occhiolino. Sembrerebbe gli stia simpatica ed io mi domando e dico Sarà mica perché ci vado così di rado? E’ che, per corrispondenza di amorosi nonsensi, ad un altro numero non ben definito ma relativamente cospicuo di autoctoni sto sulle palle almeno quanto loro stanno sulle palle a me. I conti non tornano, sono rimasti solo i cavalieri (finti)
4. Ma Cesare Ragazzi, lui che non voleva darla vinta ai calvi, lo conosce berlusconi?
Random acts
19 settembre 2010
Bambini nuovi nascono
ricordi riaffiorano
acquetta sgorga zitta zitta
gatta dorme sul tappetino del terrazzino
vento sciaborda l’aria
agita la tenda giallo-arancio coi tulipani strani
musicante dello scacciapensieri appeso sull’uscio della cucina
Mi tocca fare un biglietto trenitalia
che mi costerà sei ore – se va bene, fatti salvi seri dubbi
noia mortale e fastidio
un libro mi racconterà
cose
pensieri
azioni
animi
amabile danza alternativa all’altra che amo
Train for… years
Dance for… minutes
Live for… seconds
Categoria “gente con le televisioni”: l’alternativa
25 agosto 2010
Stamattina Velvet è stata tempestiva nella soddisfazione dei suoi bisogni fisiologici ed io tempestiva nell’eliminare la fonte del puzzo.
Paletta azzurra nella mano destra, busta riciclata di fette biscottate nella sinistra ad accogliere l’organico, un pensiero si riflette tra le pallottole rivestite da granelli di silicio, una specie di forse basta e comunque forse meno con connotazioni solo positive.
Se funziona, la cacca di Velvet finisce in una teca; il passo successivo è la commercializzazione. Filo da torcere al mago Solange.
Mi ficco nella categoria troll con le visioni.
Maaaao!
Maico me oggi, problemi di u-dito
10 luglio 2010
I fatti.
a) Non ho sentito gli squilli del telefono;
b) meno che mai il trillo della sveglia.
n.b.) La fonte dei segnali acustici di cui sopra (il cellulare) era sul comodino, il comodino quasi adeso al letto, io sicuramente adesa al materasso, il materasso è sul letto.
m.n.c.*) In compenso, ho sentito il miagolio disperato di Velvet, quello del mattino a più modulazioni di frequenza. (Rieducational channel!: Saranno ultrasuoni? La gat-tin-na pro-viene dallo spazio? Uno spazio di più di 78 metri quadrati? E-se-lo-sanno-quelli-della-riscossione-tributi-che-succede-con-le-tasse-sui-rifiuti? Stamattina ho buttato la spazzatura. Siiiigla!)
Il miagolio si è intrufolato nel mio sogno sotto forma di lagna di Ratatouille perpetrata a danno del cuoco dal quale pretendeva la preparazione di non ben identificati manicaretti. Sono riemersa dal sonno per disperazione, ho ripreso contatto della realtà, tra l’ipotesi micicidio e istinto materno, ho optato per la seconda – visto che di felini stiamo parlando - ho abbracciato la fonte dei rumori molesti e (etc., etc.)
Studio del caso: sciopero dei treni. Decisional Planning
Opzione number one – Piccola Fiammiferaia.
Treno FS (Fess’ e’ Sorete) nella fascia garantita del mattino + treno FNB (a volte Figo, Nota Bene), destinazione visita-alla-parente + autobus sotto il solleone pomeridiano.
Opzione number two – Piccola Fiammiferaia in ricerca timida di affido.
Cioè, mi intrufolo nella routine di smammà (smamma lei, smammo io) o di Mr.cì, alla ricerca di un passaggio per il ritorno pomeridiano.
Mr.cì a quell’ora starà grufolando, per riprendesi dopo la pedalata e i suoi canonici sessantaminutialmeno di bracciate nel mare blu dipinto di blu, alla facciaccia mia che gli sto pagando la pensione. Fortuna che gli voglio bene.
Opzione number three – Piano di ammortamento (rif. ladrocinio del meccanico)
Autoveicolo. E autoradio (leggi “musica”, leggi “svago”) come antidoto la follia collettiva bai car.
Per me per me per me, scelgo gli occhiali da sole e il piano di ammortamento.
Mini intasamento, contro semaforite. Una mimi minor, minimal chic blocca il passaggio ad un autobus che blocca il passaggio a cinquecentocinquanta macchine di altrettanti automobilisti, soporosi pericoli; semaforo, corri corri corri corri, è verde; e uno e due e tre e quattro, verde fisso. Bene, uno a uno.
Superata questa, a parte quelli che non hanno capito che quella cosa che fa click click si chiama freccia e serve a segnalare che devi girare e quelli che invece hanno capito che quella cosa che fa click click si chiama freccia e serve a segnalare che devi girare, ma non hanno capito che deve fare click click a destra se giri a destra e click click a sinistra se giri a sinistra e non il contrario; a parte un birignao indigesto di Eros Ramazzotti che supplicava una di dirgli le cose a lui che lui poi la aiutava per empatia, suppongo, a meno che non si sia inventato tutta quella lagna solo per trombare; a parte la notizia della sentenza della Corte di Cassazione su lu dito medio sbandierato contro il futuro ex consorte e pensieri ohscemi annessi e connessi, ipotesi su come dissimulare il gestaccio, rivisitazioni e tra moglie e marito non mettere il dito, che secondo me era lì che il giudice di pace di Domodossola (nomi-cose-città: “Città con la D!”) voleva andare a parare.
A parte tutto questo sono arrivata a destinazione.
E a quel punto dover lavorare era il male minore, ma solo perché era venerdì.
b) meno che mai il trillo della sveglia.
n.b.) La fonte dei segnali acustici di cui sopra (il cellulare) era sul comodino, il comodino quasi adeso al letto, io sicuramente adesa al materasso, il materasso è sul letto.
m.n.c.*) In compenso, ho sentito il miagolio disperato di Velvet, quello del mattino a più modulazioni di frequenza. (Rieducational channel!: Saranno ultrasuoni? La gat-tin-na pro-viene dallo spazio? Uno spazio di più di 78 metri quadrati? E-se-lo-sanno-quelli-della-riscossione-tributi-che-succede-con-le-tasse-sui-rifiuti? Stamattina ho buttato la spazzatura. Siiiigla!)
Il miagolio si è intrufolato nel mio sogno sotto forma di lagna di Ratatouille perpetrata a danno del cuoco dal quale pretendeva la preparazione di non ben identificati manicaretti. Sono riemersa dal sonno per disperazione, ho ripreso contatto della realtà, tra l’ipotesi micicidio e istinto materno, ho optato per la seconda – visto che di felini stiamo parlando - ho abbracciato la fonte dei rumori molesti e (etc., etc.)
Treno FS (Fess’ e’ Sorete) nella fascia garantita del mattino + treno FNB (a volte Figo, Nota Bene), destinazione visita-alla-parente + autobus sotto il solleone pomeridiano.
Cioè, mi intrufolo nella routine di smammà (smamma lei, smammo io) o di Mr.cì, alla ricerca di un passaggio per il ritorno pomeridiano.
Mr.cì a quell’ora starà grufolando, per riprendesi dopo la pedalata e i suoi canonici sessantaminutialmeno di bracciate nel mare blu dipinto di blu, alla facciaccia mia che gli sto pagando la pensione. Fortuna che gli voglio bene.
Autoveicolo. E autoradio (leggi “musica”, leggi “svago”) come antidoto la follia collettiva bai car.
Superata questa, a parte quelli che non hanno capito che quella cosa che fa click click si chiama freccia e serve a segnalare che devi girare e quelli che invece hanno capito che quella cosa che fa click click si chiama freccia e serve a segnalare che devi girare, ma non hanno capito che deve fare click click a destra se giri a destra e click click a sinistra se giri a sinistra e non il contrario; a parte un birignao indigesto di Eros Ramazzotti che supplicava una di dirgli le cose a lui che lui poi la aiutava per empatia, suppongo, a meno che non si sia inventato tutta quella lagna solo per trombare; a parte la notizia della sentenza della Corte di Cassazione su lu dito medio sbandierato contro il futuro ex consorte e pensieri ohscemi annessi e connessi, ipotesi su come dissimulare il gestaccio, rivisitazioni e tra moglie e marito non mettere il dito, che secondo me era lì che il giudice di pace di Domodossola (nomi-cose-città: “Città con la D!”) voleva andare a parare.
A parte tutto questo sono arrivata a destinazione.
E a quel punto dover lavorare era il male minore, ma solo perché era venerdì.
[* n.d.r. : Mistero Non Classificato]
Shine on your crazy diamond
27 giugno 2010
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il tergiversare.
Tipo, pito, otip, opit, topi che fanno la manicure per aggrapparsi con eleganza a quel che rimane.
Psicoterapie senza sperimentazioni sul campo e senza allenamento al vivere sono come diete fatte da seduti: corroborano a metà e la muscolatura profonda rimane alienata.
Premio insopportabilità reiterata alle zip richiudibili del formaggio grattuggiato: si richiudono, sì, ma non prima di aver asperso con uno sbuffo i granelli di formaggio rimasti intrappolati nella zip.
Alzati la gonna fammi veder che cosa c’è da fare.
Nella rete come nei corridoi dell’ospedale di Perino-Vitali o un Policlinico qualsiasi.
Non so cosa c’è da fare, quello che ti pare. Però io me ne vado.
Quando il gatto non c’è i topi ballano.
Sono convinta che la mia collega sarebbe disposta a giurare che lei si dedica solo alle danze sacre.
I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor.
Occhei, parliamone. Ho toccato l’asfalto con gli otto punti, qua e là lucine rosse a disegnare un percorso, lavori in corso. Onirico avventuroso e tonico. E va bene, questa è anche divertente: fa molto Diabolik-Eva Kant o Lupin-Margot… Mh, no, mi correggo, Margot no: con quelle tette lì manco col naso riesce a toccare terra stando prona.
Tuttavia, che mi ci hai mandato a fare a Bologna oh tu desiderio chiuso in fondo al cuor? E mi ci lasci a mollo in un mare torbido e imperscrutabile che non è mare, perché a Bologna non ce l’hanno ancora portato, davvero.
Cerco un appiglio. Lo trovo. Risalgo. Sulla riva, mi aspetti.
Aperitivi dal padrone di casa. La casa è una stanza. Il bagno in comune. Lunghe vaschette l’alluminio da pulire, ci starebbero dei bisturi giganti. Gli avventori sono gradevoli, si cimentano per sbarcare il lunario.
Simona cerca somiglianze: La vedi? La riconosci?
Riconosco quei due volti di tristezza dagli occhi chiari, un volto più sbilenco dell’altro, un po’ meno fortunato.
La riconosco e si stupisce. Mi stupisco che si stupisca.
Mi regali sigari rossi. Profumano di incenso. Ti abbraccio e non capisco. Suona una musica che non riconosco ancora.
Mi sveglio e ripasso. Velvet mi abbraccia. Fa le fusa e mi lecca come un cane, mano umida sotto una piccola lingua rasposa.
Chi è Suttree e perché lo capisco? Quel mare dev’essere il suo fiume e la gente della casa la sua gente.
Quel mare e quella gente, suoi, miei, di tutti.
Alcuni nascondigli di xtube sanno di Shoah, rogo completo dell’umana sofferenza, miccia un desiderio distorto. Carnali come nell’inferno dantesco. Metabolizzo. Desiderio robusto o scheletrico, pelle e ossa; anziano o giovanissimo, troppo, troppo, bambine senza seno e senza più infanzia e quella, quella né si compra né si vende, tutt’al più si ruba; desiderio vergine o consumato. Immagini che scuoiano. Ma io metabolizzo. A fatica, ma metabolizzo, sennò non vale. Se non lascio metabolizzare non capisco dove iniziano i miei limiti e dove finiscono quelli di questo desiderio che chiede di essere desiderato, ma viene desiderato solo di nascosto. Non è il mio e non lo capisco, ma ci siamo dentro tutti, come nel fiume di Suttree. Ma i remi sono in barca e la riva si vede; la corrente è forte, ma non abbastanza.
Nel frattempo, forse ora capisco le foto di dilaudid. Dì, laudid, è quello?
Il nylon è sintetico. Se lo usi per coprire la vita, all’inzio sembra più bella, ma poi non respira e quindi crepa.
Rottura, il buco nella calza. Fessure. Crisi. Separare, decidere. Acqua e sale. Rimargini. Bevi, fai pipì, ricominci.
Ho visto una donna camminare come una bambola telecomandata da un sé malato che non era lei, traballava ad ogni passo, piccole scosse di assestamento per ogni spostamento in avanti e sigaretta e sguardo fisso avanti e labbra che sussurrano senza dire. Lo vede lì davanti a sé il suo spazio bianco?
Nella rete come nei corridoi dell’ospedale di Perino-Vitali o un Policlinico qualsiasi.
Non so cosa c’è da fare, quello che ti pare. Però io me ne vado.
Sono convinta che la mia collega sarebbe disposta a giurare che lei si dedica solo alle danze sacre.
Occhei, parliamone. Ho toccato l’asfalto con gli otto punti, qua e là lucine rosse a disegnare un percorso, lavori in corso. Onirico avventuroso e tonico. E va bene, questa è anche divertente: fa molto Diabolik-Eva Kant o Lupin-Margot… Mh, no, mi correggo, Margot no: con quelle tette lì manco col naso riesce a toccare terra stando prona.
Tuttavia, che mi ci hai mandato a fare a Bologna oh tu desiderio chiuso in fondo al cuor? E mi ci lasci a mollo in un mare torbido e imperscrutabile che non è mare, perché a Bologna non ce l’hanno ancora portato, davvero.
Cerco un appiglio. Lo trovo. Risalgo. Sulla riva, mi aspetti.
Aperitivi dal padrone di casa. La casa è una stanza. Il bagno in comune. Lunghe vaschette l’alluminio da pulire, ci starebbero dei bisturi giganti. Gli avventori sono gradevoli, si cimentano per sbarcare il lunario.
Simona cerca somiglianze: La vedi? La riconosci?
Riconosco quei due volti di tristezza dagli occhi chiari, un volto più sbilenco dell’altro, un po’ meno fortunato.
La riconosco e si stupisce. Mi stupisco che si stupisca.
Mi regali sigari rossi. Profumano di incenso. Ti abbraccio e non capisco. Suona una musica che non riconosco ancora.
Mi sveglio e ripasso. Velvet mi abbraccia. Fa le fusa e mi lecca come un cane, mano umida sotto una piccola lingua rasposa.
Chi è Suttree e perché lo capisco? Quel mare dev’essere il suo fiume e la gente della casa la sua gente.
Quel mare e quella gente, suoi, miei, di tutti.
Nel frattempo, forse ora capisco le foto di dilaudid. Dì, laudid, è quello?
Il nylon è sintetico. Se lo usi per coprire la vita, all’inzio sembra più bella, ma poi non respira e quindi crepa.
Rottura, il buco nella calza. Fessure. Crisi. Separare, decidere. Acqua e sale. Rimargini. Bevi, fai pipì, ricominci.
Ui chen d(u… uot?)
17 maggio 2010
Venerdì
* In d’ monning *
Ciuffo basso lungo biondo miele e paglia lasciata al sole; insomma, capelli tinti.
Occhi tondi quasi neri, ma no; insomma, occhi bugiardi.
“Dottoressa… “
Mah, è inutile che ci provi, il pelo non mi si alliscia. Tentativo fallito.
“Sì?”, andiamo avanti o vado a cercarmi un stetoscopio adatto al ruolo e lo uso come macchina della verità. Paura, eh?
Cinque minuti di tiritera tipo grasso idrogenato; insomma, strutto finto. Insomma, tutto finto.
Non so cosa hai barattato per questa farsa, a parte la dignità. Tirati bene la porta alle spalle.
“Arrivederci.”
Mica detto.
* In d’ aftenuun *
I treni che non camminano non arrivano a destinazione.
Qualcuno avvisi quelli di Trenitalia.
* In d’ ivning *
Noi e la pizza d’asporto arriviamo contemporaneamente: tempismo perfetto sotto la voce ospitalità.
Sabato
* In d’ monning *
Caffè numero cardinale due – Si va, non si va? Si va, non si va? Si va, non si va? Si va – al bar.
L’accento bolognese mi è diventato famigliare e resterei lì ad ascoltare, come dentro un film di Pupi Avati. Vita senza cinepresa. Mi rimarrà quella sensazione del ricordo del ricordo e del ricordare il ricordo. Sembra una cosa complicata. Invece no.
* In d’ aftenuun *
Bimba timida con frontino, corredata da papà con l’occhietto azzurro mi accoglie ma non ce la fa neanche a dire ciao, la vergogna le ha rubato la voce.
Piove. E non smette. Passi saldi per calpestare i portici, nessun rumore di suole di cuoio, fare lo slalom tra la folla di via Indipendenza, evitare la collisione della valigia con i soggetti in movimento; l’importante è non scivolare e arrivare in stazione.
Non scivoliamo e arriviamo in stazione.
* In d’ ivning *
Terapia di gruppo a schema libero in bollicine di lambrusco; non si salva neanche l’astemia.
Manicaretti sotto forma di cous cous. Per ogni pallina gialla (curry) un pensiero, per ogni pallina gialla profluvio di enne parole di Cvudelia.
Con l’amaro alle erbe amare, un altro po’ di trasporto e mi soffocavo.
Domenica
* In d’ monning *
Traversatelo Traversetolo; senza bancarelle dev’essere più caratteristico.
Odore di parmigiano e prosciutto medievale: nuove frontiere della conoscenza.
* In d’ aftenuun *
* In d’ ivning *
Traiettorie sperimentali del pensiero, studio di soluzioni logistiche alternative per: ritardi come labirinti; treni lumaca, trasbordi di passeggeri esausti. Sotto il marchio FS un altro anno su e giù sarebbe come impallinarsi gli zebedei. Urge il piano B.
* Almost nait *
Chiave nella toppa, scenario apocalittico. Prevedibile, ma imprevisto: la ventosa ha ceduto, il rotolone di carta assorbente, vittima della forza di gravità ha conquistato il suolo e Velvet ha allestito una scenografia per il prossimo film di Natale: tappeto di carta assorbente nevicata sul pavimento di cucina e soggiorno. Non piango, non c’è tempo.
Pizza di mezzanotte. Birra di mezzanotte.
Catalisi in dialoghi surreali:
“Cacc’e mitt?”
“Cazz’ e cap.”
“Ah.”
Tudei?
Waiting for the sun.
I treni che non camminano non arrivano a destinazione.
Qualcuno avvisi quelli di Trenitalia.
Noi e la pizza d’asporto arriviamo contemporaneamente: tempismo perfetto sotto la voce ospitalità.
* In d’ monning *
Caffè numero cardinale due – Si va, non si va? Si va, non si va? Si va, non si va? Si va – al bar.
L’accento bolognese mi è diventato famigliare e resterei lì ad ascoltare, come dentro un film di Pupi Avati. Vita senza cinepresa. Mi rimarrà quella sensazione del ricordo del ricordo e del ricordare il ricordo. Sembra una cosa complicata. Invece no.
Bimba timida con frontino, corredata da papà con l’occhietto azzurro mi accoglie ma non ce la fa neanche a dire ciao, la vergogna le ha rubato la voce.
Piove. E non smette. Passi saldi per calpestare i portici, nessun rumore di suole di cuoio, fare lo slalom tra la folla di via Indipendenza, evitare la collisione della valigia con i soggetti in movimento; l’importante è non scivolare e arrivare in stazione.
Non scivoliamo e arriviamo in stazione.
Terapia di gruppo a schema libero in bollicine di lambrusco; non si salva neanche l’astemia.
Manicaretti sotto forma di cous cous. Per ogni pallina gialla (curry) un pensiero, per ogni pallina gialla profluvio di enne parole di Cvudelia.
Con l’amaro alle erbe amare, un altro po’ di trasporto e mi soffocavo.
Domenica
* In d’ monning *
Traversatelo Traversetolo; senza bancarelle dev’essere più caratteristico.
Odore di parmigiano e prosciutto medievale: nuove frontiere della conoscenza.
* In d’ ivning *
Traiettorie sperimentali del pensiero, studio di soluzioni logistiche alternative per: ritardi come labirinti; treni lumaca, trasbordi di passeggeri esausti. Sotto il marchio FS un altro anno su e giù sarebbe come impallinarsi gli zebedei. Urge il piano B.
Chiave nella toppa, scenario apocalittico. Prevedibile, ma imprevisto: la ventosa ha ceduto, il rotolone di carta assorbente, vittima della forza di gravità ha conquistato il suolo e Velvet ha allestito una scenografia per il prossimo film di Natale: tappeto di carta assorbente nevicata sul pavimento di cucina e soggiorno. Non piango, non c’è tempo.
Pizza di mezzanotte. Birra di mezzanotte.
Catalisi in dialoghi surreali:
“Cacc’e mitt?”
“Cazz’ e cap.”
“Ah.”
Waiting for the sun.
A me n(o) (o) Tiè!
13 maggio 2010
Velvet fa un sacco di cacca, giuro. E parecchio puzzolente pure, ri-giuro.
Una delle cose di cui mi è più grata credo sia la pulizia della lettiera; non i croccantini, sì le carezze, ma – soprattutto – la pulizia di quello spazietto di brecciolina tutto suo che annusa ad intervalli regolari e spala e spala finché non è soddisfatta. Quando arriva la bipede occhialuta umanoide (io) con la paletta, si scansa; mi osserva con sospetto, attentamente e poi torna a controllare che abbia proceduto come si conviene. Però ci deve mettere qualcosa di suo per completare l’opera – ché io mica sono capacecapace… non ho neanche le vibrisse, figuriamoci! – e poi magari annaffiare con un po’ di pipì, tipo taglio del nastro: inaugurazione per lietitudine del lindore riconquistato.
Ieri dopo la reiterazione di questo intimo teatrino serale, giro le chiappe, mi
di-rigo-dritto al lavandino, me ne fotto delle gocce sull’acciaio, osservo i fagiolini surgelati che sembrano venduti di seconda mano e capisco che non potranno essere la mia cena, mio malgrado.
Mi rimbalza tra l’emisfero destro e quello sinistro questa (assurda?) ipotesi della simbiosi – … Simbiosi un paio di palle… Io? ma dico… Io? – e capisco che tra un po’ lievito per nervosismo e arrivo al ragnetto lassù sul soffitto senza dover usare la scopa. Quindi penso al Padre Nostro, quello che sei nei cieli, sì.
Quand’ero piccola, prima di addormentarmi pur’io ho commesso quel peccato, quello di recitarlo, e mi sono chiesta Ma quanto bisogna essere disperati per chiedere aiuto così a uno che manco sai se esiste? Meglio le ombre sul soffitto.
E infatti con una famigliola di coni d’ombre sul soffitto – il cono alto alto e spilungone il padre e quello un po’ più basso la madre e i due più piccolini i due pargoli – mi sono fatta le migliori chiacchierate. E loro mi capivano, altro che le preghiere dei preti.
Ripeti con me:
Padre nostro (mio, tuo, suo… e ci risiamo con gli aggettivi possessivi)
che sei nei cieli (e che ne soi io, poi? O tu che ti sei inventato questa bella filastrocca?)
sia santificato il nome tuo (e perché il mio no?)
venga il tuo regno (ah, non è questo?)
sia fatta la tua volontà (ma insomma… e la mia quando quando quando!?)
come in cielo così in terra (eh, mancano un sacco di pezzi)
dacci oggi il nostro pane quotidiano (con il pomodoro che facciamo la cialletta e non dimenticare la frutta sennò ci viene lo scorbuto)
rimetti a noi i nostri debiti (ecco, ecco, ecco questa è quella peggio: un unico enorme conato, i nostri debiti – mio, tuo, suo… – e noi, le sue creature, affogati dentro… ormai ho il ragnetto in pugno e non mi è servita la scopa)
e non ci indurre in tentazione (che per come la intendono loro, i creatori del Creatore, a parte la pipì e la cacca e un po’ di pane e vino, la biologia del corpo umano e l’antropologia vanno a farsi benedire, appunto)
ma liberaci dal male (ahi! zitto, soffri in silenzio, anzi tieni, questo è il cilicio)
Amen
che sei nei cieli (e che ne soi io, poi? O tu che ti sei inventato questa bella filastrocca?)
sia santificato il nome tuo (e perché il mio no?)
venga il tuo regno (ah, non è questo?)
sia fatta la tua volontà (ma insomma… e la mia quando quando quando!?)
come in cielo così in terra (eh, mancano un sacco di pezzi)
dacci oggi il nostro pane quotidiano (con il pomodoro che facciamo la cialletta e non dimenticare la frutta sennò ci viene lo scorbuto)
rimetti a noi i nostri debiti (ecco, ecco, ecco questa è quella peggio: un unico enorme conato, i nostri debiti – mio, tuo, suo… – e noi, le sue creature, affogati dentro… ormai ho il ragnetto in pugno e non mi è servita la scopa)
e non ci indurre in tentazione (che per come la intendono loro, i creatori del Creatore, a parte la pipì e la cacca e un po’ di pane e vino, la biologia del corpo umano e l’antropologia vanno a farsi benedire, appunto)
ma liberaci dal male (ahi! zitto, soffri in silenzio, anzi tieni, questo è il cilicio)
Amen







